Premessa
Esiste una geografia dell’invisibilità che si snoda alla luce del sole, nei luoghi di aggregazione quotidiana, sotto lo sguardo di passanti assuefatti al degrado e, per un tragico paradosso, a pochissimi metri dalle istituzioni preposte a garantire la legalità. L’inchiesta sulla sparizione di Giuseppa Francesca Ventimiglia, svanita nel nulla a Bagheria il 13 novembre 2016, possiede un epicentro oscuro e ben delineato dalle carte giudiziarie: via Capitano Emanuele Basile. È in questo preciso tratto di strada, tra un bar e un centro scommesse situati di fronte alla locale caserma dei Carabinieri, che si è consumato il sistematico sfruttamento di una donna estremamente vulnerabile
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Per inquadrare con esattezza le dinamiche che hanno fagocitato la vittima, è fondamentale destrutturare una narrazione mediatica tanto diffusa quanto fuorviante. L’analisi del profilo personale e clinico di Giusy impone un rigoroso pragmatismo: la trentacinquenne, pur afflitta da conclamate problematiche psichiatriche, era un soggetto pienamente capace di intendere e di volere. La decisione di interrompere il percorso terapeutico presso il Centro di Igiene Mentale di Bagheria non fu l’esito di una presunta negligenza familiare, bensì una sua scelta autonoma, categorica e consapevole. In tale quadro, l’atteggiamento dei congiunti – che speculazioni superficiali hanno sbrigativamente etichettato come “abbandono” – rispondeva in realtà a una complessa e delicata gestione relazionale. Forzare una psiche già instabile a riprendere cure rifiutate avrebbe significato innescare quelle reazioni spropositate e talvolta incontrollabili che, peraltro, emergono in modo inequivocabile proprio dalla rilettura degli atti d’indagine e dei verbali.

Fissare in modo tecnico questo perimetro clinico non è un esercizio di stile, ma l’unico strumento utile per comprendere l’effettiva caratura della sua esposizione al rischio.
Giusy non era una donna priva di freni inibitori che si offriva al miglior offerente. Al contrario, la sua grave condizione di fragilità mentale l’ha resa la vittima inerme di predatori di strada, approfittatori senza scrupoli che ne hanno fiutato il disagio. Uomini all’apparenza insospettabili, pensionati o sedicenti padri di famiglia, che gravitavano in quella zona e che l’hanno letteralmente accerchiata,
trasformando la sua palese debolezza in un’opportunità di abuso. Non era lei a proporsi; erano i suoi aguzzini a braccarla, mercificando il suo stato di indigenza in cambio di pochi spiccioli o di un pacchetto di sigarette
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La disamina critica dei faldoni restituisce oggi uno spaccato desolante. Le informative redatte all’epoca mettono nero su bianco
un labirinto di palesi contraddizioni, alibi fittizi e sfacciate reticenze fornite agli inquirenti proprio da questi frequentatori abituali. Un autentico muro di gomma eretto da chi popolava quel marciapiede, di fronte al quale l’apparato investigativo ha inspiegabilmente scelto di arrestare la propria spinta propulsiva, rinunciando a sviscerare l’unica pista in grado di condurre direttamente nel cuore di questo squallido circuito criminale
L’ambigua figura della finta protettrice
Per comprendere le dinamiche di questo microcosmo degradato è indispensabile partire da colei che si ergeva a presidio della vita di Giusy fuori dalle mura domestiche: D. Z., da tutti conosciuta come Floriana -oggi deceduta NdR. Anziana vedova, D. Z. stazionava quotidianamente nei medesimi locali e si auto-proclamava figura materna della vittima. Interrogata dagli inquirenti, dipinge un quadro rassicurante, permeato da un ostentato affetto: «Giusy vedeva in me una mamma infatti in molte circostanze mi chiamava mamma, talvolta le regalavo un pacchetto di sigarette in quanto volevo aiutarla perché si vedeva palesemente che era una persona in difficoltà».
