Condivido l’analisi e le proposte di Carlo Calenda cosi come sono uscite dal recente congresso di Azione. Vediamo le prime. Non si può che concordare sulla fine politica di questo finto bipolarismo. Finto perché di poli se ne sono presentati soltanto due alle elezioni del 2006 quando una legge elettorale, il famoso Porcellum, attribuiva un premio di maggioranza alla prima coalizione indipendentemente dalla percentuale ottenuta. Si mise insieme di tutto a sinistra, da Mastella a Bertinotti, e il governo durò solo due anni. In tutte le altre elezioni, svolte col Mattarellum e col Rosatellum, i poli erano più di due, da quello del patto Segni del 1994 che ottenne, alleato col Partito popolare, il 18%, fino a quello, in realtà era solo una lista, dei Cinque stelle che nel 2018 superò addirittura i due poli. Oggi l’attuale bipolarismo (mettiamoci pure anche l’alleanza Italia Viva, Più Europa, Pd, Asv, Cinque stelle) é anche finito politicamente. Lo lacera, non una cosuccia da niente, ma la collocazione europea e internazionale dell’Italia. Quanto potrà durare l’alleanza di governo tra un partito, Fi, che é parte del popolarismo europeo e appoggia la Von der Leyen, con un partito, la Lega, che in Europa é all’opposizione, vota contro il piano di difesa, appoggia pienamente tutta la politica di Trump? E quanto potrà ancora giustificarsi la ipotetica alleanza tra riformisti del Pd che votano il piano di difesa della Von der leyen, in armonia col gruppo dei Socialisti e democratici, e i Cinque stelle che li ritengono (vedi le accuse alla coraggiosa Pina Picierno) un drappello di guerrafondai? Mai come oggi il supposto bipolarismo si é trasformato in bi confusionarismo. Meglio dunque tornare al proporzionale come suggerisce Calenda e come prima di lui aveva ipotizzato Franceschini. Pare che anche la Meloni, conti alla mano, non sia contraria. Il problema, semmai, é come conciliare il proporzionale con il premierato, se la legge costituzionale verrà sottoposta a referendum e accolta dagli elettori. Ma andiamo con ordine. Se Renzi, a cui personalmente non ho mancato di indirizzare parole di sincero apprezzamento perché la medaglia per aver sostituito Conte con Draghi non gliela può togliere nessuno, ha deciso di intrupparsi in un polo (un abbraccio con la Schlein durante una partita di calcio può risolvere molte diffidenze), Calenda ha deciso di tenere duro collocandosi contro quel che ha definito bipopulismo. Dunque no ai Cinque stelle, che vorrebbe “distruggere”, proposito alquanto ambizioso ancorché nobile, e alla Lega, che sulla politica estera e in particolare sulla guerra all’Ucraina finisce per pensarla come Travaglio, col corollario dei vari professori e professoresse tra i quali la De Cesari e Orsini, e si inventa un pacifismo ipocrita che nasconde un filo putinismo d’antan. Europeista viscerale, o estremista come suggerisce Benigni, Calenda propone un’alleanza riformista e liberaldemocratica, il nome può essere diverso, sulla scia della maggioranza politica che si é formata in Europa tra socialisti e popolari. E fa appello ai popolari di Forza Italia, ai socialisti del Pd, i riformisti che votano in armonia col gruppo, in primis Gentiloni, ai socialisti non subalterni alla Schlein, ai repubblicani, a Marattin e al suo partito liberaldemocratico, ad associazioni e circoli, a singole personalità. Certo un conto é un’alleanza politica che sfasci i due poli, obiettivo politicamente corretto, e un altro é una costituente per creare un nuovo partito o una federazione di partiti che abbiano in comune lo stesso progetto. Su quest’ultimo punto occorre, a mio giudizio, chiarire l’obiettivo. Se la costituente verrà fissata, e l’obiettivo di costituire un nuovo partito, con nome e simbolo nuovi, sarà condiviso da più soggetti, anche il nostro movimento dovrà decidersi a farne parte. Se invece anche il nuovo soggetto sarà una federazione di partiti e di movimenti allora dovremo rapidamente creare il nostro con un nome, un simbolo, un tesseramento e un congresso costituente, che si riaffacci alla politica disegnata da Carlo Calenda con efficacia e che, consentitemi una citazione, io stesso, terzopolista da molti anni, assieme a pochi compagni, avevo suggerito al congresso del Psi del 2022, inascoltato. E la via intrapresa ha prodotto disastri.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


5 commenti
Calenda?
