Mentre Trump, l’amico del cuore di Giorgia, congela i dazi per Canada e Messico, tratta con la Cina, e annuncia invece una super stangata del 10% sui prodotti europei, in Italia la Premier è ancora al centro delle polemiche per il caso Almasri.
Atto dovuto, atto non dovuto, “sull’informazione di garanzia” del Procuratore di Roma ci siamo già espressi abbondantemente con buona pace di qualche nostro commentatore e delle requisitorie da autentico Bernardo Gui che Travaglio va facendo a destra e a manca.
Al gran calderone giudiziario si è aggiunta la denuncia di Lam Magok Biel Ruei, una delle vittime del boia libico, con la quale si è rinnovata l’accusa per favoreggiamento contro la Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano.
Su quanto da noi scritto in precedenza qualcuno ha equivocato, o ha volutamente fatto finta di non capire.
Giammai da queste pagine abbiamo sostenuto la cherubina innocenza di Almasri, un boia (ma l’abbiamo già detto) che si è macchiato di imprese infami.
Ma viviamo in uno stato di diritto in cui si spera che le regole dei processi e delle procedure si rispettino specie quelle in materia penale.
E non è certo colpa nostra se tra il Tribunale Penale Internazionale de l’Aja e la Corte d’appello di Roma fanno le puttanate.
Almasri era, al momento, un uomo legalmente libero e quindi il suo espatrio non era certo favoreggiamento checché ne dica Travaglio.
E se proprio qualcuno doveva pensare ad avviare un procedimento penale, poi, continuiamo a non capire perché sono stati chiusi gli occhi, o si è voltata la faccia dall’altro lato, nei confronti di chi, il libico, l’ha materialmente liberato e cioè i giudici della Corte d’Appello di Roma.
Ma il problema adesso è un altro.
Le scelte politiche dei politici, lo abbiamo detto, si giudicano sul terreno della politica e all’interno delle aule parlamentari e non in quelle dei tribunali.
I comportamenti dei politici, quando violano la legge penale, come tutti i cittadini ordinari, vanno giudicati in tribunale.
Sono però cose diverse che non vanno mescolate da chi vede reati da tutte le parti spinto da una buona dose di ignoranza tecnico-giuridica (compreso Travaglio).
E però Giorgia Meloni che, a nostro parere giustamente, si ribella alle accuse della Procura della Repubblica, non può né ribellarsi né sottrarsi alla chiamata del parlamento che la ha più volte, per bocca delle opposizioni, invitata a riferire.
Qui, contro “i am Giorgia” o “je suis Giorgia” (a seconda che amiate i gorgheggi gutturali della lingua anglosassone o i suoni melodiosi di quella francese), ce n’è da dire un sacco e na sporta.
E già cara Giorgia Meloni.
Perché al parlamento non ti devi sottrarre.
Non puoi e non devi espropriare il parlamento, che è sacro più di quanto lo sia tu, al diritto di sapere, di discutere e di valutare.
C’era un tuo predecessore che da Presidente del Consiglio umiliò e disprezzò il parlamento: “Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.”
E un altro, più recentemente, disse “i partiti non hanno senso se non a favorire l’ascesa del leader”.
Aberranti megalomanie comuni alle quali speriamo tu sia indenne.
Tu poco fa, in occasione della ricorrenza della Shoa, hai accusato assieme al nazismo anche il fascismo dei crimini contro gli ebrei e l’umanità.
Sii coerente con queste parole, non imitare i tuoi predecessori e vai in parlamento, affronta il dibattito con i tuoi oppositori, non farci venire il dubbio che le tue parole, pronunciate il ventisette gennaio, fossero mendaci.
Questa si chiama democrazia, facci capire che ci credi.


1 commento
Stamattina ho ascoltato gli interventi, in Aula, dei Ministri della Giustizia e dell’Interno, e mi sono sembrati chiari e convincenti (c’è chi li ha definiti ineccepibili), ma aspetto comunque di vedere come si svilupperà il dibattito parlamentare.
Paolo Bolognesi 05.02.2025