Mi chiedono perché mai un socialista dovrebbe votare per una lista che non sta né a destra né a sinistra, dunque fuori da entrambi i poli. Debbo premettere la domanda su quale possa essere l’identità socialista oggi. Togliamoci dalla testa che basti essere appartenuti al vecchio Psi che non esiste più da trentacinque anni. Tra defunti e aderenti ad altri partiti, di destra, la maggior parte, e di sinistra, una minoranza, non si può far riferimento ai pochi che ne restano. Abbiamo peraltro registrato una logica e crescente diminuzione di consensi nelle poche elezioni, dal 1994 ad oggi, in cui una lista socialista é stata presentata. Dal 2,1 delle Europee del 1999 dello Sdi, allo stesso risultato del Nuovo Psi nel 2004, si é passati all’1% scarso del 2008 della Costituente socialista. Questa via non é più percorribile. Smettiamo di seminare illusioni e di raccogliere delusioni. In un sistema come quello italiano che si esprime ormai componendo coalizioni, la principale identità si esprime attraverso la collocazione. Certo se intendiamo per identità socialista quella della Linke il cui leader si é definito proprio tale, allora possiamo allearci con Fratoianni che di quella posizione é genuino interprete. Ma noi non siamo mai stati socialisti massimalisti, integralisti, marxisti dogmatici e demagogici. Dal 1981 abbiamo abbracciato il riformismo e da metà anni ottanta il socialismo liberale. Siamo ancora tali? Il mondo di oggi ha messo in crisi anche questa identità? Io non lo credo. Anzi penso che i valori di un socialismo liberale dei nostri tempi sia ancora una buona ricetta per curare i mali della società, e innanzi tutto dell’individuo e non della massa a cui una sinistra dogmatica e arrugginita spesso si rivolge. Una società composta da individui con bisogni da soddisfare e meriti da valorizzare, anzi con individui di merito che contribuiscano a soddisfare individui che hanno bisogno, come sosteneva Martelli nel 1982. Lo stato resta sullo sfondo a orchestrare e a dirigere questo processo. Sostituimmo lo stato sociale, modello socialdemocratico europeo dove tutto é pubblico, con la società solidale, dove pubblico e privato coesistono, e dove il pubblico deve dettare le regole ma non necessariamente accingersi alla gestione. Ora, mi chiedo, tutto questo é superato? A fronte del crescente debito pubblico dobbiamo valorizzare il privato sociale o penalizzarlo e sostituirlo dalla stato? La scuola é un riferimento. Il 95% dell’educazione italiana é affidato allo stato. Lo slogan della sinistra “Più scuola pubblica” ha ancora un senso? Non é socialista invece mettere tutti gli alunni, dotandoli di un bonus, nella possibilità di frequentare le scuole che vogliono anche quelle d’èlite che sono loro negate? Ma ritorno al tema. Se il socialismo liberale é la sola ricetta di socialismo ancora attuale, i loro interpreti dove si possono collocare? Non con Salvini, per i rigurgiti anti immigrati e quelli putiniani. Ma neppure con Conte, che poi ha le stesse idee di Salvini tanto che ha governato insieme a lui. E che adesso rilancia la spesa pubblica con redditi di cittadinanza a tutti, anche al figlio di Bossi. Anzi, su questa rilevante materia (immigrazione e Ucraina) trovo che una nuova trimurti solidale si dovrebbe creare: quella di Salvini, Conte e Vannacci. Più o meno dicono le stesse cose anche se con toni e gradi diversi. Ora é evidente che un socialista liberale non possa stare con loro. Non a destra, non con questa sinistra, dominata da un’altra trimurti, quella di Schlein, Fratoianni e Conte, con Renzi e i suoi riformisti mal sopportati e perfino sostituiti, almeno nei desideri, da un’altra lista, composta da Onorato e da non si sa chi, proprio per distruggerli. Renzi vuole collaborare con alleati che intendono assassinarlo? Faccia pure. Non resta che il terzo polo per queste solide ragioni. La prima é che questo inaccettabile bipolarismo è anomalo rispetto agli altri paesi europei, dove in genere a un blocco liberale si oppone un blocco riformista. In Italia i liberali sono minoranza a destra e i riformisti minoranza a sinistra. A un