di Edoardo Crisafulli
Volete un’immagine calzante per descrivere l’universo social mediatico? Il Far West dei pistoleri, dei giustizieri, dei cacciatori di taglie, dei banditi, ma anche degli allevatori di bestiame, degli imprenditori temerari, senza peli sullo stomaco e al tempo stesso visionari (costruttori di case e ferrovie), dei cercatori d’oro – difficile dire chi fosse il buono e il cattivo, i ruoli erano intercambiabili. La competizione – o lotta per la sopravvivenza – si svolgeva su un palcoscenico mitizzato da Hollywood: terre fertili e brulle, canyon maestosi, praterie sconfinate. In quei luoghi, che solo l’opera dell’uomo ha reso ospitali, il debole era destinato a soccombere, stravinceva il più forte, il più prepotente, ma anche l’avventuriero più coraggioso, il più astuto. Una selezione darwiniana spietata alimentata da una convinzione di matrice protestante: i prescelti da Dio sono coloro che hanno successo in questa vita. Ogni tanto spuntava lo sceriffo a ristabilire ordine e giustizia ma…per poco! I protestanti non si curavano del fatto che cowboy e banditi adorassero il Dio dollaro, tutti credevano ciecamente nel ‘sogno americano’. Nessuno, insomma, metteva in discussione il sistema. Sono fiorite varie teorie sul perché il sogno americano, pur criticato da scrittori e intellettuali, abbia attecchito, e sia ancora così tenace. Due verità elementari vanno dette: gli americani, fino al Novecento, nascevano liberi a differenza dei loro parenti europei, le classi sociali in America non erano camicie di forza; i poveri non si vedevano come proletari pronti alla rivoluzione marxista, bensì milionari potenziali, in attesa dell’occasione giusta. In effetti tanti americani diventavano ultra milionari partendo dal nulla, e quasi tutti – fra cui i nuovi immigrati straccioni dall’Europa – concretizzavano il loro desiderio di riscatto dalla miseria. L’universo social mediatico è altrettanto selvatico e sregolato, si ha l’impressione che i territori vergini siano ancora vastissimi, tutti accettano il sistema senza davvero capirlo perché si illudono di trarne solo vantaggi, convinti di essere totalmente liberi – come profetizzava Warhol, Facebook ha concesso alla persona qualunque un quarto d’ora di notorietà. E…anche lì, in quell’universo virtuale, spadroneggiano pochi soggetti potentissimi. Uno su tutti: Mark Zuckerberg, il geniale fondatore di Facebook.
Haifa, Israele, l’anno in cui Facebook venne al mondo, il 2004. Me ne parlava, incantata, una giovane giornalista israeliana. Eravamo in piena Intifada, “ben vengano le chiacchiere sulle novità tecnologiche d’oltreoceano”, mi dicevo. Era difficile per me compartecipare a quell’entusiasmo straripante, Facebook mi pareva una delle tante bizzarrie dei nostri tempi frizzanti. “Cos’è questa storia, un profilo pubblico per condividere fra sconosciuti notizie personali insulse e foto di famiglie felici, di gattini e di pranzi o cene? Ma dai, su…” E invece in pochi anni Facebook cresce a dismisura, fino a diventare una realtà incredibile, pazzesca, con cui è inevitabile fare i conti. Si diffonde come un fuoco alimentato dal vento nella sterpaglia. Per qualche tempo, nel mio ambiente di lavoro – la promozione della cultura e della lingua italiane nel mondo – ci siamo potuti permettere di snobbare la madre dei social media. Dal 2010 circa non più, l’esplosione di interesse per la creatura di Zuckerberg ci ha trascinati in quella dimensione così impalpabile, immaginaria, eppure generatrice di effetti reali e tangibili, sicché ci siamo posizionati anche noi su Facebook. Se nel 2004 mi avessero detto che nel giro di qualche anno l’impatto del mio lavoro promozionale, negli Istituti Italiani di Cultura, sarebbe stato giudicato anche dal numero dei “like” dei miei post su Facebook, beh, avrei considerato un marziano il messaggero di una notizia che, all’epoca, pareva strabiliante. Al pari di tutti i “non nativi digitali”, io, classe 1964, sono passato dall’imbarazzo iniziale all’entusiasmo dei neofiti. Nel 2009 avevo appena pubblicato Le ceneri di Craxi e il mio editore, Rubbettino, mi spingeva a usare Facebook per promuovere quel saggio, e così feci, con buoni – e per me sorprendenti – risultati. Grazie a Facebook, poi, ho ritrovato amici di infanzia, ex compagni di scuola, ho stabilito connessioni con comunità con cui condivido ideali politici e interessi culturali.