Quello che dopo aver trovato un accordo con Letta, si sfila perché quest’ultimo cercava un accordo anche con Sinistra Italiana e, così facendo ha fatto vincere il centro-destra?
Se anche la Premier non fosse contraria al proporzionale, conciliandolo col premierato, secondo quanto qui si legge, io “coglierei la palla al balzo”, come si usa dire, per andare su tale strada, che io ritengo quella più realistica per mettere insieme rappresentanza e governabilità, come del resto mi è ripetutamente capitato di scrivere anche su queste pagine.
Trovo invece meno praticabile l’idea che i “popolari di Forza Italia” possano aderire ad un’alleanza riformista e liberaldemocratica, nel senso di lasciare la “barca” del centrodestra per salire ed “avventurarsi” su altra imbarcazione, posto che, da quanto posso capirne, si riproporrebbe il dubbio verso quale “porto” politico farebbe poi rotta il nuovo scafo.
Paolo Bolognesi 01.04.2025
Non ho letto nessun commento su quel pseudo congresso straordinario del psi. Vorrei sapere cosa ne pensi
Torno sul binomio premierato e proporzionale, ritenendolo tema molto importante per i cosiddetti partiti minori, i quali, ove entrassero in una coalizione a sostegno del candidato Premier, potrebbero presentarsi col rispettivo simbolo, ossia con propria lista ed identità, e sarebbe altresì superata la questione del “voto utile” (posto che la soglia di sbarramento potrebbe essere molto bassa, dal momento che la governabilità sarebbe assicurata dalla elezione diretta del Primo Ministro), a maggior ragione se in caso di mancato superamento della soglia i voti ottenuti venissero distribuiti tra le componenti che hanno dato vita a quella determinata coalizione (nel senso che non andrebbero perduti).
Da come io la vedo, l’elezione diretta del Primo Ministro porta a riconsiderare il proposito, o il significato, del ridurre, in nome della governabilità, il numero dei partiti in campo, e questo può dare spazio al partiti minori, che diversamente si trovano a doversi aggregare, se non fondere, per superare la soglia di sbarramento, mettendo insieme storie e sensibilità diverse che semmai, nel prosieguo, arriveranno a separarsi di nuovo, o incontreranno difficoltà a “convivere”, ed è la ragione che mi induce a guardare con favore al premierato in abbinamento al sistema proporzionale nella elezione delle liste collegate, e penso che i liberaldemocratici qui citati dovrebbero appoggiare questa linea.
Paolo Bolognesi 01.04.2025
Si tratterebbe di duplicare nella sostanza il modello elettorale vigente per le Regioni, almeno quelle di mia conoscenza, ossia applicato ad un livello molto importante della nostra architettura istituzionale, modello ormai ampiamente collaudato e che non vedo messo in discussione onde tornare alla elezione dei Governatori in forma indiretta, ovvero da parte delle rispettive Assemblee, successivamente al voto (come un tempo si usava anche per i Sindaci oggi eletti direttamente).
In talune Regioni, non so se in tutte, funziona pure il cosiddetto Listino, cioè una quota di personalità o esponenti politici che il candidato alla Presidenza porta con sé in Consiglio nel caso venisse eletto, e in tale quota, che qualcuno definisce come aliquota maggioritaria, potrebbero trovare spazio anche esponenti dei partiti minori, il cui apporto nelle urne, ancorché in misura “minore”, può risultare comunque determinante per decidere chi sarà il Presidente della Regione.
A meno di pensare che la “alleanza riformista e liberaldemocratica” qui prefigurata possa sfociare in una entità politica di dimensione tale, quanto a consenso elettorale, da incidere sulla formazione del nascente Governo (che col proporzionale classico va a formarsi dopo l’esito delle urne), ma se una tale ipotesi dovesse far conto sui voti forzisti mi sembrerebbe essere abbastanza debole, perché non credo che da F.I. possano arrivarne tanti (anche se i vertici del partito decidessero di riposizionarsi).
Più realistica mi parrebbe l’eventuale idea di poter attingere dalla sfera dell’astensionismo, qualora si passasse giustappunto al “proporzionale puro” del passato, ma in ogni caso non credo possano derivarne numeri significativi, perché i partiti dell’epoca definivano a priori, nei loro Congressi, la linea politica e le alleanze, e su questo “pacchetto” si presentavano al voto, senza “incognite” posteriori per l’elettore, mentre l’attuale procedura congressuale mi pare diversa da quella in uso allora.
Paolo Bolognesi 02.04.2025