di Alessandro Angelone.
Introduzione: panico sui mercati? Macché, tenetevi pronti a sorridere.
Sentite anche voi l’odore di apocalisse economica nell’aria? I produttori di vino italiani si dicono “preoccupati”, Campari lancia un avvertimento su una possibile riduzione degli utili. Sembra l’inizio di un film catastrofico. Eppure, nonostante questo panico da manuale, io sono ottimista. Anzi, ottimista è dire poco.
La tesi è semplice: la folle crociata sui dazi del presidente Trump, che doveva mettere in ginocchio il mondo, sta in realtà danneggiando più gli Stati Uniti che l’Europa. La realtà, come spesso accade quando le aspettative, nere come la pece a inizio aprile, vengono smentite dai fatti, si è dimostrata molto, ma molto migliore del previsto. E i mercati, che amano le belle sorprese, ringraziano.
- La classifica al contrario: “America First” o forse… “America Trentasettesima”?
Ricordate lo slogan “America First”? Bene, a giudicare dai numeri dei mercati azionari, sembra più un augurio che una constatazione. Da inizio anno, mentre gli Stati Uniti si impegnavano a costruire muri commerciali, il resto del mondo brindava. Guardate questa classifica, è più eloquente di mille discorsi:
Italia: +25,0%
Eurozona: +14,0%
Cina: +11,3%
Azioni non statunitensi (in generale): +6,4%
Stati Uniti: -1,8%
Sì, avete letto bene: meno 1,8%. Come se non bastasse, sui 47 Paesi monitorati dall’indice MSCI, i rendimenti degli USA sono crollati al 37° posto, dal 4° che avevano ottenuto nel 2024. “America First” un corno. Dimostrando, ancora una volta, la regola d’oro del protezionismo: il primo a pagare il conto dei dazi è sempre chi li impone. Un autogol in piena regola.
- Il grande bluff: come i dazi fanno più rumore che danni
Ma come è possibile che una misura così aggressiva si riveli così innocua? La risposta è che, nella pratica, questi dazi sono un colabrodo. La spiegazione è talmente semplice che potrebbe capirla anche un ragazzino di terza media.
Le scappatoie: l’arte di aggirare il problema
Le aziende non sono stupide. Quando si trovano davanti a un muro, cercano una porta. O una finestra. O un buco nel pavimento. Trovano mille modi per aggirare i dazi: fanno transitare le merci in Paesi con tasse più basse, trovano scappatoie legali e, diciamolo, anche illegali. Il risultato? A fine luglio, il Tesoro americano aveva riscosso appena il 42% circa dei dazi previsti nello scenario peggiore. E la scappatoia definitiva potrebbe essere addirittura quella giudiziaria: una corte d’appello statunitense ha espresso forti dubbi sull’uso dei poteri di “emergenza” invocati da Trump per introdurre i dazi. L’intero castello di carte potrebbe crollare da un momento all’altro.
Cercasi agenti doganali disperatamente
C’è un altro problema, quasi comico. Per controllare tutte le merci in entrata, servono persone. Tante persone. E gli Stati Uniti non le hanno. Trump vorrebbe assumere diecimila agenti doganali, ma dopo i licenziamenti a casaccio della sua stessa amministrazione, la domanda sorge spontanea: ci sono davvero lavoratori qualificati che desiderano un ruolo con questi rischi e questa precarietà? Così, il muro commerciale di Trump non solo è pieno di buchi, ma mancano persino le guardie per sorvegliarlo.
- E il resto del mondo? Va avanti (senza gli USA)
La grande paura era quella di una guerra commerciale globale, con dazi e contro-dazi in un’escalation senza fine. Non è successo. Il “botta e risposta” iniziale con la Cina si è esaurito quasi subito.
Mentre gli USA si isolavano, gli altri Paesi hanno capito che il mondo è grande e pieno di opportunità. Invece di litigare, hanno iniziato a stringere nuove alleanze commerciali tra di loro, lasciando Washington a guardare dalla finestra. L’accordo di libero scambio tra Regno Unito e India ne è un esempio lampante, e l’Unione Europea si sta muovendo nella stessa direzione.
Il dato finale che ci rassicura è quello sulla catena di approvvigionamento globale. L’indice della Federal Reserve di New York, che misura la pressione su questa rete vitale, è a zero. Zero. Esattamente in linea con la media storica dal 1997. In parole povere: le merci continuano a circolare come se nulla fosse.
- L’Europa tira un sospiro di sollievo (e i mercati festeggiano)
E noi in Eurozona? Certo, il PIL italiano ha avuto una lieve contrazione (-0,1% nel secondo trimestre), ma non è una sorpresa. È come quando annunciano una grande nevicata: tutti corrono a fare scorta di cibo. Ovviamente, il giorno dopo la nevicata, i supermercati sono vuoti. Le imprese hanno fatto la stessa cosa: hanno anticipato gli acquisti nel primo trimestre per paura dei dazi, facendo sembrare il secondo trimestre peggiore di quello che è.
Nel complesso, l’Eurozona ha continuato a crescere e le aspettative sono buone. Ma ecco il punto chiave: un fattore sicuramente negativo, ma non così determinante come si temeva all’indomani del 2 aprile. E sui mercati finanziari, un esito “meno sfavorevole del previsto” è una notizia fantastica. È come prepararsi a un pugno e ricevere una carezza. La reazione è un sospiro di sollievo che si traduce in rialzi. I mercati non festeggiano una vittoria, festeggiano lo scampato pericolo.
Conclusione: quindi, alla fine della fiera, chi vince?
Riassumendo: la grande minaccia dei dazi di Trump si è rivelata più fumo che arrosto. Gli Stati Uniti si sono dati la zappa sui piedi, finendo in fondo alla classifica dei rendimenti. Il resto del mondo ha trovato il modo di aggirare il problema e ha stretto nuove alleanze, lasciando l’America a giocare da sola.
La grande minaccia si è quindi trasformata in un’opportunità per i mercati europei, che hanno tirato un sospiro di sollievo vedendo che la realtà era molto meno brutta delle previsioni. La lezione? Bisogna avere pazienza. Aspettatevi un andamento positivo per i mercati non statunitensi. Alla fine, l’unico muro che Trump è riuscito a costruire è stato quello contro cui ha fatto schiantare la Borsa americana.

