Hormuz questo sconosciuto.
Non è il nome di qualche personaggio estratto dalla letteratura fantasy.
Per essere più chiari è uno stretto che fa da porta di ingresso al Golfo Persico, sul quale si affacciano paesi tutti produttori di petrolio, interamente controllato dall’Iran.
L’apertura o la chiusura di questa serratura regola l’afflusso di carburanti nel resto del mondo ma soprattutto il loro prezzo.
Dopo l’attacco americano all’Iran, questi hanno chiuso la serratura.
A doppia mandata.
L’economia globale si è impennata.
La conseguenza è stata una retromarcia di Trump che si è alternato tra minacce apocalittiche e proposte di tregua.
L’ottantenne ragazzotto americano però non vuole fare la figura del debole e ogni tanto fa la mossa dello schiaffatone.
Si muove nello scenario internazionale con la stessa delicatezza di un ippopotamo in una cristalleria.
Non l’aiutano gli alleati. Quelli che si sono scatenati nel Libano.
Netanyahu, mentre dalle parti di Teheran e dintorni cercano di trattare, riversa sul Libano tutta la sua ferocia.
Risultato è che questa notte Hormuz è stata nuovamente chiusa.
Dicono gli Ayatollah che la tregua non può essere solo da una parte ma su entrambi i fronti.
Il premier israeliano se ne frega e va avanti per la sua strada.
Il risultato è che i carburanti, nonostante la Meloni abbia congelato le accise sino alla fine di maggio, stanno sopra i due euro al litro. Figuriamoci se non avessero sospeso le accise.
Ma la cosa ben più grave è che si paventa un razionamento dei carburanti.
Ma a noi della guerra di Trump all’Iran ce ne frega?
L’avesse fatta per ristabilire nel paese dell’ex Persia un sacrosanto regime democratico sarebbe stato totalmente condivisibile.
Ma visto che le sue mire sono solo il petrolio iraniano, così come a Natale le sue mire erano solo il petrolio venezuelano, a noi che ci viene?
No perché in questo sciagurato paese c’è ancora chi loda Trump, pensa che abbia strameritato il nobel per la pace, manifesta continui toni di apprezzamento per la sua politica e riduce il nostro paese a essere il servo sciocco dell’ippopotamo biondo.
Poi uno dice Pedro Sanchez.

