di Fabrizio Montanari
Fin dal suo sorgere il municipalismo amministrativo socialista aveva posto alla base del suo programma l’elevazione educativa e culturale della popolazione, a partire dai più giovani e indifesi. L’analfabetismo era diffusissimo nel reggiano e non esisteva una organica politica scolastica per sanare questa piaga. La cultura positivista recepita e assimilata dai dirigenti socialisti e fatta propria dalle giunte da loro formate risultò determinante nell’elaborazione dei progetti politici, specie in materia di servizi e assistenza socio-educativa. Occorreva però dotarsi di persone esperte in materia e dotate della giusta determinazione per vincere le inevitabili resistenze dei conservatori e la diffidenza popolare.
Il nome che allora parve il più idoneo allo scopo fu quello del maestro Giuseppe Soglia.
Nato a Imola nel 1871, dopo aver insegnato nel Polesine, agli inizi del XX secolo si era trasferito a Parma come direttore didattico. Socialista fin dal 1892, aveva promosso il sindacato dei maestri e diretto il periodico socialista parmense L’Idea.
Distintosi per la competenza e la capacità già dimostrata di promuovere una nuova e innovativa organizzazione scolastica, nel 1904, il sindaco di Reggio Emilia Luigi Roversi lo chiamò a dirigere le scuole comunali della città. Tale decisione si dimostrò coerente con il programma del PSI che metteva al centro dei suoi sforzi amministrativi la questione dell’educazione scolastica.
Una delle sue prime iniziative fu quella di creare una scuola serale per l’alfabetizzazione degli elettori socialisti. Poiché secondo la legge elettorale del 1882 erano ammessi al voto solo chi sapeva leggere e scrivere, con tale iniziativa Soglia assicurò al PSI una platea più ampia di possibili elettori.
Con coraggio e lungimiranza Soglia affiancò alle scuole elementari, nel frattempo aumentate notevolmente di numero anche nel forese, le cosiddette istituzioni sussidiarie (l’asilo infantile, i Ricreatori educativi o Doposcuola comunale, le colonie estive) e lanciò la sfida di aprire in città anche una scuola professionale pubblica, capace di preparare il futuro operaio dell’industria.
Il primo nido sorse invece a Villa Gaida, zona a vocazione tessile con una occupazione prevalentemente femminile. Tutto, secondo Soglia, doveva rientrare ed essere coerente con l’aspirazione di “costruire non solo scuole ma anche scolari”.
Lo statuto del nido precisava che l’asilo era laico, che la frequenza era gratuita per tutti i bambini d’ambo i sessi e che comprendeva la fornitura di una sana refezione scolastica. Tale esperienza, allargata alle altre ville comunali, si rivelò importantissima soprattutto durante la prima guerra mondiale, quando i padri erano al fronte e le madri costrette a lavorare per assicurare il sostentamento familiare.
Nel 1909, sempre su ispirazione di Soglia, sorse la Mutualità scolastica reggiana, una specie di mutuo soccorso a favore dell’infanzia. Fondò inoltre il refettorio comunale e la Biblioteca popolare. Il segreto di tale feconda attività risiedette nell’ottimo rapporto intrattenuto con il sindaco Roversi e con tutti i principali artefici della politica economica e sindacale della provincia. La considerazione e la stima professionale goduta in città, che oggi definiremmo bipartisan, lo portò anche a rivestire altre responsabilità nell’ambito del sociale. Diventò infatti presidente dell’importante Congregazione di carità e vice presidente della Croce Verde di Reggio.
La sua fama si diffuse in tutto il paese, tanto che nel 1911 venne addirittura premiato dal ministro della Pubblica Istruzione quale benemerito.
Partecipò attivamente alla vita del PSI e al congresso nazionale socialista del 1912 fu relatore sui problemi della scuola primaria e secondaria. Con Zibordi, Vergnanini e Prampolini tenne diversi comizi a Reggio e in altri comuni della provincia, promuovendo circoli politici e associazioni culturali. Fu tra i promotori dell’Unione magistrale nazionale della quale divenne presidente nel 1913. Lo stesso anno venne anche eletto deputato nel collegio di Lendinara (RO), precedendo nello stesso collegio Giacomo Matteotti.
Contrario alla guerra di Libia del 1911, in seguito si dimostrò un convinto neutralista rispetto all’intervento italiano nella prima guerra mondiale, condividendo la posizione ufficiale del partito e soprattutto le motivazioni espresse da Prampolini. A causa di tali convincimenti fu costretto ad abbandonare la presidenza dell’Unione magistrale, ormai egemonizzata dagli interventisti.
Nonostante la sua ferma contrarietà alla guerra, il 24 luglio 1916, non rinunciò a commemorare la figura eroica di Cesare Battisti presso la Federazione socialista reggiana.
Nel dopoguerra promosse il Sindacato magistrale italiano, nato dopo il distacco dall’Unione e diresse il giornale L’Avanguardia magistrale.
Stabilitosi a Reggio, in seguito alle persecuzioni fasciste, chiese e ottenne il pensionamento anticipato dalla scuola. Si trasferì a Bologna presso una figlia e lì morì, appena cinquantacinquenne, il 25 giugno 1926.
L’amico e compagno Camillo Prampolini non volle mancare al suo funerale.

