Se tutti i libri di Storia fossero così, saremmo tutti un po’ più saggi. E saggi non solo perché edotti, ma proprio perché più ricchi di esempi illuminanti da ricordare nella vita quotidiana.
Imma Eramo ci racconta di alcune grandi figure del passato remoto in modo finora mai esplorato. Il suo è un vademecum entusiasmante, mai banale, e davvero approfondito su come intelligenza e astuzia (la “Metis”) possono renderci migliori. E quindi migliorare l’intera società.
Docente di esegesi delle fonti di storia greca e romana, nonché di letteratura latina presso l’Università degli studi di Bari, il suo “Il mondo antico in 20 stratagemmi” è un volume pubblicato due anni fa da Laterza, ma di attualità costante (come tutta la Classicità è sempre stata, del resto).
Le abbiamo rivolto alcune domande subito dopo aver voltato l’ultima pagina del suo appassionante viaggio nella Storia, tra le gesta di uomini e donne che hanno lasciato tracce indelebili nel nostro comune sentire, ma dei quali non sappiamo ancora abbastanza.

Perché questo libro?
E perché no? Perché non aggiungere un altro esemplare all’insieme di saggi che si occupa di mondo antico? Non voglio eludere la domanda, solo riflettere sul fatto che in molti si occupano di mondo antico, pur non avendone conoscenze e competenze. Questa provocazione è stata la spinta finale per dare corpo a un’idea già presente, e già chiara e concreta, che è a sua volta nata da più istanze: curiosità, piacere nel racconto, volontà di raggiungere una platea più ampia di interessati al mondo antico, l’esperienza in quella che nel mondo accademico si chiama «terza missione», fatta di conferenze, incontri, gruppi di lettura. Infine, desiderio di tentare un approccio diretto ma un po’ insolito ai fatti del mondo antico, da parte di chi non è storico per mestiere, bensì filologo: raccontare storie con il sorriso, spoudaiogeloion, come dicevano gli antichi (non c’è bisogno che lo spieghi, il termine è su Wikipedia!).
La definizione di “Metis” di Detienne e Vernant, che lei riporta nell’Introduzione al suo saggio, sembra lontana anni luce da ciò cui siamo ormai abituati ad assistere nello scenario della politica nazionale e internazionale. Cosa pensa, a riguardo?
Sembra, non lo è. La genialità di quella definizione sta nella sua atemporalità, oltre che nell’originalità. La metis definita da Detienne e Vernant esiste ancora oggi, è presente e soprattutto operante. Come ho cercato di spiegare nell’introduzione al libro, la metis si adatta a tutte le realtà quotidiane, ma ha terreno privilegiato proprio nella politica, non solo del mondo antico. Secondo un comico del V sec. a.C., Eupoli, il politico deve farsi ‘polyplokos’, prendere le sembianze del polipo, cioè adattarsi a tutte le situazioni, assumere tanti aspetti quanti sono quelli che le circostanze o i suoi interlocutori richiedono, reinventarsi continuamente. Questa definizione si attaglia alla realtà delle poleis del V sec. a.C. Ma siamo proprio sicuri che non riguardi anche la nostra realtà?
Leggendo di Ramses II nella battaglia di Qadesh, scopriamo il primo trattato internazionale di pace della Storia. Ma restano dubbi sulla sua veridicità assoluta. Lei ritiene che ve ne siano altri, di documenti storici artefatti pur di narrare una gloria inesistente? E quanto ancora, nella politica odierna, possono esserci simili esempi?
In realtà non nutriamo dubbi sulla veridicità e fondatezza del trattato tra gli Egizi e gli Hittiti, che ci è poi stato tramandato proprio dagli Hittiti, quelli che Ramses faceva apparire come gli sconfitti. La menzogna è altrove. Sappiamo invece che Ramses non vinse la battaglia di Qadesh, anzi probabilmente la battaglia di Qadesh non fu mai combattuta; fu Ramses a mettere in moto la macchina della propaganda per fini politici. Spesso gli storici del mondo antico – e gli storici antichi stessi! – si cimentano in documenti sospetti. Mi sovviene il caso del così detto “Trattato di Filino”, uno dei trattati tra Romani e Cartaginesi che avrebbe ben definito le sfere di influenza politica dei due popoli. Se questo trattato fosse realmente esistito, come alcuni storici moderni sostengono, i Romani sarebbero colpevoli di più di una violazione. E allora crediamo a Polibio, il quale negava l’esistenza di questo trattato, che lui stesso non aveva trovato negli archivi pubblici (dove, si noti en passant, regnava il più grande disordine), e mettiamoci dalla parte dei Romani, i vincitori delle guerre puniche. Agli storici contemporanei lasciamo l’onere di trovare paralleli calzanti; di certo i meccanismi che oggi regolano le relazioni internazionali ma anche i mezzi di comunicazione sono più affinati e raffinati, e non ci permettono di effettuare valutazioni e comparazioni a cuor leggero. O almeno non mi sento di farlo io.
