Dunque filtrano notizie poco rassicuranti per Zelensky che pure si é mostrato disponibile al dialogo con Trump. Il presidente americano ha elaborato un testo, evidentemente concordato con Putin, da sottoporre all’eventuale consenso del governo ucraino, peraltro già indebolito dagli scandali esplosi in questi ultimi giorni. Dell’Europa non vi é cenno alcuno, tanto che la Kallas, responsabile esteri della Ue, é il caso di dire che gliele abbia cantate affermando che senza il consenso dell’Ucraina e dell’Europa nessuna pace é possibile. Dalle notizie attinte si sa che il piano contiene 28 punti, tra i quali ve ne sarebbero alcuni decisamente favorevoli a Putin e cioè la cessione a sovranità russa dell’intero Donbass, e non solo delle zone conquistate, in cambio di una sorta di affitto da pagare a Ucraina e Stati uniti. Questo della monetizzazione della pace, gia avvenuto a Gaza, é una costante della politica di Trump che mette all’asta i principi. Poi la smilitarizzazione dell’Ucraina, che dovrebbe passare da un milione e trecentomila soldati a soli 100mila, nessuna adesione alla Nato e nessuna forza straniera di interposizione ai nuovi confini. Se questi punti fossero confermati sarebbe la resa di Kiev. Una sorta di conferenza di Monaco col Donbass al posto dei Sudeti e Kiev come obiettivo al posto di Praga. E si ritornerebbe alla logica dei blocchi contrapposti in base ai quali gli Usa e l’Urss non intervenivano nelle rispettiva aree di influenza a scapito dei diritti dei cittadini. Un enorme passo indietro con un’ulteriore aggravante. E cioè che Usa e Russia si trasformano oggi in alleati strategici contro l’Europa, ammesso che quest’ultima resti davvero unita (l’Ungheria è già persa). Per ora esprimiamo preoccupazioni serie e previsioni nerissime sul futuro dell’Ucraina. Domani é un altro giorno e si vedrà. E dopodomani il firmamento della coesistenza pacifica potrebbe avere una stella in meno.
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


4 commenti
Nel mio articolo “Il caos” avevo aperto qualche sottile linea di luce sui passi a venire, dopo la partaccia a Zelensky.
C’è chi sostiene che la svolta improvvisa del Piano Trump sia dovuta ai contenuti dei file “Epstein” sul presidente usa.
In sintesi gli ambienti russi erano coinvolti in quelle pratiche in qualche misura ed hanno in mano qualcosa di molto scomodo.
Al punto che se il piano portasse la firma “Putin”, nessuno si accorgerebbe che è invece (o dovrebbe essere) Usa.
Sia come sia, il piano è una oscena accozzaglia di sputi in faccia all’ Ucraina e allo stato di diritto, cosa che va molto di moda in molti scenari purtroppo.
Sono raggelato dal constatare di come tutto ciò sia accolto con grande favore in certi ambienti che si ostinano a dichiararsi di “sinistra” e che il Paese stesso considera “progressisti”. Allo stesso modo, ogni silenzio pesa quanto una dichiarazione in pompa magna.
Che enorme fallimento, nell’epoca dei nuovi fascismi, degli autoritarismi, constatare che nessun seme delle passate generazioni riformiste, socialiste, laiche, liberali, nonviolente abbia dato frutto.
Se non minoritario e messo all’angolo.
C’è qualcosa di profondamente stonato, quasi di sinistro, nelle indiscrezioni che filtrano sul piano negoziale “alla Trump”. Non per il pragmatismo – che in diplomazia è virtù – ma per il prezzo che si vorrebbe far pagare all’Ucraina e, soprattutto, per il ruolo marginale assegnato all’Europa, ridotta a mera comparsa nel teatro geopolitico dove altri recitano la parte dei protagonisti.
Del Bue coglie perfettamente il punto: se le anticipazioni fossero confermate, saremmo di fronte non a una pace, ma a un baratto. Un Donbass “messo a reddito”, una smilitarizzazione che sa di amputazione imposta, un’Ucraina ricacciata nel suo ruolo di terra di mezzo. Un modello di “stabilità” che ricorda tragicamente Monaco ’38, ma senza la dignità della tragedia: qui si rischia la farsa cinica, la messa all’asta dei principi.
In questo scenario, l’Europa tace o balbetta. E quando Kaja Kallas alza la voce, sembra la maestra che riprende due bambini che hanno già deciso da soli cosa fare del cortile. Pericolo vero: la saldatura tattica fra Trump e Putin – due potenze che, per convenienza, decidono di spartirsi non territori, ma sfere di influenza e diritti altrui – segnerebbe un tornante storico drammatico. Non solo per Kiev. Per noi.
È questa l’idea di “pace” che dovremmo accettare? Una pace che cancella l’autodeterminazione, disegna confini altrui col righello, pretende riconoscimenti unilaterali e riduce l’Europa a un contrappeso irrilevante? Se così fosse, non sarebbe una pace: sarebbe la resa dell’Occidente al suo stesso declino morale.
L’Ungheria l’abbiamo già persa, dice giustamente Del Bue. Il rischio ora è perdere anche la nostra idea di Europa: comunità di diritto, non di convenienze; spazio politico, non periferia del mondo.
Preoccupazioni serie, sì. Ma anche la consapevolezza che il futuro non si subisce: si difende. E, quando serve, si ricostruisce. Anche dalle macerie lasciate dalla “realpolitik” dei potenti.
Pongo una domanda. Vi siete chiesti a cosa servono o “dovrebbero servire” i famosi droni russi che hanno sorvolato i cieli di tanti stati ad est della cortina di ferro?
Avviciniamo la sorte della povera Ucraina – tanto armata dagli USA per “battere” la Russia! – a quella degli altri stati “dronati”.
Chiediamoci anche perché Orban è andato negli USA.
Potremmo chiederci molte altre cose su fenomeni politici degli ultimi anni.
Io azzardo un’ipotesi – che se vera può chiarire tantissimo di quello che succede ed è successo finora.
E se Trump e Putin facessero soltanto un “aggiornamento” della spartizione dell’Europa tra i vincitori della seconda guerra mondiale?
Trump e Putin stanno ripristinando la vecchia “cortina di ferro”.
Putin non riprende tutti i territori “svincolati” dall’URSS dopo la caduta del comunismo. Per ora solo la parte russa dell’Ucraina e il “signoraggio” sui paesi “dei droni”.
Ah, l’Europa; all’Italia alla Germania e loro alleati del tempo del nazifascismo, tocca di restare “vassalli” di USA e UK. Con buona pace dell’UE, ormai inutile.
Confesso che non ho chiaro il ruolo che sarà destinato alla Francia.