di Matteo Bettini.
Giovani: se ne parla spesso come di una “brutta generazione”. Lo si dice con tono severo, talvolta sprezzante. A dirlo, però, è una generazione — o l’eredità culturale di essa — che ha attraversato e prodotto due guerre mondiali, un olocausto, totalitarismi e devastazioni morali prima ancora che materiali. Un dettaglio che meriterebbe almeno una riflessione.
I giovani non sono uno spot sociologico da congresso né una riserva elettorale, sono il futuro che chiede parola.
Oggi votano i nati nel 2006: ragazzi e ragazze che non sanno cosa sia l’11 settembre perché non lo hanno vissuto. Ed è inutile scandalizzarsi. Ogni generazione ha le proprie coordinate emotive e culturali.
Non si può continuare a parlare ai ventenni di Sigonella o dei fratelli Rosselli come se fossero una bussola perenne e un vocabolario sufficiente.
Sono coordinate importanti, ma non autosufficienti.
Serve un linguaggio nuovo capace di muoversi dentro quelle coordinate senza restarne prigioniero.
I valori non invecchiano, i linguaggi sì.
Il mondo è cambiato: l’Europa non è più una promessa ma uno spazio concreto di opportunità e vincoli; le distanze si sono accorciate e insieme moltiplicate; la società si muove più veloce delle sue istituzioni.
In questo scenario, una politica che parla solo per memoria rischia di diventare incomprensibile.
La politica ha parlato a lungo dei giovani, raramente con i giovani. Li ha accusati di fragilità e disimpegno, senza interrogarsi sulle proprie responsabilità. Ma ogni generazione è figlia del mondo che riceve.
Se oggi molti giovani cercano protezione, stabilità e riconoscimento sociale, è perché la società adulta ha smesso di offrirli.
C’è poi un bisogno nuovo e antico insieme: luoghi fisici. Nell’epoca in cui tutto è scritto, postato, commentato in modo virtuale, i giovani chiedono spazi reali di incontro, di confronto, di formazione. Non solo piattaforme, ma piazze, scuole, oratori, circoli e comunità.
E soprattutto una scuola che torni a essere riferimento civile e non semplice passaggio obbligato.
Parlare ai giovani significa tenere insieme memoria, presente e futuro, radici e movimento.
Significa capire che senza un linguaggio nuovo non si trasmettono nemmeno le idee migliori. E che una politica incapace di rinnovare le proprie parole è destinata a perdere anche le proprie ragioni.

