Il 20 novembre, da poco trascorso, si accendono luci blu e si pronunciano discorsi sulla Giornata mondiale dell’Infanzia. Ma a cosa serve celebrare una ricorrenza se nel resto dell’anno facciamo finta di non vedere? I numeri non lasciano scampo: secondo l’UNICEF, centinaia di milioni di bambini vivono in povertà grave e circa 417 milioni sono privati di beni essenziali come nutrizione, istruzione, acqua pulita e servizi igienici. Lo stesso UNICEF stima che oltre 100 milioni di minori subiscano più privazioni contemporaneamente, e che in molte aree di conflitto le armi esplosive causino la grande maggioranza delle vittime infantili. Se questi dati non bastano a togliere il fiato, allora il problema è la nostra assuefazione alla tragedia.
Partiamo dalle case, dove i muri dovrebbero proteggere e invece feriscono. Quando i genitori si separano e trasformano i figli in armi di ricatto contro l’altro coniuge, quando li usano come merce di scambio per avere più soldi dai loro nonni, non li stanno “difendendo” o “tutelando” ma li stanno usando. Pedine, non persone!! Si manipolano affetti, si comprano silenzi, si domandano alleanze impossibili. Un bambino messo in mezzo a una guerra di adulti impara presto a sopravvivere, non a crescere: misura le parole, controlla i gesti, annusa l’aria prima di parlare. È un abuso che non lascia lividi sulla pelle, ma incide in profondità. E intanto, fuori casa, i numeri continuano a salire, bussando alle nostre coscienze. Save the Children parla da anni di milioni di minori vittime di tratta e sfruttamento nel mondo, con stime nell’ordine delle decine di milioni, e in Italia denuncia regolarmente casi di sfruttamento sessuale, lavoro coatto, accattonaggio forzato e coinvolgimento in attività illegali. Non è folklore nero: è cronaca!
Poi c’è l’indifferenza elegante, quella che non fa scandalo perché si chiama “lavoro”, “produttività”, “agenda piena”. I bambini diventano invisibili tra una riunione e una scadenza: li si parcheggia davanti a uno schermo, si delega l’ascolto a chi capita, si confonde la presenza fisica con l’assenza emotiva. Non basta essere nella stessa stanza: bisogna esserci, davvero. Un bambino non chiede perfezione, chiede attenzione. Se gli adulti lo trattano come un intralcio, il mondo intero gli sembrerà ostile. E quando delegare diventa abdicare, allora il rischio si moltiplica: affidare i bambini a baby-sitter non controllate, a persone di cui non sappiamo nulla, è una lotteria crudele. Non si può lasciare la sicurezza di un bambino al caso, perché il caso non ha responsabilità. Qui non si parla di demonizzare chi lavora nella cura, ma di fare verifiche vere e di non voltarsi dall’altra parte.
Gli abusi più pesanti sono l’ombra che nessuno vuole nominare ma che tutti conoscono. Violenza fisica, psicologica, sessuale: parole che fanno paura e che spesso si preferisce coprire con eufemismi. Ogni volta che un bambino viene tradito dalla fiducia che ripone in un adulto, crolla una parte di noi. E se il nostro istinto è minimizzare, giustificare, spostare lo sguardo, allora siamo complici del silenzio. La tratta di minori, lo sfruttamento e persino il commercio di organi rappresentano l’abisso della disumanità: organizzazioni internazionali ricordano che una quota consistente delle vittime della “schiavitù moderna” è minorenne, e che la domanda di corpi e lavoro a basso costo continua a alimentare reti criminali transnazionali. Finché lasciamo che accada, le nostre celebrazioni resteranno carta patinata.
La Giornata mondiale dell’Infanzia non dovrebbe essere un rituale rassicurante, ma un esame di coscienza. Non servono slogan se non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio: siamo adulti che mettono i bambini al centro solo quando conviene, che li tirano dentro le nostre guerre e poi li pretendono resilienti, che delegano la cura e si stupiscono del danno, che preferiscono il silenzio alla verità.
I bambini non chiedono giornate: chiedono adulti presenti, regole chiare, protezione reale, affetto che non si compra e non si ricatta. Se vogliamo che questa data abbia un senso, dobbiamo smettere di celebrare le intenzioni e cominciare a praticare responsabilità. Nelle separazioni, scegliere di non usarli. Nel lavoro, scegliere di esserci. Nella cura, scegliere di verificare. Di fronte agli abusi, scegliere di parlare, denunciare, credere a chi racconta. Davanti all’orrore della tratta, scegliere di non voltarsi. Perché l’infanzia non è un concetto: è un volto preciso, un nome, una voce che oggi aspetta che gli adulti, finalmente, si comportino da adulti.
Angioletta Massimino

