di Carmine De Pascale.
L’anno trascorso dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha avuto l’effetto di un acceleratore geopolitico: ha
messo a nudo fragilità che l’Europa preferiva ignorare e ha trasformato la Groenlandia – un territorio remoto, simbolo di equilibri artici e rotte future – nel detonatore di una crisi transatlantica senza precedenti.
La dinamica è chiara: secondo molte analisi, la Casa Bianca ha adottato una postura di forza crescente, convinta che solo la pressione diretta possa piegare la volontà degli alleati. L’Europa, invece, ha oscillato tra tentativi di accomodamento e prudenza, sperando che la tempesta passasse. Ma la tempesta non è passata. E ora il continente si trova davanti a un bivio che non può più evitare.
L’Europa è chiamata a dimostrare se è un attore geopolitico o un insieme di economie vulnerabili alla coercizione. La crisi groenlandese è molto più di una disputa territoriale. È un referendum sulla maturità geopolitica dell’Europa.
Se l’UE non risponde come blocco unico, la crisi diventerà un precedente che indebolirà l’intero continente. L’Europa deve parlare con una sola voce. La sovranità danese è la sovranità europea.
L’autonomia strategica non è più un concetto: è una necessità.
Perché serve una risposta unitaria
L’esigenza di una risposta unitaria non è un principio astratto: è una necessità strategica, giuridica ed economica. La frammentazione è il vero tallone d’Achille europeo, l’obiettivo tattico della Casa Bianca, mentre l’unità è l’unico strumento che può impedire un precedente destabilizzante.
La Casa Bianca ha scelto di colpire otto Paesi europei singolarmente con dazi del 10%, minacciando di portarli al 25%. Una scelta tutt’altro che casuale:
- evita un confronto diretto con l’UE come blocco;
- mira a creare fratture interne;
- mette sotto pressione i governi più esposti al commercio con gli Stati Uniti.
Se l’Europa non rispondesse in modo coordinato, Trump potrebbe sentirsi “incoraggiato a procedere verso l’acquisizione della Groenlandia”. La divisione europea è un incentivo all’escalation americana.
La Groenlandia è un precedente giuridico pericoloso
La Groenlandia è parte del Regno di Danimarca. Se un Paese esterno può forzare un membro dell’UE a cedere territorio attraverso coercizione economica, allora la sovranità di ogni Stato membro diventa negoziabile. E si apre la porta a future pressioni su altri territori strategici: Baltico, Mediterraneo, Balcani.
L’Europa ha tre strumenti principali per rispondere:
- il trade bazooka, che autorizza misure di ritorsione;
- dazi coordinati;
- l’Anti-Coercion Instrument, pensato proprio per contrastare interferenze economiche ostili.
Nessuno di questi strumenti può essere attivato da un singolo Stato. Se l’Europa non risponde unita, non risponde affatto.
Una crisi che scuote la NATO
La crisi groenlandese ha portato le relazioni transatlantiche “al livello più basso mai raggiunto” e ha fatto precipitare la NATO in una “crisi esistenziale”. Se l’Europa si divide:
- a NATO diventa un’alleanza sbilanciata, dove gli Stati Uniti impongono e l’Europa subisce;
- la fiducia reciproca crolla;
- la sicurezza collettiva viene compromessa.
L’unità europea è quindi anche un atto di autodifesa dell’Alleanza Atlantica.
Il ruolo dell’Italia: da spettatrice prudente a garante dell’unità europea
Finora l’Italia ha mantenuto una postura prudente, quasi defilata. Ha aderito alle dichiarazioni congiunte europee, ha sostenuto la sovranità danese, ha ribadito il rispetto del diritto internazionale. Ma non ha guidato. Ha seguito.
Eppure, in questa crisi, la posizione italiana non può essere quella di un comprimario. L’Italia è un Paese fondatore dell’Unione, terza economia dell’Eurozona, membro del G7, potenza mediterranea con interessi diretti nella sicurezza europea e nelle rotte energetiche. Non può limitarsi a una diplomazia di basso profilo mentre si decide il futuro dell’ordine europeo.
L’Italia deve diventare uno dei garanti dell’unità europea
La frammentazione è l’obiettivo tattico della Casa Bianca. L’Italia, con la sua capacità di dialogo tra Nord e Sud Europa, può essere uno dei pilastri della risposta unitaria, impedendo che la Danimarca venga isolata.
Se passa il principio che un alleato può forzare un Paese europeo a cedere territorio, nessuno è al sicuro.
L’Italia ha territori strategici nel Mediterraneo, basi NATO cruciali, infrastrutture energetiche sensibili. Difendere la Danimarca significa difendere il precedente giuridico che tutela anche noi.
L’Italia può essere il ponte tra i Paesi nordici, direttamente coinvolti, e quelli mediterranei, più esposti alle ritorsioni commerciali americane. E può farlo, valorizzando la propria crescente presenza nell’Artico, dalle basi scientifiche alle partnership industriali.
La crisi groenlandese non è un incidente diplomatico. È un banco di prova. Per l’Europa e per l’Italia. Un Paese fondatore non può limitarsi a seguire. Deve guidare, mediare, proteggere, proporre.
L’Italia deve diventare uno dei garanti dell’unità europea e della sovranità danese, contribuendo a trasformare questa crisi in un momento di maturazione geopolitica dell’Unione.

