DI Simona Russo.
La recente richiesta della Francia di dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi occupati, riporta al centro una questione più ampia: qual è il confine tra denuncia legittima e protagonismo divisivo? E soprattutto, quale approccio serve davvero alla causa palestinese oggi?
La posizione francese nasce da alcune dichiarazioni pubbliche della relatrice che, secondo Parigi, avrebbero lasciato intendere che Israele fosse definito come un “nemico dell’umanità”. Albanese ha successivamente precisato di riferirsi a un sistema politico e a dinamiche strutturali, non allo Stato in quanto tale né alla sua popolazione. Siamo dunque di fronte a una controversia interpretativa, in cui il peso delle parole ha avuto un effetto politico ben oltre l’intenzione dichiarata.
È probabile, tuttavia, che il disagio di alcuni governi europei nei suoi confronti non nasca esclusivamente da quest’ultimo episodio, ma si inserisca in una tensione più lunga e stratificata rispetto al suo approccio comunicativo e alle sue prese di posizione.
Non è necessario entrare nel merito della legittimità o meno della richiesta francese per riconoscere che la figura di Albanese è diventata altamente polarizzante. Il punto non è se abbia diritto di esprimere le proprie valutazioni giuridiche, il suo mandato lo prevede, ma se il modo in cui lo fa contribuisca a creare le condizioni per una soluzione oppure finisca per radicalizzare ulteriormente il conflitto.
Il mandato è vero che non contempla la mediazione, ma un approccio più realistico e diplomatico sarebbe allo stato dell’arte, più efficace.
Il ruolo di relatore speciale non è quello di negoziare tra le parti, bensì di monitorare e denunciare violazioni dei diritti umani. Tuttavia, chi ricopre un incarico internazionale di questo livello non opera nel vuoto politico. Le parole contano, soprattutto quando vengono pronunciate in un contesto già infuocato in ogni suo significato.
L’impiego di categorie come “genocidio” o “apartheid” appartiene al lessico del diritto internazionale e presuppone valutazioni complesse che spettano agli organi giurisdizionali competenti. La loro eventuale definizione è materia di accertamento e non può essere anticipata come un dato di fatto inappellabile nel dibattito pubblico.
Sul piano politico e diplomatico, l’uso reiterato di tali categorie rischia di trasformare il conflitto in uno scontro di verità assolute, riducendo lo spazio per iniziative pragmatiche e negoziali. Quando diventano il centro della narrazione pubblica, il dibattito si sposta dalla ricerca di soluzioni concrete alla contrapposizione simbolica.
Se l’obiettivo è costruire consenso internazionale, il linguaggio deve essere rigoroso e persuasivo nei confronti di entrambi gli schieramenti. Non si può ignorare che nel conflitto israelo-palestinese esiste una controparte statuale con cui, prima o poi, occorrerà negoziare.
Criticare l’approccio non significa sostenere sanzioni.
Personalmente non condivido l’impostazione comunicativa di Albanese. La trovo quasi sempre divisiva, e poco incline a riconoscere la complessità di una crisi che coinvolge responsabilità e dinamiche su entrambi i fronti.
Detto questo, non ho mai ritenuto giusta l’imposizione di sanzioni personali nei suoi confronti promosse dagli Stati Uniti. Colpire individualmente una relatrice ONU rischia di trasformarla in un simbolo di censura politica. È facile, in questi casi, che chi viene sanzionato possa presentarsi come vittima di un tentativo di silenziamento, rafforzando la propria legittimazione presso una parte dell’opinione pubblica. Dal punto di vista strategico, le sanzioni appaiono inefficaci e controproducenti.
Criticare un metodo è legittimo. Tentare di silenziare una voce istituzionale è un’altra cosa.
Vi è un rischio di isolamento internazionale?
Una figura istituzionale percepita come sbilanciata può avere un effetto boomerang. Se Paesi chiave europei mettono apertamente in discussione la sua credibilità, diventa più difficile costruire alleanze ampie a sostegno di iniziative concrete per i diritti dei palestinesi ed individuare a tale scopo una alternativa anche se necessaria.
Inoltre, esistono diversi rapporti e analisi che la collocano in una posizione di vicinanza ideologica a ambienti radicali palestinesi. Anche quando tali accuse sono contestate o non dimostrate in sede giudiziaria, la sola percezione di parzialità indebolisce il peso politico del suo ruolo.
La causa palestinese non ha bisogno di icone divisive; ha bisogno di interlocutori credibili in grado di dialogare con tutte le parti.
Il nodo irrisolto è sempre lo stesso, nessuno costruisce davvero un tavolo.
Da anni, nel conflitto tra Israele e Palestina, la comunità internazionale sembra capace solo di schierarsi. Pochissimi lavorano seriamente per costruire un tavolo di confronto stabile e strutturato, a partire dalla società civile. Eppure molte voci palestinesi, soprattutto nella diaspora europea, esprimono posizioni più articolate e talvolta più moderate di quelle che dominano il dibattito istituzionale. Questo dimostra che la realtà è più complessa delle narrative contrapposte.
Allo stesso tempo, l’attuale governo israeliano non facilita certo il dialogo, soprattutto di fronte a ipotesi come l’annessione della Cisgiordania, che suscitano ampia opposizione internazionale. Ma proprio per questo serve una strategia capace di tenere aperti canali, non di chiuderli ulteriormente.
Denuncia e soluzione non sono la stessa cosa.
Denunciare è necessario. Ma la denuncia, da sola, non costruisce la pace.
Un linguaggio troppo radicale può mobilitare consenso emotivo, ma rischia di ridurre lo spazio per la diplomazia. E senza diplomazia, la causa palestinese rischia di restare intrappolata in una dinamica di contrapposizione permanente, più utile alle identità politiche che alla soluzione del conflitto.
La questione non è difendere o attaccare Francesca Albanese. La questione è chiedersi quale approccio possa davvero aiutare i palestinesi a ottenere sicurezza, diritti e riconoscimento politico.
E forse la risposta richiede meno simboli e più ponti.

