Premessa
Esistono inchieste giudiziarie che, rilette a distanza di anni, restituiscono il sapore amaro di un’occasione mancata. La sparizione di Giuseppa Francesca Ventimiglia, da tutti conosciuta come Giusy, svanita nel nulla la mattina del 13 novembre 2016 a Bagheria, rappresenta uno dei capitoli più oscuri e processualmente tormentati della recente cronaca siciliana. Una vicenda che si snoda tra il disagio psichiatrico di una donna vulnerabile, l’avidità di una rete di sfruttatori di provincia e il cortocircuito di un apparato investigativo che per anni ha concentrato le proprie risorse all’interno delle mura domestiche, lasciando colpevolmente sfumare piste esterne di capitale importanza. Analizzando in maniera rigorosa i faldoni della Procura della Repubblica di Termini Imerese, le informative dei Carabinieri e le trascrizioni integrali delle sommarie informazioni, emerge un quadro probatorio in cui le reticenze, le menzogne e le piste ignorate hanno finito per seppellire la verità. Oggi, di fronte a una richiesta di archiviazione firmata il 9 aprile 2024 dal Pubblico Ministero Danilo Angelini, la famiglia di Giusy, guidata dall’instancabile fratello Salvatore, continua a chiedere che la giustizia non si arrenda. Questo articolo ricostruisce, passo dopo passo e documenti alla mano, le tappe di un’indagine che ha fallito il suo obiettivo primario, lasciando impuniti i responsabili di quello che gli stessi magistrati ritengono essere un omicidio con occultamento di cadavere.
Il labirinto clinico e la genesi del dramma familiare

Per comprendere l’abisso in cui è precipitata la trentacinquenne bagherese è indispensabile inquadrare il suo complesso vissuto clinico e personale. Nata nell‘ottobre del 1981, ultima di quattro figli, Giusy cresce in un nucleo familiare profondamente segnato dalla patologia della madre, affetta da una grave forma di schizofrenia e deceduta nel marzo del 2016. La stabilità emotiva della ragazza subisce un primo, devastante tracollo in seguito a un matrimonio precoce e turbolento con Michelangelo Sciortino, dal quale nel 1999 nasce il figlio Carmelo. È in questa fase che si manifestano i sintomi di una grave depressione post-partum, sfociata in ricoveri presso il Centro di Igiene Mentale di Bagheria e il reparto di psichiatria dell’Ospedale di Termini Imerese.
Il definitivo naufragio del vincolo coniugale, giunto al suo amaro epilogo intorno al 2012, si consuma all’interno della dimora paterna di via Dietro Certosa, luogo che ha rappresentato una costante ineludibile nell’intera esistenza di Giusy. L’unico, effimero tentativo di distacco da quelle mura familiari si era infatti esaurito nell’arco di appena trenta giorni: un’illusione di indipendenza in un appartamento in affitto, interrotta dall’impossibilità oggettiva di far fronte al canone mensile. Di fronte a tale insolvenza, era intervenuto ancora una volta il padre Filippo, il quale aveva prontamente riaperto le porte di casa alla figlia, facendosi totale carico di ogni onere economico, ivi comprese le spese necessarie per l’immediato trasloco.

I documenti ufficiali certificano un progressivo e inarrestabile distacco dalla realtà: la donna, rifiutando ogni supporto terapeutico. In seguito, con una scelta del tutto autonoma, Giusy decide di trasferirsi al primo piano dell’abitazione portando con sé il figlio Carmelo. Un trasferimento dettato da una cruda e ineludibile necessità logistica: gli arredi del piano superiore, e in particolare il letto, erano andati distrutti nel corso delle turbolenze domestiche. Un episodio sintomatico del clima di tensione, le cui responsabilità materiali non sono mai state chiarite del tutto dai familiari. I rapporti con i fratelli Salvatore, Rosa Maria e Isidoro si raffreddano, limitandosi a tentativi di mediazione regolarmente respinti con reazioni spropositate. Il disagio mentale si traduce in un deperimento fisico spaventoso e nell’abbandono di qualsiasi cura per la propria persona, rendendola un bersaglio perfetto per chiunque fosse in grado di fiutarne la fragilità.
