Giorgia Meloni è un premier tarantolata. Non sta mai ferma. Le piace un sacco viaggiare, vedere gente nuova e diversa. E soprattutto farsi vedere, un vezzo antico delle donne e dei politici di professione.
Per la frequenza con cui entra ed esce dagli aerei si può citare Blinken. È il segretario di Stato di un paese come gli Stati Uniti, che deve mettere bocca sulla guerra in Ucraina, nel Medio Oriente infuocato o tra europei divisi.
Meloni rappresenta un paese del Mediterraneo, come la Francia e la Spagna, ma ha meno responsabilità e incombenze internazionali. Ciò malgrado, non tralascia occasione per essere presente, farsi fotografare, riempire telegiornali e rotocalchi.
Infilarsi nelle riunioni, disporre di un invito a cena, frequentare lo stesso club nautico ecc. di chi contava era uno degli sport in cui era specializzato il nostro corpo diplomatico. Sapendo di essere ininfluente e per una ragione diversa dall’altra messo alla gogna, non restava che giocare la carta di farsi notare, se non proprio l’illusione di fare colpo.
Giorgia Meloni visitando i paesi di mezzo mondo ha visto aumentare l’autorevolezza o il peso del nostro paese? Non dico presso i Grandi della terra, ma almeno tra i nostri partner dell’Unione europea?
Diciamola con amarezza perché il suo insuccesso è una sconfitta secca per il nostro paese. Trattandosi di un premier donna il rammarico deve essere maggiore che se al timone di Palazzo Chigi ci fosse un maschio.
Ciò premesso, usiamo pure lo stile di un bar della Garbatella. La nostra Giorgia, al di là di qualche gentilezza di rito, non se la fila proprio nessuno.
Certo, cortesiucce e convenevoli d’avanspettacolo, mezza bocca schiusa al sorrisetto, qualche mellifluo inchino (alla donna più che all’Italia), il passo ceduto nelle sfilate.
Ma negli incontri che contano Francia e Germania non la degnano di un ammiccamento né di una spiegazione.
È il destino di chi è alla testa di nazione minore, di uno Stato inaffidabile, di un’organizzazione sociale e istituzionale sbrindellata o a pezzi, inefficiente e permalosa.
Si tratti dell’accesso ai musei, ai taxi, agli aeroporti, o ai luoghi di balneazione, alla mancanza (epocale dopo l’epidemia del Covid) di assistenza sanitaria o dell’infinita bestialità disumana dominante nelle patrie galere (dove potersi lavare non è un dovere né un diritto, ma un micidiale privilegio).
Tutto sta in piedi per miracolo, a rischio continuo di fuoristrada o tracollo.
È un po’ (molto) come l’immagine della Sardegna. Una meta molto pompata e assai spolpata (non esistono servizi elementari, se hai un malore la regola è che ci resti secco).
A dire queste cose può essere chi ha la perversione dell’anti-italiano. Ossia: non ha la malattia cenciosa dei sovranisti, si bea di essere un cittadino del mondo, cioè più felice che scoprirsi un concittadino dello sfasciacarrozze elettorale Matteo Salvini, un venditore di fumi imprenditoriali come Urso, un neghittoso e poco gaudente rimuginatore delle sagre dell’innobiliabile famiglia degli Agnelli e degli ardimentosi disegni dei fratelli Berlusconi ecc.
Sì, certo, ecco la fauna e la flora (poco importa se fascista o antifascista) di una premiership che se la suona e se la canta.
Ne scortano l’immagine popolaresca nei toni e nei gesti, quei cantori di regime che sono le penne mozze di un giornalismo derelitto, piagnucoloso, claudicante. Con eretta e prorompente libidine, a voce strozzata, solo per un refolo in Tv e radio, o nei giornalini di vecchi e nuovi paperoni.
Viaggi lunghi e brevi, sinuosa corte a Ursula von der Leyen, ai segretari dei partiti europei, gli insistiti, ora altezzosi ora anche puntuti, richiami, orgogliosi e patetici, ai successi di Fratelli d’Italia nelle elezioni europee e in quelle amministrative nostrane, hanno sortito misere bagatelle e schiaffi in faccia da far risorgere lo stesso Unto del Signore.
Ecco la grande lista nera di una debacle in grande spolvero. Quegli amici indocili e sibillini de Il Foglio qualche giorno fa, curando un bilancio degli equilibri europei, l’hanno chiamata l’Italia da Zeru Tituli.
È l’arguta e insolente cattiveria di un ex premier come Matteo Renzi e del vice-direttore de Il Foglio Salvatore Merlo, i rimorsi tenaci della ciliegina rossa pendula di Claudio Cerasa o la fotografia insopportabile di quel che si cerca di non far vedere?
La terza potenza economica continentale, la seconda potenza manifatturiera dell’Europa, ha assistito inebetita alla soccombenza sia dell’opposizione di sinistra (grazie all’incontenibile incompetenza di Elly Schlein) sia, e direi soprattutto, di un governo di centro-destra vittorioso alle elezioni europee e a quelle amministrative nostrane. Unitissima nell’autodafé della propaganda (ma divisissima fino alla rissa pressoché quotidiana scatenata da uno sfasciacarrozze come il ducetto leghista Matteo Salvini).
Alla fine, per accreditare il salto in avanti nelle gerarchie europee e internazionali Meloni ha perso il commissario europeo all’Economia, e resta assai incerta la compensazione con quello all’Industria; l’abilissima Schlein è stata spodestata delle cariche più importanti che deteneva fin dalla precedente legislatura, cioè la presidenza della commissione Econ (appannaggio di Irene Tinagli), il Consiglio di vigilanza della Bce, il Single Resolution Board.
