Riflessioni sul caso della “famiglia nel bosco”, di Giuseppe Maria Toscano
Di fronte alla vicenda della “famiglia nel bosco”, il Paese, come al solito, si è diviso a metà. Eppure, in questo frastuono bipolare (salvo per qualche ragionevole moderato), sono stati tanti i particolari tralasciati. Particolari che avrebbero potuto portarci ad una riflessione seria sull’educazione e sul suo senso e che, forse, avrebbero potuto escludere, nel dibattito pubblico, le solite barricate su due fronti. Tra questi particolari ne cito di seguito alcuni che penso siano degni di nota, benché banali, legati sia al merito della questione, sia in parte al metodo fallace di chi si è trovato a dare un giudizio sulla stessa: 1)Nessuno mette in dubbio la buona fede o l’amore dei genitori, ma non devono e non possono essere soltanto la buona fede e l’amore il metro di giudizio del giudice nel predisporre l’allontanamento dei figli, e non devono e non possono essere la buona fede e l’amore dei genitori il nostro metro esclusivo per giudicare la bontà della scelta del giudice. Seppure, sicuramente, le intenzioni non erano cattive, per far crescere in modo sano un bambino non sono purtroppo sufficienti né l’intenzione di fargli del bene né l’amore nei suoi confronti. 2)Non possiamo e non dobbiamo dimenticarci per quale ragione questa famiglia è stata oggetto delle attenzioni prima dei carabinieri, poi degli assistenti sociali, infine del potere giudiziario. I bambini non sono stati allontanati “a caso” perché a qualcuno infastidiva la loro esistenza idillica. La famiglia era stata segnalata ai servizi sociali in seguito ad un fatto sicuramente non trascurabile: uno dei bambini aveva avuto necessità di soccorso e cure sanitarie, su richiesta e accompagnamento, tra l’altro, degli stessi genitori, perché aveva avuto un’intossicazione da funghi che non avrebbe dovuto mangiare perché velenosi e che invece erano stati scambiati, proprio da mamma e papà, come edibili. 3)Non si tratta quindi, come qualcuno ha detto, di uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. Il discorso non può e non deve, demagogicamente, ridursi a questo. Si tratta, invece, della semplice, banale, scontata, lapalissiana necessità di tutelare dei minori ai quali, nolenti o volenti i genitori, non erano garantiti diritti basilari come quello alla salute. Salute che, e questo è dimostrato sia dalla storia dei funghi sia dai sopralluoghi effettuati nell’abitazione della famiglia da parte dei servizi sociali, era sicuramente, in potenza e nei fatti, messa a rischio. Quanto descritto sopra vale per le ragioni giuridiche, non indifferenti, ma il discorso non si ferma qui. Chi ha parlato di Stato cattivo, di privazione illegittima della potestà genitoriale, di libertà di scelta nell’educare i propri figli messa in discussione, dovrebbe riflettere proprio sul grande, imponente, maestoso vulnus educativo e pedagogico di tutta questa storia, e comprendere una semplice, basilare verità: educare non vuol dire fare ciò che si vuole con i propri figli. Vuol dire anzitutto, invece, fornire strumenti. Strumenti per permettere ai propri figli di diventare autonomi. Strumenti per renderli capaci di vivere nel mondo che scelgono loro e non nel mondo che i genitori gli hanno confezionato. Educare vuol dire permettere ai figli di emanciparsi anche dagli stessi genitori, fatto che, evidentemente, nel caso della famiglia nel bosco non sarebbe stato possibile, non essendo forniti ai bambini gli strumenti sociali e cognitivi, che si sarebbero sviluppati, per esempio, grazie alla scuola o in generale al contatto con altri esseri umani. Come ci ricorda Khalil Gibran, “il tuo bambino non è il tuo bambino. È il figlio e la figlia della brama della vita per se stessa. Tu puoi dargli il tuo amore, ma non i tuoi pensieri.” Altrimenti, pur magari inconsapevolmente, si è tiranni, non genitori.
Nella foto, “Saturno che divora i suoi figli”, Francisco Goya, Museo del Prado, Madrid

