di Stefano Friani
Come se non fosse abbastanza cringe dover principiare con un meme un articolo suppostamente serio sul neorinato La Giustizia, ora mi toccherà pure specificare che il meme è della pagina molto squalificata Le più belle frasi di Osho. Per aggiungere cringe al cringe, poi, mi correrà l’obbligo di spiegare al lettore meno avvezzo che per cringe, appunto, si intende, a dar retta alla Crusca, «la sensazione stessa di imbarazzo» e in particolare «le scene, le immagini e i com
portamenti che causano tale sensazione». Insomma, si sarà capito: c’è del disagio e del maniavantismo in questo incipit.
Ma torniamo al meme. Meme è una parola che ha una sua origine discretamente nobile: l’aveva coniata il biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins (prima che la cancel culture si abbattesse su di lui) per identificare così l’entità base delle idee, insomma l’equivalente del gene per quel che riguarda i concetti. In Il gene egoista, Dawkins più per ipotesi che per volontà di arrivare effettivamente fino in fondo e prendersi la briga di dimostrare questa teoria, sosteneva che come l’evoluzione e la lotta per la sopravvivenza avveniva fin dal livello dei geni, allo stesso modo c’era una lotta di concetti che si esprimeva in questi meme, unità minime replicabili e trasmissibili da un individuo all’altro. Oggi quando parliamo di meme abbiamo in mente soprattutto dei contenuti digitali più o meno umoristici che si diffondono in modo virale sul web prevalendo nei like e nelle condivisioni rispetto alla vostra ultima analisi geopolitica sulla situazione del Sudan.
Dopo queste forse eccessive cautele che avranno fatto venire il latte alle ginocchia ai lettori più avvertiti, arriviamo finalmente a prendere in esame il meme in questione. La didascalia è chiara: Ve mancamo eh. Ancora di più se la associamo alla faccia un po’ mefistofelica e sornionissima, presa di tre quarti, di Gianni De Michelis, già ministro degli esteri, del lavoro e delle partecipazioni statali, nonché volto storico delle discoteche romagnole. In tanti (e io per primo) ricercano il suo Dove andiamo a ballare stasera? (con prefazione del deputato Virginio Scotti, meglio noto col nome d‘arte Gerry) come un cimelio introvabile fra i memorabilia della prima repubblica. Il messaggio del meme, tradotto in buona sostanza, è che si è cambiato tutto, rovesciato il mondo di prima per poi ritrovarci in mano a una banda di improvvisati. E allora, ma non si stava forse meglio prima?
A raccontarcelo non c’è solo il meme di Osho, per restare a facebook basta farsi un giro su Una foto diversa della prima Repubblica. Ogni giorno, curata da tal Pieter Freibeuter che nel trentennale di Mani Pulite ha pubblicato L’ultimo commosso saluto a un uomo molto amato (People, 16 euro) oppure gustarsi una sempreverde Donatella Rettore che dichiara Bettino Craxi il vincitore di Sanremo su Preposterous Prima Repubblica Memes. E ancora non ho menzionato la pagina Socialisti gaudenti, 221mila like e un logo inequivocabile col garofano a mollo nello spritz. A scorrere rapidamente questa sfilza di immagini da un mondo perduto ci si fa un’idea piuttosto precisa di quanto mancano quelle grisaglie, quegli occhiali con la montatura effetto tartaruga (a proposito c’è una pagina anche per loro) e in generale proprio loro, i protagonisti perlopiù scomparsi di quella romanticizzatissima stagione.