A bocca asciutta per l’incarico di inviato per il Fronte Sud della Nato, per la guida della Bei, per la candidatura di Roma all’Expo, all’Amla (l’autorità europea per la lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo).
Dunque una debacle e grandi schiaffoni, uno dopo l’altro, significano la condanna dell’Italia all’ininfluenza, ad un ruolo minoritario, da comparsa e non da protagonista.
Di qui la domanda: invece di viaggiare tanto e purtroppo a vuoto, perché Giorgia non si sofferma a guardare ai drammi, alle sofferenze, alle ineguaglianze, alle perversioni che montano all’interno del paese? Orrori, devastazione, miseria, confusione e sopraffazione.
Anche qui l’elenco è molto facile da stilare.
Non c’entra poco e niente avere avuto natali fascisti. Nell’accusa di questo passato indecente ama trastullarsi una che ha sfilato nelle sommosse del 1968 in Svizzera e non ha appreso la grandezza morale di saper indicare una risposta concreta ad un problema concreto.
C’entra con la capacità di sapersi levare al di sopra di questa lamentazione storica di una disfatta collettiva, di volare alto, cioè di essere classe dirigente. Qualcosa di diverso di un’occupante di legislatura, cioè di un potere temporaneo, a termine. Come l’agendina di una donna di servizio.
È insopportabile, da prima repubblica, il controcanto per cui suicidi e sovraffollamento delle carceri sono un residuo annoso trasmesso da amministrazioni precedenti, anche di sinistra.
A indignare è questo vizio nazionale dello scarica-barile, la litania miserevole dell’io non c’entro.
Le analisi e gli esiti del benemerito gruppo di Antigone e di un parlamentare impeccabile come Romano Giacchetti ci hanno consegnato i seguenti dati: suicidi attesi 84, sovrappopolazione carceraria del 130-190% ammassata in spazi che sono 14.000 in meno del necessario. Le condizioni animalesche di vita, con la mancanza di acqua, aria, pulizie, refrigerio, ecc, denunciate in una lettera a Mattarella sono un omaggio tributato alle galere ungheresi di Orban.
Ebbene nella selva di capi e capetti, burocrati e politicanti dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia e della presidenza del Consiglio, nessuno si muove. Nessuno ha il minimo interesse umano e l’autorità per disporre interventi minimi come docce, bagni, dare aria e fare pulizie delle celle.
Un paese così non va privato di commissioni e incarichi, a Bruxelles. Va piuttosto bandito solennemente per la sua prassi ripetuta, cioè annosa dell’inciviltà. È il sentimento che alimenta l’odio contro le istituzioni e la vocazione a distruggerle.
Analogamente gli italiani e i turisti vegetano e più spesso muoiono negli ospedali rigonfi di ammalati, privi medici e infermieri.
La questione sanitaria in un paese in cui prevalgono i vecchi e sono investiti dalla malasanità gli esponenti di ogni generazione, è ormai una questione nazionale primaria.
Il governo pensa di cavarsela creando liste di priorità nel pronto soccorso senza disporre un finanziamento straordinario che riformi l’intero settore dell’assistenza.
Ormai è nelle mani di società private, anche straniere, al pari delle aziende che producono beni e mezzi farmaceutici. E il tempo di lavoro dei medici, anche negli ospedali, è dedicato in minima misura al servizio pubblico.
Non ci sono risorse, soldi per fronteggiare queste situazioni? Cara Giorgia scorri sulle pagine del Sole-24 Ore i bilanci dell’Eni e delle banche, pubbliche e private. Ma quando mai governi fascisti o di centro-destra (e anche di centro-sinistra) hanno osato levare le armi del prelievo fiscale, anche straordinario, contro quelli che Ernesto Rossi chiamava i Padroni del vapore?
Dunque per stare lontani dalla devastazione di un paese boccheggiante, è bene, anzi meglio, viaggiare, viaggiare molto, privilegiare un’inutilità e una mancanza di influenza che anche a Palazzo Chigi ti prende alla gola.


2 commenti
Nel leggere e rileggere queste righe (salvo che qualcosa mi sia sfuggito del loro significato, dal momento che sono molteplici gli aspetti toccati), si può ricavare l’impressione che niente si salva di quanto ha fatto o sta facendo Giorgia Meloni, il che, francamente, mi sembra essere poco realistico, e abbastanza improbabile, anche sul piano statistico, perche a mio vedere fatica a reggere la tesi secondo cui una parte ha sempre torto, mentre un’altra ha invece sempre ragione (a meno di posizioni fortemente ed esplicitamente ideologiche, che non dovrebbero tuttavia appartenere alla cultura politica di segno liberalsocialista).
Sempre a mio modesto avviso, sarebbe molto più credibile il non risparmiare da un lato le critiche, anche molto ferme e severe, e senza sconti, riguardo a determinate materie, ma al tempo stesso riconoscere che qualcosa si sta facendo per rimediare a situazioni che si sono sedimentate negli anni, e se il Paese è boccheggiante, mutuando l’aggettivo che troviamo sul finire di queste righe, non è oggettivamente pensabile che vi si possa porre rimedio in un “batter d’occhio” (quando poi sento parole come “far risorgere lo stesso Unto del Signore”, mi viene alla mente la durezza che gli fu allora riservata, nel senso che il tempo può talora far cambiare idea).
Paolo Bolognesi 03.08.2024
Forse, per rendersi conto del grande movimento della presidente e dei concreti risultati, può essere utile confrontarlo con il contenuto del c.d. “Piano Mattei”.