E’ stata fatta passare come una visita di routine la missione di Giorgia Meloni in Libia, martedì 7 maggio. Una visita inserita nel piano Mattei e nella politica di gestione dei flussi migratori. In realtà abbiamo assistito a qualcosa di abbastanza strano per quello che riguarda i rapporti ufficiali del nostro Paese con le autorità dello Stato da cui ancora oggi partono la maggior parte dei clandestini che cercano rifugio a Lampedusa e sulle coste italiane. Non si è sostanzialmente compreso come la nostra Premier, dopo aver più volte rimarcato, in sede europea e internazionale, che l’unico Governo riconosciuto in Libia sia quello di Abdul Hamid Dbeibah, abbia, nella stessa giornata svolto altri incontri istituzionali. E passi per quello con il Presidente del Consiglio Presidenziale libico Mohammed Yunis Ahmed Al-Menfi, con il quale è aperto un tavolo di mediazione (pur tra alti e bassi) tra Tripoli e Tobruk, ma a Bengasi, la Meloni ha parlato anche con il generale Haftar, messo all’indice da tutto il mondo occidentale. Haftar non aspettava altro per ricevere una sorta di legittimazione che certamente non avrà fatto piacere a Dbeibah né a Usa e Unione Europea che continuano a sostenerlo. Né al Primo Ministro di Tripoli saranno bastati, come compensazione, alcuni accordini di secondo piano firmati con alcuni Ministri che accompagnavano la Premier come quello siglato con il nostro Ministro dello Sport Andrea Abodi. Tra l’altro Dbeibah proprio nei giorni che avevano preceduto la visita della Meloni aveva dovuto affrontare un duro scontro con il governatore della Banca centrale libica Saddek al Kabir che ha rischiato di trasformarsi in un conflitto armato. Un quadro abbastanza desolante a cui si aggiungono le scorribande delle varie tribù presenti sul territorio che portano ulteriore confusione. Meloni ha incontrato Haftar certo con lo spirito di cercare una riconciliazione tra le parti ma soprattutto conscia che piano Mattei e conseguente blocco o riduzione delle migrazioni clandestine trovano un serio ostacolo nella situazione libica. Il fatto è che, legittimando Haftar, si rischia anche di legittimare Mosca. Infatti nell’est della Libia si trovano un migliaio di mercenari della Wagner ora raggruppati negli “Africa corps” alle dirette dipendenze del Ministero della Difesa di Putin. Inoltre il figlio del generale, Belkacem Haftar, direttore del Fondo per la ricostruzione della Libia, in una intervista alla agenzia di stampa russa Sputnik, ha lanciato un appello alle aziende di Mosca affinché partecipino con interventi e finanziamenti al rilancio del Paese soprattutto con opere infrastrutturali e viarie. Non proprio un comportamento coerente quello di Giorgia Meloni con il suo continuo impegno a favore delle sanzioni contro Putin per l’aggressione in Ucraina. Inoltre è tutto da vedere che il suo impegno con i signori della guerra sia compatibile con il rispetto dei diritti umani al quale sempre si è appellata per risolvere il problema delle migrazioni. Numerose sono le denunce a livello internazionale sulle condizioni dei lager libici in cui sono rinchiusi i clandestini subsahariani che non riescono a imbarcarsi verso le nostre coste. Sono strutture indegne e prive dei più elementari servizi igienici che vengono costruite con i soldi europei e anche nostri elargiti alle autorità libiche. Qui si consumano veri e propri crimini contro l’ umanità senza parlare della composizione della Guardia costiera di Tripoli dove spesso sono presenti criminali che ricattano e minacciano i disgraziati in fuga. Ma questo aspetto pare non interessare granché alla nostra Premier che ha chiuso un occhio limitandosi a dichiarazioni di principio.

