di Carmine De Pascale @gen.depascale
C’è una verità scomoda che attraversa i conflitti del nostro tempo come una corrente sotterranea: il caos non è un incidente. È una strategia. Un metodo antico, oggi più raffinato, più globale, più pervasivo. Dove esplode una guerra, dove crolla un governo, dove si incendia una regione, quasi sempre c’è un filo che collega tutto: il controllo delle risorse energetiche.
Non è un caso se le aree più instabili del pianeta coincidono con quelle più ricche di petrolio, gas, minerali critici, rotte marittime strategiche. Non è un caso se le grandi potenze si muovono come giocatori di scacchi su una scacchiera che va dal Mar Rosso all’Artico, dal Sahel al Mar Cinese Meridionale. E non è un caso se ogni crisi locale diventa immediatamente globale, perché l’energia è la linfa vitale del mondo moderno
La guerra in Ucraina non è solo un conflitto territoriale: è una battaglia per il controllo dei gasdotti, delle rotte del grano, delle infrastrutture energetiche che alimentano l’Europa. Il conflitto nel Sahel non riguarda solo instabilità africana: riguarda l’uranio, il gas, le nuove rotte che Russia, Cina, Europa e Stati Uniti cercano di dominare. Le tensioni nel Mar Rosso non sono solo pirateria o terrorismo: sono la pressione su uno dei corridoi più vitali per il commercio e l’energia globali.
Ogni guerra ha una bandiera. Ma dietro ogni bandiera c’è un oleodotto, un porto, una miniera, un cavo sottomarino, un giacimento di terre rare.
C’è però un conflitto che sembra sfuggire alla logica energetica che lega molte delle crisi contemporanee: quello israelo‑palestinese. Le sue radici affondano in un terreno diverso – storico, identitario, religioso, politico – e precedono di decenni l’era della competizione globale per le risorse. Non nasce per il controllo di petrolio o gas, né per la dominazione di rotte commerciali. È un conflitto che esplode per ciò che le comunità credono di essere, non per ciò che possiedono.
Eppure, anche qui, l’energia è diventata un fattore strategico. Negli ultimi quindici anni Israele ha scoperto enormi giacimenti di gas offshore, trasformandosi in un attore energetico emergente nel Mediterraneo orientale. Questo ha ridisegnato alleanze, rivalità e interessi regionali. Gaza, pur priva di risorse significative, si trova vicina a queste infrastrutture e rappresenta un punto di vulnerabilità permanente. Attorno, si muovono potenze come Iran, Turchia, Egitto, ciascuna con la propria agenda energetica e geopolitica.
Il risultato è un paradosso: il conflitto israelo‑palestinese non nasce dall’energia, ma oggi si svolge in un’area che dell’energia è diventata cruciale. Non è una guerra per le risorse, ma è una guerra che influenza, e viene influenzata, dalla nuova geografia energetica del Mediterraneo. Un’eccezione, sì, ma un’eccezione che conferma quanto profondamente il tema energetico stia penetrando in ogni dinamica di potere globale.
Il caos – come strumento geopolitico – indebolisce gli avversari, frammenta le regioni strategiche, giustifica interventi, apre spazi di influenza. È un linguaggio che le potenze conoscono bene, al fine di creare instabilità per controllare le rotte, alimentare tensioni per negoziare da posizioni di forza e usare l’energia come arma diplomatica o economica. Il caos non è un incidente, è una strategia.
In tale quadro, si inserisce il cambiamento climatico che amplifica tutto: siccità, migrazioni, crisi alimentari, collasso degli Stati fragili. E mentre la domanda globale di energia cresce, la competizione per accaparrarsi risorse e tecnologie diventa feroce.
L’Europa è il continente che dipende dall’esterno per la maggior parte dell’energia che consuma e la guerra in Ucraina ha mostrato quanto fosse fragile la sua sicurezza energetica. La corsa alle materie prime critiche la costringe ora a ridefinire le proprie alleanze con Africa, Mediterraneo, America Latina. In sostanza, l’Europa è un gigante industriale con piedi energetici d’argilla.
Se l’Europa è fragile, l’Italia è il suo punto più esposto. Siamo la seconda manifattura d’Europa, ma importiamo oltre il 75% dell’energia che consumiamo. Non abbiamo risorse fossili significative, non abbiamo filiere autonome sulle tecnologie critiche, non abbiamo infrastrutture pienamente adeguate alla nuova geografia energetica. Le nostre fragilità sono chiare:
- dipendenza dal gas come fonte di transizione;
- ritardi infrastrutturali su rigassificatori e porti energetici;
- burocrazia paralizzante che rallenta le fonti di energia rinnovabili;
- assenza di una strategia industriale sulle tecnologie chiave;
- Mediterraneo instabile, da cui dipendono le nostre forniture.
Ogni crisi in Libia, Algeria, Tunisia, Egitto, Sahel o Mar Rosso è una crisi italiana. L’Italia può ridurre la propria vulnerabilità solo con una strategia multilivello, trasformando il Mediterraneo in un corridoio energetico e accelerando sulle rinnovabili come scelta di sicurezza nazionale. Inoltre, sarà necessario costruire filiere industriali strategiche, diversificare fornitori e rotte e proteggere le infrastrutture energetiche come siti di primaria importanza. Infine, sarà utile unire diplomazia, industria e difesa in una sola visione.
In conclusione, il XXI secolo sarà ricordato come il secolo in cui l’energia ha deciso la pace e la guerra. Capire i conflitti significa capire l’energia. E capire l’energia significa riconoscere che il caos, oggi, è spesso una strategia.
L’Italia può scegliere se restare un Paese esposto, costretto a inseguire le crisi o diventare un attore capace di anticiparle, guidarle, trasformarle in opportunità.
La nostra posizione geografica è un dono. La nostra dipendenza energetica è un limite. La nostra capacità di trasformare il limite in forza sarà la vera sfida dei prossimi vent’anni.

