È dal giorno dopo le elezioni del 2022 che la muta è iniziata.
E così Giorgia Meloni, come è stata designata premier in pectore del paese, ha iniziato, neanche poi tanto piano, a dismettere la pelle della barricadera, della contestatrice a prescindere, quella dei video sulle accise, della populista sfrenata e irresponsabile ivi compresa quella delle sue posizioni estremiste che l’avevano portata a dialogare solo con follie anti-europeiste quali Orban o Vox e a dichiarare senza mezzi termini che bisognava uscire dall’Euro e fare come gli inglesi e adottare la italexit.
E quindi ci siamo ritrovati una Meloni premier che all’improvviso si è messa a fare la premier, non più urla e grida, non più contestazioni, ma toni, posizioni e scelte responsabili, lo sguardo sempre rivolto al bilancio, taglio delle accise addio, schiaffi e reprimende alle intemperanze di Salvini, i migranti non sono più un nemico da affondare ma un problema umano da risolvere, “la gente deve capire che a volte occorrono sacrifici”, ma soprattutto è cambiato l’atteggiamento verso l’Europa, Bruxelles è diventata la sua casa, con Ursula ci va braccetto a fare shopping, sulle crisi internazionali posizioni di cauto equilibrio, Putin non è più un mito ma un mitomane e infine, all’ultimo G7, si è guadagnata un posto nell’Europa che conta.
Tant’è che Orban si è infuriato e come lui i rappresentanti delle destre europee che speravano di fare mucchio con quelli di Fratelli d’Italia per abbattere Ursula e forse l’Europa intera,
Manco per niente.
Emmanuel Macron e Olaf Scholz lo avevano promesso e alla fine il volto della nuova Commissione europea, salvo colpi di scena, sarà ancora quello di Ursula von der Leyen e la coalizione sarà quella dei Popolari, Socialisti e Liberali.
Ma in aula la presidente della Commissione europea avrà bisogno della maggioranza assoluta: 361 deputati su 720. L’asse Ppe-S&D-Renew conta in tutto 399 deputati. Un margine risicato. Il Consiglio europeo designa il presidente della Commissione a maggioranza qualificata ma è il Parlamento che deve eleggerla e il voto è segreto e c’è chi stima un peso del 10-15% di franchi tiratori.
Ed ecco quindi le trattative di Von der Leyen con Palazzo Chigi, benché Fratelli d’Italia non faccia parte dei tre gruppi di maggioranza, bensì dei Conservatori e Riformisti.
È un braccio di ferro. Le trattative (per un accordo non esplicito) su cui Meloni, che si mostra irritata, vuole fare pesare i suoi risultati elettorali dell’8-9 giugno.
Gli obiettivi sono chiari: un commissario “rilevante” (bilancio, coesione, PNRR), un programma coerente con le posizioni del governo italiano, e una vicepresidenza esecutiva, che sarebbe già stata offerta in cambio di un sostegno all’accordo.
In Italia qualcuno già si frega le mani tra chi pensa ad andare a fare il Ministro per gli Affari Europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il Pnrr, al posto di Raffaele Fitto, e lo stesso Ministro possibile nuovo commissario Ue alla Coesione e al Pnrr.
Meloni potrebbe ripartire le sue deleghe anche se la premier preferirebbe non toccare la squadra. Fitto, dal canto suo, ha detto:”Per noi è molto importante un messaggio chiaro su temi come la competitività dell’economia europea, la difesa, la migrazione e ľ’Agenda strategica, oltre, ovviamente, a Ucraina e Medio Oriente”.
L’aut-aut alla fine è stato accantonato, i dubbi fugati e la bozza di accordo pare pronta ad approdare sul tavolo dei leader dei Ventisette giovedì a Bruxelles per il via libera finale.
Un medico e due avvocati: è il terzetto scelto per i vertici delle istituzioni europee. E rispecchia le previsioni: Ursula von del Leyen, dunque, del Partito Popolare confermata alla guida della Commissione europea, l’ex premier socialista del Portogallo António Costa al timone del Consiglio Europeo (al posto di Charles Michel) e la liberale Kaja Kallas, che guida l’Estonia dal 2021, come Alto rappresentante per gli Affari esteri (sostituendo Josep Borrell). Sono i tre nomi su cui hanno trovato ľ’accordo – secondo un equilibrio politico, di genere e geografico – Popolari, Socialisti e Liberali, le tre principali famiglie politiche più, anche se informalmente e fuori dei canali ufficiali, la destra dei Conservatori e Riformisti ( che ora ha più seggi dei Liberali).
Questa dunque l’intesa che dovrà essere formalizzata al vertice dei capi di Stato e di governo che si terrà domani e venerdì a Bruxelles.
Alla fine Orban ha ragione a infuriarsi, il fronte delle destre non c’è più, Fratelli d’Italia voteranno con i Popolari, i Liberali ma soprattutto gli odiati Socialisti, e la Meloni ultimerà la muta della pelle, riportando però in Italia un bel bottino di guerra.
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

