Il nostro Paese non figura certamente ai primi posti (ma neanche agli ultimi) per la salvaguardia e la promozione dei diritti civili. Divorzio, aborto e ultimamente la battaglia sul fine vita tanto per citare alcuni tra i pù importanti sono arrivati nelle leggi italiane dopo una serie di iniziative politiche e personali che hanno avuto anche l’approvazione popolare attraverso i referendum e in certi casi sono stati agevolati da sentenze della magistratura competente. Un primato, in questo settore, però l’Italia lo possiede e può andarne sicuramente fiera: la chiusura dei manicomi avvenuta nel 1978 grazie alla Legge 180, detta legge Basaglia in ricordo del suo ispiratore. Una vera e radicale riforma dell’assistenza per i malati di mente, rivoluzionaria nel vero senso della parola. Una riforma basata sul rispetto della dignità delle persone, trattate nelle strutture manicomiali come animali, soggette alle costrizioni più dure, costrette all’immobilità con le camicie di forza, sottoposte a continui elettroshock, considerate come pericolose e quindi segregate e represse da parte del personale sanitario con la connivenza, con poche eccezioni, dei medici a cui importava esclusivamente tentare di curare o di controllare chimicamente la malattia infischiandosene dell’aspetto umano della persona. Nei giorni scorsi nel nostro Paese, ma anche all’estero si é ricordato il centenario della nascita di Franco Basaglia, lo psichiatra e neurologo, riformatore della disciplina sulla cura del disturbo mentale e ispiratore della legge 180. Lo si é ricordato soprattutto a Trieste e a Gorizia dove prestò la sua opera. Non fu facile in quegli anni far comprendere alla gente l’importanza di una riforma che, si può ben dire, ha costituito una pietra miliare nel campo delle conquiste di civiltà e che via via è stata poi applicata o a cui ci si é ispirati anche in varie parti del mondo. Da una parte si sono dovute affrontare le resistenze e le perplessità di una parte della classe medica impreparata ad affrontare il termine delle pratiche di oppressione e di abbandono che fino a quel momento venivano perseguite nell’assistenza ai pazienti psichiatrici. Inoltre si dovevano fronteggiare le lamentele dei cittadini impauriti della possibili conseguenza negative in termini di relazioni con i malati mentali non più rinchiusi. A ciò si aggiungevano le speculazioni politiche spesso sulla pelle di persone sofferenti che chiedevano solo il rispetto dei loro diritti umani. Tutti questi problemi hanno portato ad un ritardo dell’ attuazione della riforma aggravato ulteriormente dalla carenza di risorse finanziarie indispensabili per farla funzionare. Ecco, oggi a cento anni dalla nascita di Franco Basaglia sarebbe sbagliato limitarsi a riempirsi la bocca di dichiarazioni di principio sulla difesa di quella svolta culturale e civile del 1978 che appare ormai irreversibile. E sarebbe errato farla oggetto di pura propaganda politica o partitica. Ma non gioverebbe neanche ritenere la normativa che ha portato alla chiusura dei manicomi e alla fine dei metodi inumani in essi applicati come un sacro simulacro da difendere così come era stata scritta e votata dal Parlamento senza possibilità di cambiamento e di possibili miglioramenti. Dopo quasi cinquant’anni dalla sua entrata in vigore gli aggiornamenti, che ovviamente non ne tocchino i principi ispiratori, devono essere visti in modo laicamente positivo e non devono essere respinti con la difesa aprioristica del testo originario. Invece la giusta e sacrosanta riforma ispirata da Franco Basaglia va completata realizzando tutte quelle strutture che la possano rendere operativa e efficiente al massimo livello come l’ attivazione di centri di assistenza psichiatrica adeguati e l’utilizzo di personale medico, infermieristico e di assistenza psicologica e sociale in numero sufficiente. Per lo Stato e per le nostre regioni l’obiettivo non può che essere quello di garantire i livelli di cura necessari senza tagliare i servizi con la scusa di razionalizzazioni che rispondono esclusivamente all’esigenza di risparmi di bilancio.