È innegabile, Facebook ha rivoluzionato la politica e, per molti aspetti, le nostre stesse vite. Nel bene e nel male. Un Aristotele redivivo direbbe che siamo diventati “animali social mediatici”. Oggi Facebook ha quasi 3 miliardi di iscritti attivi, e infatti Papa Francesco volle incontrare Zuckerberg, conscio dello smisurato potere accumulato da questo ex ragazzotto di talento. “Il sogno social mediatico” ha dato voce e volto alle moltitudini che erano confinate nell’anonimato – preferisco dir così che accodarmi al commento snobistico di Umberto Eco, secondo cui Facebook avrebbe dato voce a “legioni di imbecilli” un tempo confinati al bar del quartiere. Facebook, prima di incepparsi, è stato un formidabile canale per la circolazione delle idee, senza censure. Sul piano economico, ha garantito una miriade di opportunità: ha generato nuove occupazioni (gli influencer e i blogger…), pubblicità a prezzi contenuti, informazione gratuita accessibile a tutti, e…tanti affari – in buona parte leciti.
Facebook, l’abbiamo dimenticato, è figlia del capitalismo selvaggio all’americana. Di nuovo: sia nel bene (la capacità di produrre benessere è maggiore rispetto al capitalismo sociale europeo), sia nel male (la concorrenza è feroce, in nome del profitto non si guarda in faccia a nessuno). Riemerge l’illusione del Far West: siamo tutti liberi e uguali, basta solo olio di gomito, determinazione …e voilà, sfonderemo. Intendiamoci, il profitto e il desiderio di aver successo sono molle importanti per lo sviluppo, guai però se la libertà d’impresa si tramuta in arbitrio d’impresa. A quel punto scopriremo, a nostre spese, che siamo tutti liberi, ma qualcuno è più libero degli altri. Laddove non vi sono né regole né autorità indipendenti, democratiche, preposte al controllo degli “spiriti animali del capitalismo’, emerge sempre il rovescio della medaglia scintillante. E infatti ben presto le nubi nere si sono addensate all’orizzonte. E un giorno ci è piombata addosso la grandine, dura, sferzante. I populisti di ogni risma e colore politico avevano trovato il loro Far West virtuale, dove spadroneggiare e infierire sugli avversari. Ma hanno stravolto il copione dei film di John Ford a lieto fine, ora è lo sceriffo che ci lascia le penne. Questo perché lo sceriffo, su Facebook, è odiato più del delinquente. Il leone da tastiera-pistolero che spara allo sfigato di turno, alla sagoma prescelta per il tiro a segno, e poi si nasconde furbescamente, è il nuovo eroe dei frustrati e dei malmostosi – una marea assordante sgomita! Con buona pace di Hollywood, nell’immaginario social mediatico il cattivo, soprattutto se rabbioso e prepotente, soppianta sia il buono che il mite, e infatti al cattivo tutto è consentito. Non sappiamo se il Far West reale fosse così, probabilmente sì. Eco oggi direbbe che il problema sono le legioni di “incarogniti, incazzati, biliosi”, ovvero: i leoni da tastiera. Non è che Zuckerberg li abbia inventati, smaniavano già, ma Facebook ha dato loro una piattaforma letale, su cui picchiare duro, nella certezza di farla franca. Nell’illusione di contare qualcosa ed essere liberi. Questa sensazione di impunità – perché questo è: la libertà non può essere né assoluta, né irresponsabile! – ha ringalluzzito troppa gente. Il successo strepitoso di Facebook ha riportato a galla il grumo nero sedimentato in ognuno di noi. Perché la cattiveria e l’aggressività infiammano così facilmente gli animi? Perché le menzogne e le bufale – se coerenti con i preconcetti che ci siamo ficcati in testa – attirano infinitamente più della verità? Dobbiamo rassegnarci: è, questo, il DNA psichico degli esseri umani. Gli ideatori di Facebook l’hanno capito bene. Ma il fatto che non possiamo cambiare la natura umana non implica che dobbiamo rassegnarci a vivere in un mondo sregolato, caotico, in cui il più prepotente e più bugiardo vince sempre. Facebook, ovvio, mantiene le sue potenzialità positive, ma le pallottole sparate in libertà ormai sono troppe. Anziché indossare giubbotti anti proiettile, dobbiamo demilitarizzare lo spazio social mediatico, per così dire. Voglio che vinca Gary Cooper, lo sceriffo buono di Hollywood. Senza regole, senza giustizia, cari miei, non c’è libertà. Riflettiamoci e prendiamo le misure giuste, prima che sia troppo tardi.