Cambiamo social, vi va? Su Twitter imperversano account piuttosto giocosi come Giovanni Caf o Bettino Rossonero: il primo caldeggia un ritorno delle baby-pensioni come panacea di tutti i mali, il secondo analizza le vicende calcistiche del Milan in termini di socialismo mediterraneo e direttive del Partito, contro la sinistra lombardiana che vorrebbe il 4-2-3-1 e i giolittiani per il 3-4-3. Gli utenti scrivono a Bettino Rossonero appellandosi al Presidente (che in realtà era tifoso granata) e lui ce lo immaginiamo da via del Corso che usa il linguaggio della verità mentre posta un’inchiesta dell’Avanti! contro la droga prima della sentitissima sfida con l’Atalanta in odor di doping. In copertina sul suo account campeggia un cuore di Bobo Craxi, una discreta medaglia da appuntarsi in petto. Solo qualche mese fa, poi, c’era FutMademoiselle – un altro account che ha come tweet fissato: «Pentapartito abbracciami e dimmi che andrà tutto bene» – che metteva in fila una galleria delle migliori foto di Gianni De Michelis, in cui spiccavano quelle iconiche al carnevale della sua Venezia.
Dappertutto poi si sprecano le gif e le foto di Bettino Craxi e De Michelis, i due rappresentanti più cool e larger-than-life degli anni belli e se ne ricava l‘impressione che l’antica scomunica ai socialisti sia stata superata dalla più parte dei nostri conterranei e che i tempi siano maturi per un approccio se non pacificato quantomeno scanzonato a quegli anni, finora avvolti dalla rimozione più tetra. Qualche tempo fa, a ulteriore dimostrazione che quel socialismo è ancora pop, mi è stato regalato un bel poster di Ciao Discoteca Italiana col garofano pansechiano e il simbolo del partito, solo leggermente rivisitato in chiave sala da ballo.
A oggi l’ingessato e residuale partito che ha raccolto la testimonianza dell’antico Partito Socialista Italiano sembra – vuoi per limiti anagrafici, per il gap digitale, ma anche e soprattutto per l’assenza totale di umorismo – aver completamente mancato questo (som)movimento. Eppure ci sarebbero molteplici esempi di una riscoperta non dico collettiva, ma quantomeno anticipata che ci arrivano soprattutto dalle arti, un tempo un mondo piuttosto frequentato dai socialisti.
Nel 2020, in occasione del ventennale della scomparsa di Craxi esce Hammamet di Amelio, che ha il merito non indifferente di riaccendere un dibattito e scoperchiare il vaso di Pandora della nostra storia. Il film viene visto da milioni di persone, ma arriva dopo un adattamento teatrale di Una notte in Tunisia (Einaudi) del recentemente scomparso (e conseguentemente canonizzato) Vitaliano Trevisan, per la regia di Andrée Ruth Shammah e con Alessandro Haber nel ruolo di Bettino. A ben guardare la fonte di Trevisan e anche di Amelio era la medesima: il bel libro-conversazione di Bobo Craxi e Gianni Pennacchi intitolato Route El Fawara Hammamet (Sellerio). E a proposito di libri la ricorrenza tonda ne ha portati in dote una discreta mole: da L’antipatico di Claudio Martelli (la Nave di Teseo) a Presunto colpevole di Marcello Sorgi (Einaudi) passando per Controvento di Fabio Martini (Rubbettino) e 30 aprile 1993 di Filippo Facci (Feltrinelli). È stato persino pubblicato l’incompiuto romanzo fantapolitico di Bettino Parigi-Hammamet, col cattivo intrigante Koros che somiglia un sacco a (sì, proprio lui) Soros – al quale, in quanto cattivo per antonomasia, ora si può addebitare fra le sue moltemila colpe soprattutto di fantasia anche una speculazione sulla lira che a distanza di trent’anni ancora non va giù. Suvvia, forse se ci appelliamo alla clemenza del tempo dovremmo essere i primi a esercitarla, no?