bipolarismo fondato sull’egemonia di Forza Italia a destra e del Pd veltroniano a sinistra é poi subentrato, da noi, un bipolarismo dominato dagli estremi. La seconda é che i due poli sono divisi sulla politica estera, il principale banco di prova dei governi di tutto il mondo. Esistono putiniani a destra e a sinistra. Non penso che Vannacci sarà ammesso in coalizione con la Meloni ma se quest’ultima lo facesse dovrebbe mettere in discussione la stessa posizione italiana ed europea sulla guerra in Ucraina. Dall’altra parte é anche peggio. Conte, ma anche Fratoianni, hanno sostenuto che armi a Kiev non si devono più inviare. Il Pd nicchia, ma sarà costretto a mutare la sua posizione se non mette in chiaro che le posizioni dei due sono irricevibili a costo di rompere l’alleanza. La terza é che se nessuno dei due poli supererà il 42% e il Parlamento sarà eletto con il sistema proporzionale, le alleanze si faranno alla Camera e al Senato e il bipolarismo andrà in frantumi. Si costruirà un governo con parte del polo di sinistra e parte del polo di destra, magari richiamando Draghi o chi per lui. Che é proprio l’obiettivo esplicito del Terzo polo che non sarà voto inutile ma voto utile, utilissimo per il bene dell’Italia e dell’Europa. E passerà necessariamente per la sconfitta del bipolarismo nostrano.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


2 commenti
Mi sembrano riecheggiare in questo Editoriale importanti e basilari concetti dl socialismo liberale, vedi quello di “una società composta da individui con bisogni da soddisfare e meriti da valorizzare, anzi con individui di merito che contribuiscano a soddisfare individui che hanno bisogno, come sosteneva Martelli nel 1982”, o il chiedersi se abbia senso volere più Scuola pubblica piuttosto che “mettere tutti gli alunni, dotandoli di un bonus, nella possibilità di frequentare le scuole che vogliono anche quelle d’èlite” (configurazione, quest’ultima, che trovo appropriata e rispondente, tanto da averla richiamata più di una volta nei miei commenti dei giorni scorsi, su queste pagine).
Non mi sembra in ogni caso fuori luogo “la domanda su quale possa essere l’identità socialista oggi”, dal momento che per anni, nel dopo Tangentopoli, ci siamo sentiti dire che i socialisti non potevano che stare a sinistra, nonostante sia andata da tale parte la minoranza degli aderenti al vecchio PSI, come ricorda anche il Direttore, e ove dovesse verificarsi la terza delle ipotesi qui riportate, ossia quella che “se nessuno dei due poli supererà il 42% e il Parlamento sarà eletto con il sistema proporzionale, le alleanze si faranno alla Camera e al Senato e il bipolarismo andrà in frantumi”, c’è da auspicare che il Terzo Polo non escluda di poter trovare intese col centrodestra.
Paolo Bolognesi 27.09.2026
Condivido soprattutto un punto: l’identità socialista non può essere ridotta alla nostalgia di una sigla, né alla ricerca ostinata di una collocazione dentro schieramenti nei quali finirebbe inevitabilmente per diventare marginale. Se il socialismo liberale e riformista conserva ancora una funzione, deve tornare ad essere progetto politico, non testimonianza del passato.
Da tempo penso che il problema non sia scegliere quale dei due poli ci somigli meno, ma costruire finalmente uno spazio politico che rappresenti ciò che nei due poli oggi trova sempre meno cittadinanza: cultura riformista, europeismo, garantismo, libertà individuali, giustizia sociale, responsabilità economica, laicità dello Stato. E questo spazio, a mio avviso, non può nascere dall’ennesima piccola sigla che pretende di autosufficienza, ma da una federazione tra culture politiche diverse e compatibili: socialdemocratica, socialista, liberale, repubblicana, radicale.
Il punto, quindi, non è stare “nel mezzo” per vocazione geometrica. È provare a ricostruire una casa politica per quella parte del Paese che non si riconosce nella radicalizzazione del bipolarismo. E, soprattutto, smettere di considerare inevitabile un sistema nel quale si possa esistere soltanto scegliendo a quale dei due schieramenti consegnare la propria identità.