di Luigi Filippo Daniele (coordinatore del GEL)
I dati Eurostat 2024 sono impietosi: Roma investe solo il 7,3% della spesa pubblica in formazione, la metà dei paesi nordici.
C’è un numero che più di ogni altro dovrebbe togliere il sonno a chi governa e a chi pianifica il futuro del Paese: 7,3%. È la percentuale della spesa pubblica totale che l’Italia ha destinato all’istruzione nel 2023. Un dato freddo, statistico, ma che nasconde una realtà allarmante certificata dagli ultimi grafici Eurostat diffusi in queste ore. L’Italia è in fondo alla classifica europea, staccata non solo dai modelli virtuosi del Nord Europa – con Svezia ed Estonia che investono il 14,5%, praticamente il doppio di noi – ma anche dai diretti competitor economici come la Germania (9,2%) e la Francia (8,8%).
A sollevare la questione sul territorio è Generazione Europa Liberali e Democratici Bellunesi (GEL), che analizza le ricadute di questi numeri non solo sul sistema Paese, ma specificamente sul tessuto socio-economico della provincia di Belluno.
«Guardare questa mappa europea è doloroso, ma necessario mentre i partner continentali costruiscono le autostrade della conoscenza per i prossimi vent’anni, l’Italia sembra ferma a una mulattiera. Investire il 7,3% significa avere scuole strutturalmente obsolete, scarsa innovazione nella didattica, poche risorse per la ricerca e, soprattutto, una difficoltà cronica nell’attrarre e trattenere i talenti. Per un Paese del G7 è inaccettabile essere il fanalino di coda tra le principali economie dell’Unione».
La posizione dei Riformisti bellunesi è netta: la spesa in istruzione non va considerata un costo corrente, ma l’investimento primario per la crescita del PIL. «Il divario con i paesi scandinavi e baltici non è solo una questione di bilancio, è una scelta politica, loro hanno capito che la ricchezza delle nazioni nel XXI secolo non risiede nelle materie prime, ma nelle competenze. Noi, invece, continuiamo a preferire politiche di bonus a pioggia piuttosto che riforme strutturali del sistema educativo».
Il ragionamento di Generazione Europa si sposta poi sulla dimensione locale. In una provincia come quella di Belluno, che lotta quotidianamente contro lo spopolamento e la “fuga di cervelli”, questi dati nazionali assumono una valenza ancora più drammatica.
«Se l’Italia investe poco, la montagna soffre due volte un sistema scolastico sottofinanziato non riesce a garantire quell’ascensore sociale fondamentale per i nostri ragazzi. Senza un incremento degli investimenti sul capitale umano, rischiamo di compromettere definitivamente la nostra competitività. I giovani bellunesi, spesso eccellenti, sono costretti a guardare all’estero non per mancanza di amore verso la loro terra, ma perché altrove trovano strutture, fondi per la ricerca e prospettive che qui lo Stato non garantisce».
La proposta politica di GEL è quindi chiara: rimettere l’istruzione al centro dell’agenda, anche in vista delle prossime sfide elettorali e amministrative. «Non possiamo rassegnarci alla mediocrità, essere liberal democratici e riformisti oggi significa pretendere che lo Stato torni a fare il suo dovere essenziale: formare cittadini competenti e liberi. O invertiamo la rotta, portando la spesa almeno alla media europea, o condanniamo le prossime generazioni all’irrilevanza economica e sociale».