Didone, Cleopatra, Zenobia, Teodora… Tra le righe del suo saggio scopriamo una sua certa simpatia verso le figure femminili della Storia. Tuttavia lei crede che, ancora oggi, la Storia propinata a livello diffuso sia ancora troppo “maschilista”?
Non è un’orgogliosa rivendicazione di genere né un empito di rivalsa post-femminista. È, invece, un effetto collaterale di un leitmotiv che unisce tutte le storie del libro e che potrei definire la forza pervasiva e democratica della metis: tutti possono essere dotati di metis, donne al pari di uomini, ma anche poveri, deboli, indifesi, perché la metis non è la sophia, la sapienza che si coltiva con la cultura, ma è una forma innata di intelligenza, quella che permette di superare le situazioni di difficoltà e assicura la sopravvivenza. Ovviamente cito e ho citato queste categorie riferendomi specificamente al contesto storico e sociale ampio, ma dal nostro punto di vista circoscritto, del mondo antico. La metis è poi sì una forma innata di intelligenza, ma che tuttavia può essere esercitata e affinata o apotenziata. È vero, la storia, soprattutto la storia antica, è una storia declinata al maschile, ma questo è inevitabile, con buona pace di chi ama cimentarsi in pericolosi revisionismi, perché la tradizione delle nostre fonti è stata fatta da uomini, gli assoluti protagonisti della trasmissione dei testi. Non solo la trasmissione, ma anche la composizione dei testi – da cui la maggior parte delle nostre conoscenze della storia antica deriva – è stata opera maschile. È un dato che ci può dispiacere, ma di cui dobbiamo prendere atto, che ci piaccia o no.
Quanto è d’accordo con l’antifona per cui “la Storia è scritta dai vincitori”? Varrebbe la pena riformulare l’approccio stesso alla conoscenza, e vedere finalmente le cose anche dalla parte dei vinti?
Anche in tal caso siamo obbligati a non prescindere dalle fonti, che inevitabilmente sono faziose e nella maggior parte dei casi assumono il punto di vista che è loro più comodo, più utile, o più semplicemente l’unico che conoscono. Faccio solo un esempio: conosciamo Maratona, Salamina, le grandi battaglie che hanno visto protagonisti i ‘vincitori’ greci dalla loro unica voce, non conosciamo – se non gli specialisti – le fonti persiane, quelle del nemico ovvero quelle del ‘vinto’. Non sappiamo neanche se esistono, e quelle che esistono dobbiamo conoscerle, tradurle, commentarle. Inoltre raccontare la storia da più punti di vista è faticoso, non tutti vogliono (o possono?) farlo.
Stratagemma: l’accezione culturale più diffusa di tale concetto è spesso negativa. Cosa, invece, dovremmo recuperare dalla saggezza degli Antichi per riscoprire l’utilità pratica e, spesso, salvifica degli stratagemmi?
Basti pensare alla radice semantica. La parola stratagemma deriva dal greco strategos, che significa comandante. Si tratta, pertanto, di un termine proprio del lessico militare, e che tende sempre a conservare questa valenza, anche quando usato metaforicamente. Soprattutto nel greco classico, ‘strategema’ non ha affatto accezione negativa, indicando soltanto un’azione compiuta da un comandante con intelligenza. La svolta fu invece opera dei Romani, i quali non trovarono – non trovarono perché si rifiutarono ideologicamente di farlo – un termine latino che traducesse in modo preciso il greco ‘strategema’ cogliendone la valenza astuta e talora ingannevole. Si accontentarono di definire questo termine con una spiegazione, tutt’altro che chiara, il che la dice lunga sulla loro volontà di accoglierlo nel loro universo linguistico: strategema è quello che il comandante compie arte sollertiaque, con abilità e astuzia, potremmo tradurre, e che consiste sia nell’evitare che nello sconfiggere i nemici. Lo dice Frontino, autore di una raccolta di stratagemmi: il massimo esperto in questo campo.
Anche noi, come i Romani, possiamo fingere di non aver bisogno di stratagemmi, ma in realtà anche noi, come loro, pur se li stigmatizziamo li adoperiamo quasi quotidianamente. È inevitabile, direi, in una società altamente competitiva come la nostra. Dovremmo allora giustificarli? Non dico questo, ma considerarli per quello che sono, scindendo l’ambito etico da quello fattuale: ce lo ha insegnato Machiavelli.