L’ammanco economico: il vero movente ignorato
Il punto di rottura definitivo all’interno della famiglia si consuma nell’autunno del 2015, in occasione di un gravissimo furto domestico che orienterà, in modo distorto, le successive indagini. Filippo Ventimiglia, ex fabbro e uomo abituato a gestire con rigore le finanze, scopre che la sua cassaforte artigianale è stata violata. All’appello manca la carta bancomat su cui era depositata la sua intera liquidazione lavorativa. Le indagini bancarie e le ammissioni dei diretti interessati svelano una realtà disarmante: il nipote Carmelo, all’epoca sedicenne, confessa di aver ricevuto la tessera dalla madre. Nei verbali di sommarie informazioni, il giovane dichiara agli inquirenti di aver sperperato il denaro in pochi mesi, finanziando viaggi a Napoli, soggiorni in hotel e l’acquisto di uno scooter elettrico. Contestualmente, la famiglia scopre che tra il 2012 e il 2013 Giusy aveva incassato illecitamente buoni fruttiferi postali cointestati, provento degli arretrati pensionistici della madre malata, per una cifra superiore ai diecimila euro.
Di fronte a un ammanco complessivo di oltre ventimila euro, la reazione di Filippo è furente, culminando con l’allontanamento di figlia e nipote dall’abitazione per una sola notte. Questo episodio è stato interpretato in maniera granitica e univoca dagli investigatori come il potenziale movente di un delitto d’impeto maturato in ambito domestico. Tuttavia, un’analisi lucida e logica dei fatti, sollevata con costanza dal fratello Salvatore nei suoi esposti, avrebbe dovuto indirizzare l’attenzione altrove. È Salvatore stesso a cristallizzare il concetto davanti ai magistrati: «Ritengo che mia sorella Giusy non abbia minimamente usufruito di tali prelievi in quanto era sempre trasandata ed era evidente che non possedeva risorse economiche».
Se Giusy non ha speso per sé quel denaro, è palese che sia stata manipolata per consegnarlo a terzi. La donna rappresentava l’anello debole di una catena di sfruttamento che orbitava attorno ai locali di via Capitano Emanuele Basile. È lecito dedurre che sia stata indotta a sottrarre i risparmi familiari per consegnarli a soggetti senza scrupoli. Nel momento in cui il denaro è finito, o quando le richieste di restituzione si sono fatte incalzanti, Giusy è diventata un fardello scomodo. Questo era l’autentico, tangibile movente economico che un’indagine approfondita avrebbe dovuto scandagliare analizzando i flussi finanziari dei frequentatori abituali della vittima.
Il sottobosco dei predatori e le palesi omissioni
L’urgenza di indagare il contesto esterno trova una clamorosa conferma in un’informativa redatta dalla Compagnia dei Carabinieri di Bagheria in data 12 gennaio 2017. Il documento è un’implicita ammissione del muro di omertà che proteggeva le dinamiche di marciapiede in cui Giusy era rimasta invischiata. Gli stessi operanti scrivono a chiare lettere: «I soggetti sopra escussi in sede di ss.ii hanno reso diverse volte dichiarazioni contrastanti, mostrando notevole reticenza nel rispondere alle domande».

I fascicoli pullulano di nomi, orari e incroci telefonici che delineano una sistematica e degradante prostituzione d’accatto. Vi è Giovanni ., il quale nega di aver avuto contatti recenti con Giusy, venendo smentito dai tabulati che rivelano decine di chiamate nei giorni immediatamente precedenti la scomparsa. Vi è Francesco, che dichiara a verbale di non essere riuscito a contattarla a inizio novembre, sebbene i tabulati certifichino contatti in entrata sull’utenza della donna nella data fatidica del 13 novembre. Le versioni di Francesco e dell’amico Salvatore. risultano in insanabile contrasto: il primo sostiene di aver pagato la donna solo dieci euro per un unico rapporto sessuale in Contrada Marino, mentre il secondo fa mettere a verbale che l’amico «era solito avere svariati rapporti sessuali con Ventimiglia in cambio di somme di danaro».
A questi si aggiungono confessioni di uno squallore disarmante. Giuseppe, operatore ecologico di Ficarazzi, ammette davanti agli inquirenti: «[…]avevamo rapporti sessuali, limitatamente al sesso orale… capitava che offrissi a Giusy qualche pacchetto di sigarette o poche somme di danaro». Onofrio, confessa dinamiche ben più strutturate: «[…]Giusy mi propose di avere un rapporto sessuale in cambio di danaro. io pagai 20 €. … decisi di portarla in un motel… l’Hotel Soles, pagai al titolare la somma di 40 euro».
