Ne avevamo già discusso con dovizia di particolari, della diatriba tra l’università di Harvard e l’amministrazione Trump. Pochi giorni fa è arrivata la sentenza della giudice federale Allison D. Burroughs che segna un’altra vittoria per l’ateneo contro la pressante campagna della Casa Bianca.
Ricordiamo qui brevemente che la causa ebbe origine nel 2020, quando il Dipartimento per la Sicurezza Interna sotto la prima amministrazione Trump aveva introdotto nuove regole per costringere migliaia di studenti stranieri a lasciare il Paese se i loro corsi universitari fossero stati tenuti interamente online a causa della pandemia. Harvard e il MIT fecero subito ricorso, sostenendo che il provvedimento fosse “arbitrario, dannoso e profondamente lesivo dell’autonomia accademica”. Appena reinsediato alla Casa Bianca, Trump aveva ripreso l’annosa questione scagliandosi contro Harvard e altri prestigiosi atenei accusandoli di gestione impropria dell’assegnazione delle borse di studio e dei fondi della ricerca, fino a tacciare i loro presidi di antisemitismo e politiche “contrarie ai principi dell’amministrazione centrale”. In realtà, Trump cercava in ogni modo di allungare le sue mani sulla gestione politica interna dei centri americani di formazione superiore, gli unici baluardi a resistere alla sua propaganda illiberale.
Ma finalmente il 4 settembre l’Università di Harvard ha ottenuto una prima vittoria legale significativa contro Donald Trump. La giudice Burroughs ha stabilito che il governo ha violato la legge congelando miliardi di dollari destinati alla ricerca, e lo ha fatto col pretesto della lotta all’antisemitismo. Burroughs, della Corte distrettuale di Boston, ha inflitto quello che i media statunitensi definiscono oggi «un brutto colpo alla campagna del tycoon volta a rimodellare con la forza l’istruzione superiore d’élite». Il New York Times sottolinea che la sentenza potrebbe non essere definitiva, ma rappresenta comunque una prima risposta alla campagna della Casa Bianca nel voler riorganizzare con la forza l’istruzione superiore d’élite americana.
Anche se il “caso di Harvard” si concentri sui finanziamenti per la ricerca, l’università sosteneva che l’amministrazione avesse violato il primo emendamento e i diritti al giusto processo. Ora la decisione della giudice potrebbe dare ad Harvard una nuova leva contro la Casa Bianca nei colloqui di conciliazione iniziati a giugno scorso. “Dobbiamo combattere l’antisemitismo, ma dobbiamo anche proteggere i nostri diritti, incluso il diritto alla libertà di parola, e nessuno dei due obiettivi dovrebbe né deve essere sacrificato sull’altare dell’altro“, ha scritto la giudice Burroughs in una sentenza di 84 pagine. “Harvard sta attualmente, seppur tardivamente, adottando le misure necessarie per combattere l’antisemitismo e sembra disposta a fare ancora di più, se necessario”, sottolinea. E prosegue:
“Ora è compito dei tribunali fare lo stesso, agire per salvaguardare la libertà accademica e la libertà di parola, come richiesto dalla Costituzione, e garantire che importanti ricerche non siano indebitamente sottoposte a sospensioni arbitrarie e proceduralmente inefficaci dei finanziamenti, anche se ciò comporta il rischio di incorrere nell’ira di un governo impegnato a perseguire i suoi obiettivi a qualunque costo“.
Secondo il Tribunale, il presidente non poteva imporre nuovi blocchi ai finanziamenti per “rappresaglia” e per vendetta, come invece sembra aver fatto. La Burroughs ha quindi ordinato all’amministrazione Trump di ripristinare quei 2,2 miliardi di dollari in finanziamenti per la ricerca all’Università di Harvard che erano stati impropriamente interrotti. Per inciso, segnaliamo che al contrario di Harvard, che ha scelto la strada del confronto diretto in tribunale, la Columbia University ha invece chinato il capo davanti a Trump e accettato, pochi giorni fa, di consentire all’amministrazione federale di prendere pieno possesso dei suoi vertici, con controlli puntuali sulla gestione interna delle scelte di collocamento dei fondi e finanche dell’accettazione degli studenti stranieri. Intanto Alan Garber, il presidente di Harvard, dichiara:
“Questa decisione non è solo una vittoria per Harvard, ma per tutte le istituzioni accademiche che credono nel valore della ricerca libera e nella collaborazione internazionale. La scienza, la cultura e l’istruzione non possono piegarsi a logiche politiche miopi o xenofobe”.
La direttrice della American Association of Universities, Mary Sue Coleman, ha aggiunto: “Oggi più che mai, le università devono essere spazi di libertà e inclusione. Questa sentenza lo afferma con forza.”
Con questa prima vittoria Harvard lancia un messaggio potente: la ricerca non ha confini, e la libertà di pensiero è un diritto da difendere, anche nelle aule dei tribunali.