In musica poi ci sono state le nostalgiche dichiarazioni di Vanoni e Rettore («Quanto si stava meglio con Craxi!»), ma soprattutto sono arrivati nuovi artisti che hanno scritto pezzi e addirittura album sulla traiettoria politica e umana del leader socialista. E qui veniamo alle cose autenticamente nuove. Penso a un rapper come Gionni Gioielli, classe 1979, che con un immaginario che pesca a piene mani da GTA Vice City, Scarface, i paninari, la Ligera, riabilita Craxi proprio in quanto Ghino di Tacco, bandito non per forza Robin Hood. Un approccio rivendicatorio lontanissimo dalle beatificazioni a cui abbiamo assistito nel ventennale: non parliamo più quindi di un leader senza macchia travolto da un insolito destino nell‘azzurro mare d’agosto, ma di qualcuno che i propri torti ha fatto in tempo ad appuntarseli in petto. Le lyrics a dir poco disadorne delle canzoni di Gionni Gioielli – che hanno titoli come Gianni DeMicheli$ o Di Pietro was a Snitch, Make money like Bettino o Craxi vive – dipingono una Milano (da bere, ça va sans dire) che forse piacerebbe a Scerbanenco, a metà com’è fra la Chicago dei gangster e la città della moda di Trussardi e Armani.
Siccome però il rap non fa tanto per me qualche settimana fa mi sono ritrovato assieme a un foltissimo pubblico in un noto locale di Pietralata a recitare in coro quel discorso di Bettino Craxi al parlamento. Ero al concerto dei Bobby Joe Long Friendship Party, una band di coatto-wave per dirla nei loro termini, o per usare un’altra loro definizione, di synth pop da Roma Est. Quel mantra recitato collettivamente («C’è un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e con rigore, senza infingimenti, ipocrisie, ingiustizie, processi sommari e grida spagnolesche») apriva Dreaming Ambaradam, una delle due canzoni esplicitamente dedicata all’ex presidente del consiglio.
Con l’occasione del concerto ho avuto modo di parlare un po’ con il cantante Henry Bowers e l’ho portato a raccontarmi di questa loro fascinazione per «il perfetto statista di una comune di tagliagole». Henry Bowers è un bel tipo alla Bela Lugosi in occhiale scuro e frac di pelle d‘ordinanza, e d’altronde dal cantante di una band con un nome così c’è quasi da attenderselo. Io i BJLFP li scopro nell’ormai remoto 2019, quando esce Semo solo scemi, che trovo recensito su un boxino di Robinson mentre faccio rassegna, rendendomi improvvisamente conto di quanto sono invecchiato che scopro le band nuove su Repubblica. Intanto da tempo mi andavo studiando la questione socialista italiana per cui da figlio di genitori del piccì avvelenati con il craxismo e fautori dell’annosa questione morale e degli schiavettoni approdavo per convinzione e anche un po’ per amor di minoritarismo addirittura a tesserarmi col micragnoso Psi di adesso.
Il disco dei BJLFP anticipava di un anno il film di Amelio con il corredo di dibattiti da Mentana e Vespa e ancora da Vespa e da Mentana, in questa pubblica rivisitazione (con ravvedimento ed espiazione finale come da tradizione cattolica) di quella vicenda umana e del grande rimosso di un leader di una lunga stagione politica e culturale morto in esilio per alcuni e in latitanza per altri. Qui di seguito trovate la nostra chiacchierata.
SF: Tutta la musica dei BJLFP sembra saccheggiare molto dagli anni che coincidono con l’ascesa e il declino di Bettino Craxi, ma il vostro mi è sempre parso lo spirito di chi intende attualizzare e rovesciare la nostalgia. Se però molti ormai cominciano a pensare che socialismo possa non essere più considerata una parolaccia, forse nel 2019 si diceva ancora sottovoce, ammesso che si dicesse. E allora mi domandavo e marzullianamente ti domanderei se la vostra fissa fosse più una marinettiana nostalgia di futuro o un’archeologia sentimentale, un ritorno all’infanzia per capirci, o magari terza opzione se si tratta proprio di una riscoperta.