A orchestrare, o quantomeno a coprire questo viavai di uomini, vi era la figura di Dorotea, detta Floriana. L’anziana vedova, autodefinitasi la migliore amica e protettrice di Giusy, ha collezionato una serie impressionante di menzogne. Inizialmente dichiara di aver preso un caffè con Giusy la domenica mattina della scomparsa al Max Bar. Un’affermazione inconfutabilmente smentita dalle indagini dei Carabinieri, poiché l’esercizio commerciale la domenica risultava chiuso da oltre un mese. Floriana dichiara inoltre a verbale di non conoscere clienti abituali come Francesco e Salvatore, venendo clamorosamente smentita dai tabulati telefonici che certificano contatti assidui con costoro per tutto il mese di novembre. Nonostante questo quadro di plateali reticenze e l’evidenza di un reticolo di sfruttamento ai danni di una persona incapace, le indagini non hanno mai affondato il colpo, permettendo a questi individui di non subire alcuna conseguenza giudiziaria.
La cronologia inconfutabile delle ultime ore
Per comprendere il perimetro temporale della sparizione, è necessario epurare la narrazione dalle suggestioni per ancorarsi esclusivamente ai riscontri tecnici e testimoniali. La mattina di sabato 12 novembre 2016, alle ore 08:46, Giusy si reca presso una torrefazione locale. Lo dimostra inequivocabilmente lo scontrino rinvenuto quattro anni dopo nella tasca del suo giubbotto bianco. Quella stessa mattina, la sorella Rosa Maria si reca dal padre e nota Giusy seduta sui gradini. A verbale dichiarerà: «Ricordo che mia sorella era seduta là sulle scale. E ricordo che mia sorella fosse vestita tutta di bianco, sembrava un’infermiera… io le suggerii di cambiare giubbotto in quanto era troppo leggero».
Nella mattinata, intorno alle 10:00 o poco prima, si consuma l’ultimo contatto con il fratello Salvatore, giunto per richiedere un certificato di residenza necessario a sbloccare un conto PayPal. L’orario delle 11:30, fornito in un primo momento dallo stesso Salvatore perché ascoltato a tre mesi dalla scomparsa e privo di un ricordo esatto dell’ora, verrà successivamente modificato e corretto con dati alla mano alla presenza del Pubblico Ministero. La reazione della donna in quel frangente è indice del suo grave stato di alterazione. Salvatore verbalizza: «Giusi iniziò a urlare e sbraitare dicendo che non esisteva più nessun certificato, citando in modo sconclusionato carabinieri e vigili urbani. A quel punto io senza rispondere andai via».
Nel pomeriggio o nella prima serata, avviene l’ultima telefonata accertata con il figlio Carmelo, che si trovava in provincia di Milano dalla fidanzata. Il ragazzo ricorderà che la madre gli era parsa tranquilla, promettendogli che si sarebbero sentiti l’indomani. Poi, l’oblio. La domenica mattina del 13 novembre, il padre Filippo la vede uscire tra le 07:30 e le 08:00. Nota un’anomalia estetica: Giusy, abitualmente trascurata, indossa un poncho scuro, tendente al bordeaux, con delle frange, ed è truccata. Da quel momento svanisce. Il lunedì mattina, il genitore rinviene su un mobile dell’ingresso un pezzo di carta su cui era vergato in stampatello “GIUSI 3293837409”, l’utenza telefonica della donna. Un biglietto la cui reale natura – appello d’aiuto, vuoto di memoria o depistaggio – non è mai stata chiarita.
L’accanimento tecnico sul padre e la retromarcia del nipote
Caduta la debole tesi dell’allontanamento volontario, il fascicolo muta in omicidio. Ed è qui che la lente della Procura si distorce irrimediabilmente, focalizzandosi in via quasi esclusiva su Filippo Ventimiglia. L’ipotesi è che l’esasperazione per il furto e per le intemperanze della figlia abbia armato la mano del genitore. A fornire terreno fertile a questa teoria ci pensano le primissime e sconsiderate dichiarazioni del nipote Carmelo, il quale, nel gennaio 2017, asserisce che il nonno fosse solito aggredire fisicamente la madre.
