“Quando dicono che qualcosa è impossibile, è impossibile solo perché non è stata ancora trovata una strategia“. Lo sostiene Adam Khoo, guru di Singapore. Ma dice qualcosa non del tutto ignota a noi presuntuosi occidentali, con secoli di filosofia alle spalle. E non solo filosofia.
Perciò voglio proporvi una riflessione che abbraccia più dottrine e più decenni di elaborazione. Chissà se i leader mondiali l’hanno mai studiata: parlo della teoria dei giochi. Io l’ho riletta nel tempo di un viaggio A/R di mille chilometri. Lor signori di chilometri ne fanno molti più di me, ma chissà se leggono.
Furono i matematici John Von Neumann e Oskar Morgenstern a porne le basi, e fu John Nash a mettere a sistema l’intera teoria, guadagnandosi il Nobel. Oggi vale la pena rispolverarla: sarebbe utile nel pacificare questo pianeta fin troppo bellicoso.
Sappiamo tutti quanto difficile sia anche solo disegnare chiaramente uno scenario critico. Ma la corretta formulazione di un problema ne determina già la soluzione. Del resto, l’intera attività scientifica consiste proprio nel porre bene il problema giusto.
Se è vero che il fine ultimo dello sviluppo è un ulteriore progresso, allora mai come oggi economisti, matematici e politici potrebbero provare a impostare un problema in comune. E quindi risolverlo.
Premessa: si afferma spesso che la matematica e l’economia non abbiano “nessun simbolo per idee confuse”. Ma le cose non stanno sempre così. Anzi, molte idee confuse sono state espresse simbolicamente, a parole non meno che in formule, e questa attività si protrae immutata in tutti i campi delle aspirazioni umane. Politica compresa.
Nelle scienze (e l’economia è una scienza) l’uomo ha scoperto molte leggi, e le ha definite rigorosamente in valori statistici e numerici. Ma la scienza della comprensione dei processi sociali, delle correlazioni e della cooperazione fra gli uomini e fra Stati è soltanto all’inizio del percorso.
Mentre leggete state immaginando la Stanza Ovale o l’emiciclo del Palazzo di Vetro, sì? Molto bene.
Pensiamoci: politica ed economia hanno molto in comune. Il loro linguaggio ricorre spesso a espressioni tratte dall’esperienza di gioco. Ad esempio, nel prendere alcune decisioni politiche o d’affari si parla di gioco “azzardato”, di “posta elevata”, di “bluff”, o di “mettere le carte in tavola”. Tutto ciò non è casuale.
L’analogia diventa chiara se consideriamo ciò che è essenziale in un gioco di strategia: ogni giocatore vuole vincere il più possibile; il suo grado d’informazione è spesso limitato; le sue carte dipendono dal caso; deve tener conto del fatto che gli altri giocatori risponderanno alle sue mosse e cercheranno di scoprire le sue intenzioni, proprio come egli stesso vorrebbe scoprire ciò che gli altri intendono fare.
E da ultimo: il risultato finale non dipende da alcun giocatore preso isolatamente, ma da tutti, e ciascuno controlla soltanto una parte delle variabili che, tutte insieme, determinano il risultato.
Questo accade nel bridge, nel poker e in migliaia di altri giochi. Se vuole vincere, il giocatore deve comportarsi “razionalmente”, seguendo una teoria che deve fornirgli regole di comportamento tali da garantirgli la vittoria, o almeno salvarlo dalla sconfitta.
Tutto ciò deve essere espresso in termini quantitativi, perché vincita e perdita sono grandezze misurabili. Va anche considerata la possibilità che l’avversario si comporti “irrazionalmente”, così da spingere il primo giocatore alla scelta di un’altra strategia. E via di seguito.
È chiaro che questo scenario si adatta immediatamente all’economia e a molti problemi sociopolitici.
Allora i problemi politici oggi irrisolti, compresi quelli impossibili da affrontare, possano essere chiariti con la teoria dei giochi?