HB: Non c’è nessuna nostalgia nel trattare la figura di Craxi (seppur c’è la suggestione a livello personale di un qualcosa che appartiene alla mia infanzia, perché era la figura politica italiana più importante dell’epoca e di conseguenza è centrale mei miei primi ricordi a prescindere). C’è più che altro la consapevolezza del personaggio, della sua statura, ma non solo, della classe dirigente tutta e della società del tempo. La distanza del tempo è molto importante per farsi una idea delle cose, nel tirare le somme, nel capire se un sentiero è giusto o sbagliato e così via, specialmente se un certo periodo storico è poi determinante e disegna il percorso dei decenni a venire non solo per una nazione ma anche per un continente (perché l’Italia è tutto tranne un paese di seconda fascia, e di conseguenza ha la sua centralità nell’economia delle cose). Dunque la mia è una rivalutazione sulla figura di Craxi necessaria, perché io quando ero bambino me lo ricordavo imponente e autorevole e mi ricordo benissimo il giorno del lancio delle monete… un giorno triste per l’Italia… Oggi ho la mia idea su tutto quel periodo storico, quello che ha comportato poi, e nel mio progetto artistico (BJLFP) ho deciso di dedicare a Craxi il tributo che reputo opportuno.
SF: Altro giro: la questione di un lodo Moro in musica, ovvero della sintesi mediterranea che negli anni ’80 coi Litfiba, Giuni Russo, Battiato, andava per la maggiore. Mi avventuro: in particolare in Semo solo scemi che ha dei riferimenti abbastanza evidenti, penso a Dreaming Ambaradam o Aka Lawrence d’arabia, mi pare che il socialismo mediterraneo e a questo punto anche l’internazionalismo verso sud e la casa acquistata a Hammamet (dove erano andati a sbattere un po’ tutti: Man Ray, Gide, Cocteau, Klee) sia un utile contrafforte alla vostra poetica calatissima verso orizzonti e lidi esotizzanti, sbaglio? (Rendere esotica anche Roma Est, ci siete riusciti.)
HB: Non c’è proprio una intenzione simile nella composizione di alcune tracce, cioè legare tante cose così complicate e tutte assieme. Di sicuro c’è un certo tipo di cultura che emerge, si contamina e fa sì che tu (inteso come un qualsiasi fruitore con una cultura generale densa) ci veda tutte queste cose dentro. Magari ci stanno, ma più a livello inconscio, e dunque emergono come esalazioni o reminiscenze che poi comunque se ben distribuite all’interno dell’album contribuiscono a definire un paesaggio più ampio. Non immaginavo di fare un pezzo come Aka Lawrence D’arabia quando ho fatto Semo solo scemi, seppur avevo già composto #Perlasovranitànazionale e Dreaming Ambaradam (le due tracce legate a Craxi dell’album). È venuto fuori in maniera estemporanea ed ha avuto la sua ragione di venir fuori.
SF: C’entra in questa vostra rilettura di quel decennio anche il De Michelis di Dove andiamo a ballare stasera? Cioè, viste anche le vostre influenze in cui magari uno dei filoni potrebbe ricondurre all’italo disco e ai Righeira, quel paese che ballava e cresceva, negletto e bistrattato nei decenni a venire, è una playa felice a cui tornare per voi?
HB: Gli anni ’80 sono il decennio più importante e creativo per l’Italia dal dopoguerra ad oggi. Avevamo una nostra identità. È stato un decennio dove abbiamo avuto un nostro suono, una nostra estetica, che veniva esportata e considerata. È stato un decennio importantissimo che forse adesso stanno iniziando a capire anche i tizi che lo hanno come dici tu bistrattato. Ti posso fare mille esempi di quanto è stata dominante l’Italia negli anni ’80. Ma la cosa più bella di quegli anni (e io vengo dalla periferia), è che c’era fiducia, nonostante tutti i problemi, c’era fiducia e faceva benissimo De Michelis a ballare in discoteca.