Tuttavia, un’analisi rigorosa degli atti demolisce questa tesi. Convocato nuovamente il 4 marzo 2020 dinanzi al Sostituto Procuratore Guido Schininà, Carmelo Sciortino ritratta tutto formalmente: «Io non mi ricordo, mio nonno che picchiava mia madre, ne che mia mamma mi abbia raccontato episodi simili. Posso solo dire di essermi inventato tutto perché ero arrabbiato con mio nonno perché non si era preso cura di mia mamma… io non l’ho mai visto picchiare mia madre però temevo che in quel momento potesse farlo». Questa retromarcia priva di fondamento probatorio l’immagine di un padre carnefice, confermando quanto ribadito dai figli, in primis Salvatore, che sottolinea come il genitore sia sempre stato un tipo «tranquillo, severo ma non aggressivo».

Eppure, contro l’anziano ex fabbro viene schierato un arsenale tecnico imponente: mesi ininterrotti di intercettazioni ambientali, veicolari e videoriprese occulte finanche sui suoi terreni agricoli di Bolognetta. Le informative dei Carabinieri, datate marzo 2020, sono costrette a certificare una resa procedurale: «Dall’attività eseguita non sono emersi elementi utili alle indagini». I nastri captati non restituiscono confessioni o depistaggi, ma solo lo sfogo privato e crudo di un uomo logorato, che dialogando con il fratello Giuseppe definisce figlia e nipote “bastardi” per avergli sottratto la liquidazione. Riferendosi al declino clinico della donna, Filippo ammette la propria impotenza: «Orami è persa ho detto, non c’è niente da fare. Per giunta era in aria di cervello… Ho detto ormai è fusa. Non c’è niente da fare». Intercettazioni che delineano rassegnazione, non colpevolezza.
Nonostante il vuoto pneumatico degli indizi, nel febbraio 2020 l’autorità giudiziaria dispone il sequestro di un armadio situato nell’abitazione paterna. L’ispezione, scaturita dal ritrovamento del giubbotto bianco da parte di Rosa Maria, si risolve nell’ennesimo nulla di fatto. Persino il tampone salivare prelevato a Filippo e inviato al RIS di Messina restituisce un profilo genotipico inutile ai fini dell’indagine, confermando unicamente l’identità paterna da inserire nel database delle persone scomparse.
Testimonianze scartate e il fantasma della criminalità organizzata
Se l’incapacità di scardinare gli alibi dei clienti abituali appare grave, lo scarto sistematico e frettoloso di testimonianze oculari esterne assume contorni inaccettabili in un’indagine per omicidio.
Agli atti giace il verbale di Alessandro C., impiegato presso le Poste Italiane, cittadino incensurato che si presenta spontaneamente alle forze dell’ordine e viene poi riascoltato nel marzo 2024. Carollo riferisce un episodio circostanziato a cui ha assistito la mattina del 14 o 16 novembre 2016, viaggiando a bordo di un treno regionale nei pressi di Ficarazzi. Le sue parole a verbale sono inequivocabili: «…eravamo nei pressi del Forum di Palermo. Ad un tratto davanti a me ma in mezzo la campagna, si materializzava una persona che avvolgeva con le braccia una sorta di mantella di colore scuro amaranto, capo che riponeva all’interno della sua auto sul sedile posteriore; l’auto era sicuramente di colore vinaccio scuro e si trattava di una vecchia Fiat Tipo». L’avvistamento è di un‘importanza capitale, vista la perfetta compatibilità cromatica con l’ultimo capo d’abbigliamento noto di Giusy. Eppure, la nota di trasmissione firmata dai Carabinieri e inviata in Procura recita con gelida e sbrigativa burocrazia: «Si evidenzia che le dichiarazioni di Carollo, non si ritiene forniscano alcun contributo per la vicenda in disamina». Un giudizio che trancia senza approfondimenti un potenziale avvistamento di occultamento di cadavere.