Ogni mossa della diplomazia internazionale può esprimersi in termini di “utilità” attesa. La teoria dei giochi sostiene che è possibile costruire un sistema rigoroso per stabilire un legame tra utilità attesa e probabilità dell’aspettativa.
Un gioco di strategia, proprio come nelle relazioni internazionali, si svolge con un certo numero di giocatori, ciascuno dei quali vuole vincere. Le regole del gioco stabiliscono rigorosamente le mosse che i giocatori possono fare, se e quando può intervenire il caso, e quando il gioco è finito. Ciò che il singolo riceve alla fine dipende quindi dalle sue mosse, da quelle degli altri e da una componente casuale. Ogni giocatore ha una scelta tra mosse diverse e sceglierà in modo da essere (o credere di essere) in vantaggio. Spesso – ma non sempre – è importante che il giocatore impedisca agli altri di cogliere le sue intenzioni. E sarebbe – quasi sempre – avvantaggiato dall’indovinare le intenzioni degli altri. Churchill aveva ragione nel sostenere che “l’informazione è potere“…
Le vincite di un giocatore sono sempre pari alle perdite dell’altro. Poiché vuole massimizzare il proprio vantaggio, ogni giocatore deve mirare a rendere minimo quello dell’altro.
In un gioco a due persone (o due Stati) con “somma zero” il contrasto degli interessi è assoluto, come tra Russia e Ucraina; quando i giocatori sono più di due, alcuni giocatori possono allearsi in una comunità d’interessi contro gli altri, come ai tempi del muro di Berlino.
Le singole mosse di ciascun giocatore, o gruppo di giocatori, effettuate durante un gioco (anche lungo e complicato) rappresentano la strategia. In alcuni giochi si hanno a disposizione soltanto poche strategie alternative; in altri, moltissime. E ciascuno si comporta “razionalmente” ogni volta che fra tutte le strategie sceglie la “migliore”.
Ma in che senso “migliore”? Ogni giocatore vuole attuare la strategia migliore, ma sarà sempre e solo la migliore per lui!
Eppure a volte si formano accordi “ottimali”: accordi che offrono a ciascuno più vantaggi di quanti possano mai ottenere individualmente. Non sempre riesce a chiunque entrare in queste coalizioni vincenti.
Gli economisti chiamano questi giochi “essenziali”, differenziandoli da quelli “non essenziali” in cui una coalizione non offre alcun vantaggio al singolo membro. I casi interessanti (e difficili) sono del primo tipo. Qui si realizza la “complementarità del valore”, come in una buona combinazione produttiva: il valore complessivo prodotto da un certo accordo è superiore alla somma dei valori delle singole scelte prese da sé.
Abbiamo bisogno di una nuova diplomazia, capace di tessere una rete con più fattori in gioco (economici, militari, ideologici, psicologici, sociali). Una diplomazia che sappia contrastare i piani ostili e convertire gli scontri frontali in relazioni in cui coinvolgere o isolare l’avversario.
Abbiamo bisogno di leader che sappiano vedere oltre le circostanze, smetterla di giocare, e condurre le rispettive società oltre le frontiere del possibile.
Altrimenti, perderemo tutti.


2 commenti
Chi dice che una cosa è impossibile, non dovrebbe disturbare chi la sta facendo (Albert Einstein). Sembra sempre impossibile finché non viene realizzato. (Nelson Mandela).
Nella teoria dei giochi se “Le vincite di un giocatore sono sempre pari alle perdite dell’altro” è evidente che non si applica alla guerra, i morti restano morti da entrambe le parti, le spese in termini di esplosivi, non si recuperano come materie prime e come disse Keynes su complicati calcoli economici «Nel lungo periodo siamo tutti morti»
Sono solo tre esempi per inquadrare la qualità attuale dei giocatori sullo scenario, molto diversa da quella di probabili risolutori come in passato, che non è semplice capacità dei vari leader ma generale dissonanza cognitiva che ha portato al potere questi loschi figuri e loro controfigure.
Condivido. grazie per aver espresso le sue deduzioni, che ampliano il campo di osservazione.