SF: Ultima, la questione spinosa: il Craxi visto da destra, l’uomo forte del «A Bettino non je dovevi mai caca er cazzo» e «imponente e pettoruto anche ronalrega ha fatto rimbalza». Insomma, quello delle vignette di Forattini e di Sigonella che difende l’interesse nazionale e lancia avvertimenti contro l’Europa delle banche e se la prende con Soros che specula sulla lira. Piccolo ma anche veltroniano, Craxi è pure l’unico che fa una vera operazione di nation building mettendo in connessione un passato dimenticato – il Risorgimento e un Garibaldi bianciardiano visto come eroe popolare – con una tradizione da riscoprire, il socialismo nostro, quello milanese e di Turati, contro il Marx dogmatico a cui erano rimasti ancorati i comunisti, e soprattutto con un’idea di futuro: Italia centro del Mediterraneo, il progresso non ci fa schifo (la tv a colori invece di quella in bianco e nero di Berlinguer) e dunque moda, media, Milano da bere ecc. Vorrei sapere che ne pensate di questa sua popolarizzazione che è in fondo anche una versione un po’ rossobruna che circola e che mi pare abbia una discreta fortuna.
HB: Io penso che i grandi personaggi non rientrano nella collocazione destra o sinistra. Garibaldi può essere identificato come uno di destra o di sinistra? Molta gente sta rivalutando Craxi, sulla base di quello che tu hai appena elencato. Craxi che in piena ragione fa il coatto co’ Ronald Reagan piace a qualsiasi italiano che sente l’italianità e non in base all’estrazione politica. Perciò come dicevo all’inizio dell’intervista, la distanza del tempo serve a tirare le somme, i BJLFP hanno iniziato un po’ prima del mainstream (come spesso accade con l’underground che altro non è che avanguardia, da cui spesso e volentieri il mainstream attinge senza neanche dire grazie), ma sono sicuro che più passerà il tempo e più Craxi sarà rivalutato, anche a livello istituzionale. Tra l’altro è pure fico da ascoltare quando faceva i discorsi, e quando te ricapita più uno che scandiva le parole in quella maniera e con quella proprietà di linguaggio? Un po’ come quando guardi i filmati di Maradona, se te basi su di lui, allora dici «no, non posso fare il calciatore». Ecco, con Craxi è la stessa cosa, aveva una statura e una capacità unica, solo che non era un calciatore e la politica, soprattutto ai massimi livelli, non è un gioco e i meriti sportivi non esistono.
Finito il concerto, tornando a casa mi chiedevo: se persino i fascisti sono riusciti nel tentativo di rifarsi il look non una ma due tre volte, perché noi socialisti abbiamo deciso di rimanere frizzati in questo fermo immagine del partito degli assessori, in una comunicazione da Buongiorno, caffè e con collegamenti video comici oltre ogni dire in cui il maggior interesse per chi guarda spesso è desumere come sia il resto della casa di chi parla, tra stanze con luci patibolari e credenze di pora nonna su pareti pieni di croste che non si vedono nemmeno più a Porta Portese. Mai un libro, un disco, un oggetto che denoti un qualche gusto.
Un partito che dovrebbe risalire la china dei voti e che per farlo decide puntualmente di ripetere le stesse scelte che l’hanno portato a quei risultati. Senza scomodare Einstein qui, forse basterebbe un po’ di buonsenso. Ma non sono sicuro sia dello stesso tipo che ci porta a difendere le istituzioni di gran carriera ogni qual volta sembrino anche solo vagamente questionate (le solidarietà a La Russa, il soccorso alpino a greche ed ermellini, l’immancabile sostegno alle forze dell’ordine ecc.) o a oscillare fra un moderatismo bolsissimo per cui Schlein sembra Pol Pot e un populismo neorealista sudamericaneggiante. C’è un dirigente del partito che attacca ogni suo discorso citando Pertini come se fossimo ancora nell’Italia pre-Boom e non nel 2023: per cui gli italiani chiederebbero solo pane, casa e la possibilità di curarsi. Del resto è lo stesso che ritiene che populismo significhi stare dalla parte del popolo.
Pensavo questo tornando e pure che ci vorrebbe una nuova sintesi, una analisi sociologica seria, un bel ricambio, un restyling, o come minimo una sezione meme, chessò una pagina shitposting, tutte cose che dette così sembrano boutade, ma se guardiamo alla lezione degli anni ’80 magari scopriamo che no. Poi ho continuato a canticchiarmi in testa Bettino Craxi statista, per la sovranità nazionale, imponente e pettoruto, anche ronalrega ha fatto rimbalza.