A questa anomalia si affianca la gestione delle dichiarazioni fornite da Benito M., ex collaboratore di giustizia storicamente legato agli ambienti mafiosi di Bagheria. Sentito ufficialmente dai Carabinieri nel gennaio 2022, Benito M. inquadra la scomparsa di Giusy in dinamiche criminali ben precise, ma rifiuta di far verbalizzare i dettagli operativi per fondato timore: «Al momento non intendo rilasciare alcune dichiarazione atteso che temo per la mia incolumità… non facendo più parte del programma di protezione non ho più una tutela personale». L’ex collaboratore di giustizia mostra tuttavia agli inquirenti foto di noti pregiudicati locali estratti dal suo cellulare, suggerendo l’esistenza di un giro di prostituzione forzata gestito da un “Magnaccio” e alludendo a possibili luoghi di occultamento nei cunicoli sotterranei dei Beati Paoli tra Bagheria e Ficarazzi. Anche di fronte a scenari di tale gravità, la valutazione investigativa è perentoria nella sua chiusura. L’Arma bolla l’escussione come irrilevante, scrivendo che «le dichiarazioni dell’escusso e le informazioni svelate dallo stesso durante l’intervista rilasciata non appaiono allo stato rilevanti per le indagini atteso che vengono citate circostanze e soggetti già noti anche alla cronaca». Il fatto che i soggetti fossero noti alle cronache avrebbe dovuto spingere a investigare a fondo, non fornire l’alibi per cestinare la pista.
Conclusioni
Le oltre mille pagine di atti giudiziari sulla scomparsa di Giuseppa Francesca Ventimiglia non certificano solo l’abilità di un assassino nel non lasciare tracce. Certificano l’evidente cortocircuito di un sistema che, di fronte alle menzogne dimostrate dai tabulati telefonici e a testimonianze oculari esterne, ha preferito accanirsi contro la figura di un padre anziano e provato, lasciando prosperare nell’ombra i veri carnefici.

Il 9 aprile 2024, il Pubblico Ministero Danilo Angelini ha depositato la Richiesta di Archiviazione per Filippo Ventimiglia, riconoscendo che non sussiste alcun elemento per dimostrare inequivocabilmente che la donna sia stata vittima di omicidio da parte del genitore, pur permanendo i “fondati sospetti” sulla natura violenta della sparizione e sull’occultamento del cadavere. Un fallimento totale per lo Stato.
Giusy è stata tradita due volte: prima da un ecosistema criminale periferico che ha monetizzato la sua malattia psichiatrica in cambio di pochi spiccioli, per poi farla sparire nel nulla; poi da istituzioni che non hanno saputo, o voluto, colpire con durezza quella stessa rete di sfruttatori che popolava i marciapiedi di fronte alla caserma. Finché non ci sarà il coraggio di riaprire quei faldoni e di cercare i colpevoli tra coloro che mentivano sugli orari dei caffè e si scambiavano decine di telefonate reticenti, il caso Ventimiglia rimarrà una ferita aperta. E la lotta solitaria del fratello Salvatore resterà l’ultimo presidio di dignità per una donna che la società aveva deciso di cancellare ancor prima che venisse uccisa.


4 commenti
Queste storie, stranamente, somigliano tutte allo stesso modo nella dinamica dei fatti. Persone che spariscono nel nulla dopo essere uscite di casa, presunti amici visti poco prima, fantomatici testimoni che tacciono, classico sconosciuto con cui la vittima è stata vista parlare per l’ultima volta e mai individuato, inquirenti che brancolano nel buio, familiari in cerca della verità, narrazioni mediatiche ricche di misteri e si finisce quasi sempre con il mostro della porta accanto: violento, geloso, invidioso, possessivo. Sembra un Déjà vu. Un visto e rivisto chissà quante volte e chissà in quante versioni.
Ciao Mario, quel che dici è un’amara ma fattuale verità
Ho dato un’occhiata all’associazione Penelope: c’è un numero cospicuo di persone sparite nel giro di pochi giorni. Degli ultimi giorni. L’ultima una ragazza di 12 anni. Credo che non siano sufficienti i nuclei investigativi. Davanti a una piaga di tali proporzioni ci vorrebbe un intero Dipartimento di Stato dedicato solo alle persone sparite.
Ma lasciatele perdere queste querele che sono solo una perdita di tempo. Io ne so qualcosa. Ho querelato Pietro Orlandi per lo stillicidio di insulti rivolti verso di me e la pm ha chiesto l’archiviazione perché-ha detto il mio avvocato-non vuole grane, visto che il potenziale imputato si chiama Pietro Orlandi e non Pinco Pallino. Questa è una giustizia che applica la legge a seconda dei figli e dei figliastri. Una giustizia malata.