Eppure, il ruolo di D. Z. si sgretola non appena gli investigatori incrociano le sue dichiarazioni con i riscontri oggettivi. Il livello di depistaggio attuato dalla donna è certificato dagli stessi Carabinieri nelle loro informative. D. Z. asserisce di non conoscere i clienti abituali della donna, negando in particolare di avere rapporti con due frequentatori assidui della zona, S. B. ed F. D. M. Una presa di distanza netta, clamorosamente smontata dalle indagini tecniche dei militari, i quali annotano: «afferma di non conoscere B. S. e D. M. F. ma il tabulato telefonico acquisito sulla sua utenza […] documenta svariati contatti tra i predetti che si protraggono per tutto il mese di novembre». Allo stesso modo, D. Z. nega di sentire telefonicamente un altro storico avventore, G. M., venendo nuovamente smentita dai tabulati che registrano una conversazione di ben 514 secondi avvenuta il 21 novembre 2016, in piena emergenza per la sparizione. Un castello di bugie, dunque, che lascia aperto un interrogativo mai chiarito sull’effettivo ruolo di intermediazione giocato dalla donna.
La Rete delle Reticenze
Se la finta “madre” mentiva spudoratamente, i presunti clienti non erano da meno. Il fascicolo d’indagine si trasforma in un labirinto di alibi vacillanti e smentite incrociate, come nel caso del duo formato da F. D. M. e S. B. Il primo, interrogato per giustificare i suoi tentativi di contatto sull’utenza di Giusy, minimizza brutalmente il suo coinvolgimento, mettendo a verbale: «ho avuto, una volta soltanto, un rapporto sessuale con Ventimiglia Giusy. […] Per questa prestazione pagai 10 euro, fu una mia offerta a piacere in quanto Giusy non mi chiese alcuna cifra specifica».
A demolire questa versione edulcorata interviene proprio il suo compagno di uscite, S. B. Quest’ultimo smentisce l’amico dipingendolo come un fruitore seriale della vittima, affermando agli inquirenti che F. D. M. «era solito avere svariati rapporti sessuali con Ventimiglia in cambio di somme di danaro». Lo stesso S. B., tuttavia, presenta un quadro di traffico telefonico del tutto anomalo. L’uomo dichiara di non aver mai consumato rapporti con Giusy, eppure i tabulati estratti dagli inquirenti certificano un’ossessione ingiustificabile: tra la mattina del 13 novembre (giorno della scomparsa) e la sera del 14 novembre 2016, la sua utenza genera decine di chiamate a ripetizione verso il numero di Giusy. Una raffica di squilli che l’uomo tenta di giustificare in modo a dir poco surreale e inaccettabile: «è probabile che mi siano partite chiamate per sbaglio in quanto io non avevo nemmeno il numero memorizzato in rubrica».

Non meno reticente è l’atteggiamento di G. M. (un altro frequentatore della zona). L’uomo, dinanzi alle domande dei militari, ostenta un disinteresse quasi distaccato: «Nessun rapporto, le offrivo il caffè quando la vedevo nei pressi del bar […] al massimo avrei fatto sesso orale con lei». Afferma di non avere contatti recenti con la donna. Ancora una volta, l’informativa dell’Arma evidenzia l’esatto contrario: l’utenza di G. M. aveva prodotto decine di chiamate verso il telefono della scomparsa proprio nei giorni antecedenti il 13 novembre, e numerosi ulteriori tentativi a vuoto a partire dal 16 novembre. Chiamate lunghe e insistenti che mal si conciliano con l’immagine del passante disinteressato.
Il tariffario della miseria: lo squallore a verbale
Se da un lato vi sono le reticenze, dall’altro vi sono confessioni che restituiscono, nella loro spietata crudezza, il livello di degrado in cui Giusy era costretta a muoversi. Nessuno di questi uomini si faceva scrupolo di approfittare di una mente visibilmente disconnessa. G. M., operatore ecologico, mette a verbale la consuetudine dello sfruttamento senza alcuna remora morale: «avevamo rapporti sessuali, limitatamente al sesso orale… capitava che offrissi a Giusy qualche pacchetto di sigarette o poche somme di danaro».
Il campionario si arricchisce con le dichiarazioni di O. V., un pizzaiolo locale, il quale descrive una compravendita consumata nell’estate del 2016: «Giusy mi propose di avere un rapporto sessuale in cambio di danaro. io pagai 20 €. […] decisi di portarla in un motel… l’Hotel Soles, pagai al titolare la somma di 40 euro per star li un’ora e mezza, ricordo che non fummo nemmeno registrati». Una dichiarazione gravissima che conferma non solo la mercificazione, ma anche l’esistenza di strutture ricettive pronte a chiudere un occhio sulle registrazioni obbligatorie per legge.
