L’atteggiamento degli intellettuali verso il fascismo resta un tema complesso, contraddittorio, ma anche di grande importanza politica. Con la soppressione dei partiti antifascisti e delle organizzazioni sindacali, toccò anche agli intellettuali prendere posizione. Nel corso degli anni ’20 s’erano divisi intorno a due manifesti: il primo nazionalista e fascista, il secondo antifascista e liberale.
Negli anni successivi si verificò un travaso dal secondo campo al primo di una certa consistenza. Ci fu chi lo fece per convenienza economica e chi per paura o conformismo, ma tutte le conversioni, seppur quelle pronunciate con molte riserve mentali, furono accolte per buone dal fascismo desideroso di darsi un’immagine culturale al passo con i tempi.
Nel corso del ventennio le iniziative del governo e del partito fascista per darsi un’immagine culturale e patriottica furono diverse e non tutte, in verità, di scarso livello. Basta ricordare i vari littoriali della cultura, il maggio fiorentino, la Biennale di Venezia, l’intensa attività di Margherita Sarfatti nel campo dell’arte figurativa e la valorizzazione di grandi architetti nella costruzione dell’EUR. La riforma della scuola anche se classista e autoritaria e la redazione dell’Enciclopedia Treccani di Gentile si posero al culmine di quella intensa attività, tutta protesa a celebrare e diffondere l’eredità dell’antica Roma e del genio italico, allora assunto come immagine e corpo del fascismo.
Gentile si assunse però anche l’onere di scrivere nell’aprile del 1925 il “Manifesto degli intellettuali fascisti”, giustificando l’ideologia del regime e la sua vocazione totalitaria. Tra i suoi sottoscrittori più illustri figurarono Pirandello, Ungaretti, Soffici e Marinetti.
Il mondo culturale e intellettuale cattolico, rappresentò un caso a sé. Dopo, infatti, aver giurato fedeltà al fascismo, ottenne, contrariamente alle restrizioni imposte in precedenza da Giolitti, di continuare la propria attività pedagogica, grazie all’Università di padre Agostino Gemelli a Milano e, seppur con le dovute eccezioni, si allontanò per un certo periodo dalla politica attiva.
La risposta della cultura libera arrivò invece con il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” del 1° maggio 1925 scritto da Benedetto Croce in risposta a quello di Gentile, nel quale vennero difesi i valori della libertà di pensiero e l’autonomia della cultura dalla politica.
Croce, pur restando in patria, era troppo famoso e rispettato perché il fascismo potesse perseguitalo, rifiutò qualsiasi compromissione, promuovendo e incentivando un’opposizione discreta ma efficace. Continuò a pubblicare la rivista, La Critica, senza affrontare la polemica con il regime sui temi dell’attualità politica, ma promosse una visione profondamente liberale della storia, della civiltà e del costume. Grazie a un discorso indiretto e allusivo scelse, in sostanza, di rivolgersi più al passato che al presente.
Si trattò di una grande operazione storiografica capace di salvare e rappresentare il passato italiano e europeo come l’humus dal quale partire per un lavoro e una morale sostanzialmente antifascista.
Con l’inasprirsi delle misure repressive del 1925/26 e poi nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali, molti intellettuali, scienziati, professori di origine ebraica, come Enrico Fermi e Rita Levi Montalcini, ma anche la Sarfatti, saranno costretti all’esilio o verranno estromessi dalla vita pubblica.
Molti, soprattutto gli intellettuali politici militanti, furono costretti o scelsero la via dell’esilio, soprattutto in Francia, per poter continuare la loro battaglia ideale e politica.
Giovanni Amendola e Piero Gobetti vi giunsero giusto in tempo per morire, dopo essere stati feriti da squadre fasciste. Turati arrivò clandestinamente dalla costa ligure, Nitti, Nenni, Pertini e Salvemini con l’aiuto di amici e compagni fidati. I fratelli Rosselli furono assassinati in Francia, mentre Sforza riparò prima in Belgio, poi in Francia e infine nel USA. Saragat raggiunse la Francia meridionale dopo aver sostato a Vienna. Don Sturzo, dopo l’approdo in Inghilterra, finì per trovare riparo a New York. L’anarchico Camillo Berneri girò tutta l’Europa prima di morire per mano comunista, nel 1937 a Barcellona in Spagna.
Tanti altri intellettuali o semplici militanti furono incarcerati come Antonio Gramsci o inviati al confino per anni.
Tutti lasciarono in Italia partiti distrutti, giornali soppressi, compagni allo sbando e facile preda della polizia e delle bande fasciste.

