Brutto regalo di compleanno per la premier danese Mette Frederiksen: da ieri è stata simbolicamente detronizzata dalla socialista Sisse Marie Welling. Lo hanno deciso i danesi, e soprattutto gli abitanti di Copenaghen, che dopo 122 anni abbandonano il Partito socialdemocratico per abbracciare il Partito popolare socialista (Socialistisk Folkeparti).
Era dal 1903 che la capitale danese restava saldamente sotto il controllo del centro-sinistra. Dal 1938, anno di introduzione della carica di sindaco, la città era sempre stata il castello dei socialdemocratici. Ora, invece, la nuova regina è Sisse Marie, che porta a casa quasi 7 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2021.
A 39 anni, Welling è già molto nota alla politica cittadina. Definita “radicale di sinistra” da molti, è stata prima consigliera comunale dal 2010 e poi assessora alla Salute dal 2018. Ha incentrato la sua campagna su temi molto sentiti a Copenaghen: qualità dell’aria, salute pubblica, ambiente, case accessibili e servizi per l’infanzia.
Anche se il suo partito si è piazzato secondo, dopo gli eco-socialisti della Lista Unità, grazie a un accordo coi partiti minori i socialisti hanno potuto “scrivere la storia in municipio”, come ha detto proprio la neosindaca Welling.
La sfidante socialdemocratica, Pernille Rosenkrantz-Theil, nota ai danesi per essere l’alter ego della premier, ha subito un crollo verticale di voti rispetto al 2021.
Pernille, sconfitta, non è stata nemmeno invitata nei negoziati che da oggi daranno una nuova amministrazione a Copenaghen.
Che diventa così la quinta capitale dell’UE a guida socialista e ambientalista, dopo Riga, Amsterdam, Budapest e Zagabria.
Ma la sconfitta dell’SD era nell’aria: ha perso 19 dei 44 sindaci uscenti, e pur restando il primo partito a livello nazionale, ha perso molto gradimento passando dal 28,4 al 23,2% delle preferenze. Nelle campagne, invece, si conferma l’estrema destra.
Gli elettori hanno scelto in base a urgenze locali, prima fra tutte il costo insostenibile degli alloggi: a Copenaghen gli affitti sono aumentati del 20% in un anno.
Con un’affluenza del tutto opposta a quella italiana, (aumentata fin quasi al 70%, con le votazioni proprio fate bene oltre l’orario di chiusura dei seggi) a determinare l’esito sono stati i grandi temi della politica nazionale.
Soprattutto, risulta sconfitta la linea dura adottata dalla prima ministra Frederiksen sulla migrazione.
La Statminister ha usato il pugno di ferro contro gli immigrati. La sua linea filo destrorsa è stata il tratto distintivo del suo secondo mandato. Ricordiamo che è stata lei a voler intavolare una strana e inquietante intesa con Giorgia Meloni, arrivando a mettere in discussione perfino la Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Per non parlare dei suoi scontri con Ursula von der Leyen, paladina europea della battaglia sui rimpatri degli immigrati irregolari.
La svolta a destra della Danimarca è stata cassata dalla scelta elettorale progressista dei grandi centri urbani. La leader socialdemocratica si è assunta la responsabilità della debacle: “Ci aspettavamo delle perdite, ma il calo è stato maggiore di quanto previsto“ ha detto. Forse tutto ciò non metterà in discussione il suo governo, ma offre molti spunti di riflessione sulla strada da prendere in vista delle prossime elezioni politiche, a ottobre 2026.
E a noi che importa? Beh: la Danimarca, storica roccaforte di socialisti dalle molteplici sfumature, ricorda civilmente a tutti che scivolare a destra non paga.


7 commenti
Se scivola a destra che razza di partito socialista è?
Appunto. Eppure lo hanno fatto. Siamo qui per non tralasciare nulla…
Decidere “quanti” immigrati si vogliono in casa propria non è scivolare a destra. Se hai risorse limitate puoi accogliere un certo numero di persone. Se ne accogli troppe tu e chi già vive in un territorio diventate più poveri in termini di ricchezza/capitale, salari e servizi pubblici pro capite erogati.
Decidere “quali” immigrati si vogliono in casa propria non è scivolare a destra. Se accolgo chi non riconosce le leggi della mia Repubblica Italiana poi mi troverò a essere minoranza e a vivere in uno stato nel quale alle donne non si riconoscono gli stessi diritti goduti dagli uomini , in una repubblica “confessionale” o in un paese con un governo del presidente di stampo “putiniano / chavista”.
Il tema dell’immigrazione non può essere affrontato in maniera ideologica, assolutamente.
Posto che si tratta di uno dei più naturali fenomeni legati alla natura umana, è dannoso sia adottare il pugno di ferro che fare il contrario ed aprire ogni porta senza nessun criterio/pianificazione.
Il pugno di ferro disumanizza e crea barriere tra le civiltà, spinge a misurare autoritarie (semplifico) che a catena ne portano altre, sempre. Siamo inoltre in piena crisi demografica, l’immigrazione è una risorsa necessaria anche dal punto di vista del funzionamento dello stato sociale.
Allo stesso modo, lasciare i portoni aperti senza criterio non fa che creare fenomeni di reazione nelle società, dando vita alla cultura della discriminazione, ghettizzazione e del razzismo, da entrambe le parti.
E va ovviamente da sé che in una società ideale le persone che emigrano devono attenersi necessariamente ai valori dello stato laico e del diritto del paese di arrivo, contribuendo all’arricchimento di questo entro le cerchia della cultura liberale ( quel che ne rimane) e socialista liberale (questa sconosciuta). Ciò prima di tutto per la loro stessa autonomia ed autodeterminazione e di conseguenza per la società in cui si andrebbero ad integrare (semplificazione).
Mi pare che fosse a cavallo degli anni ottanta e novanta che venni a sapere dell’impiego di lavoratori indiani nelle stalle della Val Padana…..
Grazie per la “moderazione”; non si sa mai….
Ah! mi pare che fosse tra la fine degli anni ottanta e novanta che venni a sapere dell’utilizzo di immigrati indiani nelle stalle della Val Padana….