A questi si aggiungono le ammissioni di A. S., agricoltore, che confessa di essersi appartato con la donna in campagna, dichiarando con spiazzante naturalezza: «ero io spontaneamente a consegnarle pochi spiccioli giusto per comprarsi le sigarette. In paese si sapeva che Giusy era un po’ fuori di testa e che si concedeva per poche somme di danaro». O ancora C. S., pensionato ultrasettantenne, che ammette di averla portata nella sua auto in zona via del Fonditore asserendo: «mi limitai a toccarle il seno […] per tale rapporto le diedi 10 euro». E infine A. A., che pur ammettendo di aver approfittato di lei, tenta persino di scaricare le colpe sulla vittima: «è stata lei a corrompermi nel senso che è stata lei a propormi del sesso […] ho avuto due rapporti ***** […] rapporti perché Giusi era sporca, trasandata».
L’Inspiegabile Inerzia Inquirente
Di fronte a un quadro probatorio di tale, disarmante gravità, ciò che colpisce maggiormente è la totale e ingustificata assenza di un’azione investigativa proporzionata ai fatti emersi. In un documento ufficiale datato 12 gennaio 2017, la stessa Compagnia dei Carabinieri di Bagheria certificava nero su bianco l’anomalia, scrivendo che «i soggetti sopra escussi in sede di ss.ii hanno reso diverse volte dichiarazioni contrastanti, mostrando notevole reticenza nel rispondere alle domande».

Gli inquirenti avevano in mano le prove tecniche (tabulati) che smentivano categoricamente gli alibi e le versioni di questi soggetti; avevano le confessioni di uomini che ammettevano candidamente di aver consumato rapporti sessuali a pagamento con una donna di cui conoscevano perfettamente la grave invalidità psichica (circostanza che integra il reato di sfruttamento di persona incapace); avevano davanti agli occhi una rete collaudata di squallore, operante a ridosso della loro stessa caserma. Eppure, in maniera del tutto incomprensibile, l’indagine su questo fronte si è arenata quasi subito.
Nessuno di questi individui è stato formalmente incriminato, i loro telefoni non sono stati immediatamente sequestrati per accertamenti approfonditi e le loro macroscopiche bugie non sono state utilizzate per metterli sotto torchio. Piuttosto che scardinare con strumenti coercitivi questo reticolo criminale, l’apparato investigativo ha preferito voltare lo sguardo, focalizzando
della vittima. Un errore di prospettiva madornale che ha di fatto garantito l’impunità a chi prosperava sulle debolezze di Giusy.
Conclusioni
La fosca vicenda legata ai locali di via Capitano Basile restituisce la fotografia impietosa di un iter investigativo che ha preferito arrestarsi sulla soglia della verità. Mentre le indagini si accanivano nel vivisezionare le dinamiche domestiche di una famiglia già duramente provata dal declino clinico di Giusy, i torbidi segreti di quel frammento di periferia sono stati lasciati placidamente sedimentare. I silenzi complici di chi sborsava misere banconote per consumare abusi, le sfacciate omissioni e le giustificazioni surreali di chi faceva squillare ossessivamente il telefono di una donna ormai svanita nel nulla, sono stati inesorabilmente inghiottiti dalle nebbie di un’archiviazione a senso unico.
Insieme al corpo mai ritrovato di Giuseppa Francesca Ventimiglia, sembra essere stata sepolta anche la credibilità di un apparato istituzionale che avrebbe dovuto tutelarne l’estrema vulnerabilità. Al contrario, questa letale miopia procedurale ha consentito a un reticolo di approfittatori di provincia di continuare a camminare indisturbati per le strade di Bagheria, liberi dal peso delle proprie colpe e protetti da un muro di omertà che, ancora oggi, attende giustizia.
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1 commento
Le vittime dei mercanti di sesso sono quasi sempre donne con delle problematiche personali, familiari e sociali. Qualcuna ha anche difficoltà legate al consumo di droga. E questo rende il mercanteggiare di queste donne ancora più squallido.