Mola (Bari) 25 settembre 1921, comizio socialista dell’on Giuseppe Di Vagno. Al termine due colpi di pistola disperdono la folla e l’on Di Vagno cade a terra ferito mortalmente. È il primo parlamentare italiano ad essere vittima della violenza fascista.
Nato a Conversano il 12 aprile 1889 da un’agiata famiglia contadina del barese, Giuseppe è un giovane alto, robusto, intelligente e studioso. Frequenta il regio liceo ginnasio presso il locale seminario, per poi trasferirsi a Roma per studiare giurisprudenza, dove si laurea nel 1912. Per qualche tempo esercita l’attività forense e si iscrive al Partito socialista. Fin da ragazzo ha a cuore le condizioni miserevoli dei braccianti e dei salariati della sua terra, tanto da tornare, dopo un paio d’anni, al suo paese per occuparsi in prima persona delle lotte popolari e bracciantili. Conosciutissimo e stimato in tutta la zona, nel 1914 è eletto consigliere provinciale di Bari. Chiamato alle armi, è costretto a sospendere la sua attività politico-sindacale, che riprenderà però con ancora maggior determinazione una volta tornato dal fronte. Durante il conflitto viene relegato in Sardegna, in una specie di compagnia di punizione, per essere meglio sorvegliato a causa delle sue opinioni sovversive e contrarie alla guerra.
Nel 1918 collabora a diversi giornali progressisti come L’Oriente, il Gazzettino di Puglia e il Giornale del Sud. Sempre nello stesso anno è schedato presso il Casellario politico centrale e per questo viene costantemente sorvegliato. La sua condivisione delle idee meridionaliste e di critica alla poca attenzione del Psi ai problemi del Sud, sostenute da Gaetano Salvemini, lo escludono nel 1919 dalla lista dei candidati del partito alle elezioni politiche. Questo episodio non gli impedisce, nel 1920, di diventare direttore dell’organo della Federazione socialista di Bari Puglia Rossa.
Bandito dai fascisti dalla città perché accusato d’essere uno dei responsabili dello sciopero generale nel barese, diventa il primo bersaglio della violenza del nascente fascismo locale. Tutto ciò non gli impedisce di continuare la sua attività politica e sindacale a favore dei lavoratori delle fabbriche e dei campi.
Il 15 maggio 1921 è eletto deputato del collegio Bari-Foggia e in Parlamento ricoprendo la funzione di segretario della Commissione Giustizia.
Quindici giorni dopo, in seguito a un suo comizio a Conversano, è vittima di una aggressione da parte di una squadra fascista, che non gli perdona d’essere tornato in paese dopo il loro divieto. Negli scontri di piazza muore il militante socialista Cosimo Conte e ben nove contadini restano feriti. I violentissimi scontri registrano pure la morte un fascista.
Giuseppe, che Turati chiama affettuosamente il “Gigante buono”, sarà poi oggetto di altri tentativi di aggressione nei giorni successivi in altri paesi del barese dove si reca per svolgere l’attività propagandistica.
Il 25 settembre 1921, sebbene avvertito del pericolo dai compagni di sezione, si reca ugualmente a Mola per tenere il discorso di inaugurazione della sede del PSI in Piazza XX settembre. “Gli impegni- era solito dire- vanno sempre onorati”. Al termine del comizio, mentre svolta in via Loreto in compagnia di alcuni compagni, viene colpito alla schiena da due colpi di pistola. Scoppia anche una bomba a mano che ferisce alcuni passanti.
Operato d’urgenza dal prof. Tarosi, le sue condizioni si aggravano rapidamente. Muore il giorno dopo presso il locale ospedale civile. Dalla sua elezione in Parlamento sono passati solo quattro mesi e mezzo. Appena appresa la notizia i sindacati proclamano lo sciopero generale di protesta.
Numerosi telegrammi di cordoglio e di solidarietà giungono dalle Federazioni socialiste di tutta Italia.
La Giustizia ne dà notizia il 28 settembre. Dopo aver descritto l’uomo e il politico colto, disinteressato e difensore del popolo, informa che ai funerali, la cui data non è ancora fissata, hanno annunciato la loro presenza il Presidente della Camera dei deputati on De Nicola, Treves e Bacci per il PSI e per il sindacato Di Vittorio.
Si accertò che gli squadristi, almeno nove, quasi tutti di Conversano, erano guidati dal deputato di Cerignola Giuseppe Caradonna. Nessun processo, tuttavia, venne celebrato per assenza di prove e per l’amnistia voluta da Mussolini per i “crimini in favore dello stato fascista”.
Nel 1947 la Corte d’Assise di Potenza riconoscerà la colpevolezza di diversi imputati, ma la condanna per omicidio preterintenzionale consentirà loro di beneficiare dell’amnistia varata dal ministro della giustizia Togliatti ed evitare il carcere. L’amnistia, infatti, escludeva solo i responsabili di “efferati delitti”.
Il figlio, Giuseppe Di Vagno jr, nato dopo la sua morte, ha continuato le battaglie del padre e sarà deputato del PSI dal 1963 al 1983.

