Fu il primo a parlarne ed era il 1997.
In verità per chi schiaffeggia in un ristorante e davanti ad altra gente una donna, che tra l’altro non conosce, solo perché porta le spalle scoperte non nutro grande stima e devo dire che non la recuperò neanche con la sua carriera da Presidente.
Però in quella occasione ebbe ragione e mise il dito nella piaga.
“Il tintinnare le manette in faccia a uno che viene interrogato da qualche collaboratore, questo è un sistema abietto, perché è di offesa. Anche l’imputato di imputazioni peggiori ha diritto al rispetto.”
Furono parole dure e sferzanti, quelle pronunciate da Oscar Luigi Scalfaro nel suo discorso di fine anno del 31 dicembre 1997, che graffiarono i criteri di utilizzo della custodia cautelare durante quello che stava diventando l’evento politico giudiziario degli ultimi 70 anni.
E già perché i metodi dei ragazzotti di “mani pulite” erano più o meno gli stessi di Bernardo Gui o di Tomas de Torqueimada: “ti schiaffo dentro e butto la chiave fino a che non parli”.
E il fine non era quello di sapere la verità ma di sentirsi dire quel che volevano sentire, e cioè qualunque informazione che fosse utile per concludere la estinzione della prima repubblica ma soprattutto dare la caccia al socialista.
E non mi importa se poi tutte quelle persone, una a una in fila per uno, abbia ammesso le proprie colpe, abbia confessato il loro intento eversivo e abbia chiesto scusa pentendosi.
È successo troppo tempo dopo, il danno politico ormai era irreparabile ma, soprattutto, non lavava il sangue delle diverse persone per bene che, non reggendo il peso dell’onta e della carcerazione, si tolsero la vita in cella.
Il problema è che la minaccia di quel sinistro tintinnio di manette si continua a ripetere.
È successo vergognosamente a Toti, Presidente della Liguria.
In custodia cautelare (arresti domiciliari) da 80 giorni è stato liberato ieri dopo l’ennesima istanza di revoca della misura avanzata dal suo difensore.
Il giudice per le indagini preliminari Paola Faggioni, nelle motivazioni del provvedimento con il quale ha accolto la richiesta di revoca presentata dall’avvocato Stefano Savi, scrive:” “sono grandemente scemati i motivi della custodia con la chiusura delle indagini e con le dimissioni”.
Quindi era questo quello che voleva: le dimissioni!
Dunque la custodia cautelare, la carcerazione preventiva (quella cioè che permette a un giudice di schiaffare una persona in galera il giorno dopo la commissione di un reato, senza processo, senza una sentenza, senza sapere se è davvero colpevole) non è più uno strumento di indagine ma diventa il modo per ottenere forzatamente qualcosa.
Mi chiedo a questo punto (non per me ma per un amico), se la funzione del IV potere dello Stato non sia più quella di fare sentenze, accertare le verità e se possibile impartire giustizia.
No perché è dal lontano 1992, (quando un PM di nome Tragnone arrestò l’intera Giunta Regionale d’Abruzzo, Presidente Rocco Salini in testa, facendo saltare tutti gli equilibri politici della regione dei Parchi incardinando un processo che finì con l’assoluzione di tutti) che la magistratura sfiducia Sindaci e Governatori, scioglie i consigli comunali e regionali e indice nuove elezioni. Da Rocco Salini a Giovanni Toti.
Ce lo dicessero e invece di fare il premierato e farci votare direttamente il Capo del Governo, ci facessero votare il Presidente (anzi il Vice Presidente) del C.S.M. o il Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Ma non è che forse sarebbe ora di cambiare radicalmente la custodia cautelare?
Non è che questo strumento becero e medievale dovrebbe essere limitato solo a quegli indagati o imputati che rappresentano un pericolo per la incolumità delle persone?
Una volta c’era un principio che a noi studenti di giurisprudenza veniva spiegato con fiumi di letteratura millenaria di filosofi, pensatori, letterati, giuristi e ideologi.
Platone, nella sua “Apologia a Socrate”, ci racconta che il grande filosofo di fronte alle gravi accuse di Meleto, Anito e Licone, smonta tutte le loro prove e sostiene che “nessuno può considerarsi colpevole senza che ci siano prove che convincano il giudice oltre ogni ragionevole dubbio” della colpevolezza con, aggiungo io, una sentenza che non sia più impugnabile oltre i tre gradi di giudizio.
Si chiama “presunzione di innocenza” ed è quel principio per il quale di fronte al rischio dell’errore giudiziario si preferisce che un colpevole vada in giro piuttosto che un innocente faccia un solo giorno di carcare.
Un principio che fu scardinato da gente come Bernardo Gui che torturava per ottenere confessioni di fatti e reati mai commessi.
Un principio che a volte ho la sensazione, ancora oggi, che non sia stato del tutto ripristinato.


2 commenti
Purtroppo, al netto di come va nel resto del mondo, se in Italia ci troviamo nella merda più di altri è anche per il ricorso all’uso della giustizia come arma politica, che ha avuto ed ha effetti nefasti. E la cosa agghiacciante è che i reati specifici invece di diminuire sono aumentati.
Il rapporto Giustizia-Politica è questione datata e controversa, nonché alquanto divisiva, e non a caso anche nelle discussioni che si fanno di prassi al bar, e che rappresentano per solito uno spaccato degli umori e delle pulsioni correnti nella nostra società, la custodia cautelare del presidente Toti (oltre a colpevolisti e innocentisti, come negli anni è successo parecchie volte in vicende giudiziarie dell’una e altra natura) incontrava punti di vista differenti ed opposti, tra quanti la giudicavano opportuna e chi invece si chiedeva perché mai non veniva sottoposto a processo senza arresti domiciliari, e senza interrompere nel frattempo la sua funzione politico-istituzionale.
Probabilmente, di fronte alla complessità e delicatezza della materia, e alla sua “divisività”, anche la Politica, al di fuori delle singole circostanze, incontra difficoltà nel trovare il giusto equilibrio tra le varie esigenze ed aspettative in campo, e dunque esita nel decidere, dopo che, se ben ricordo, vi provò anni fa il centrodestra col proporre che le alte cariche dello Stato potessero essere portate in giudizio solo a fine mandato, non si trattava cioè di conferire loro l’immunità, quanto piuttosto di rinviare la “processabilità”, così da non distogliere gli interessati dalle loro importanti mansioni (tuttavia, salvo miei errori di memoria, detta proposta fu ritenuta “ad personam” e sollevò proteste).
Se tale principio (che mi pare vigere in altri Paesi europei) fosse stato introdotto nel nostro Ordinamento, credo indifferente il puntare all’elezione diretta del Capo del Governo, rispetto al Premierato, come qui leggo, a meno di ritenere che l’elezione diretta possa dare uno “scudo” maggiore, sulla falsariga di quello allora “non nato” di cui avanti dicevo, e casomai venisse adesso riscoperto, visto che non mancava di logica, potrebbe essere esteso anche ad altre cariche di elezione diretta, vedi la Presidenza regionale, se ritenuta strategica, e del resto anche il Tribunale dei Ministri del 1989 era visto quale forma di garanzia (resta da vedere come reagirebbero le piazze “anticasta”).
Paolo Bolognesi 02.08.2024