Continuiamo con la pubblicazione di una serie di interviste fatte ai candidati, espressione del nostro movimento alle elezioni europee. Saranno utili per permetterci di conoscere le persone, il loro pensiero, i loro progetti, per decidere di sceglierli e di votarli.
Oggi presentiamo Marina Lombardi, candidata alle europee nel collegio del Nord Ovest.
Per quali motivi è nata la sua passione politica?
Forse è nel mio DNA, E’ nel cuore. Nello specifico, sono nel contesto socialista perchè vivendo a Stella, realtà così vicina a Sandro Pertini, per me è stata un’inevitabile direzione. E riconosco assolutamente il valore, l’etica, la dimensione umana di quello che è stato il pensiero socialista di Pertini.
Quali sono le ragioni della sua candidatura?
Io credo che quando può, deve. E questo mi ha sempre spinta ad interessarmi al bene comune e alla politica, della quale rivendico il termine: io sono un politico e ne rivendico con dignità e rispetto il termine, Perchè la politica è una bella cosa, una delle cose più nobili che esistono. Sono alcuni politici ad essere sbagliati, ma non la politica. Mi ritengo una persona onesta, con dei forti valori, e credo di trovare altri politici di pari formazione ed etica.
Perché in Azione?
Perchè in Azione ho ritrovato un progetto politico importante, che è quello che si riferisce a dei valori fondanti della nostra democrazia, quelli tipici del socialismo italiano. Con Azione ho trovato anche delle persone con valori importanti, con una passione attenta, e capaci di trasformare questa passione (appunto) in un’azione diretta che finalmente riesce a dare risposte, e non solo a fare promesse elettorali. Azione vuol dire rispondere con determinazione ai bisogni delle persone, con piena progettualità politica.
Quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea?
Intanto credo fortemente nell’Unione Europea. Torniamo a Pertini: Pertini è stato un grande europeista, con Rossi e Spinelli. Si trovava in quei giorni in cui furono proprio messe le radici dell’Europa. Perciò, significa per me lavorare in un contesto di assenza di confini non solo geografici ma anche umani. Dovremmo riconoscere il valore comune di condividere l’eredità del Vecchio Continente, senza tralasciare la dignità di italiani. L’Italia deve quindi tornare ad essere protagonista, perchè non le manca nulla in tal senso, in termini sia storici che culturali, e di capacità produttiva. L’Italia è sempre protagonista nel mondo, per questo non può mancarle di essere protagonista anche in Europa.
E quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo dell’Italia nel mondo?
Sappiamo che non è facile parlare di questo tema oggi. Si tratta di situazioni talmente sensibili e delicate che viviamo come su un filo sottolissimo. Credo che purtroppo la storia ci insegni che dietro alcune manovre politiche possano esserci dei grandi interessi economici, e l’elettore fa spesso molta fatica a pensarlo e a comprenderlo. L’Italia però ha una grande storia di mediazione, di accoglienza, di pace, dal dopoguerra ad oggi. E in questo senso il nostro Paese può ancora essere strumento di pace nel mondo.
Quali cambiamenti lei pensa si debbano apporre ai meccanismi di funzionamento della macchina istituzionale europea?
Io ho fatto l’amministratore, perciò posso dire che forse manca qualcosa in Italia, innazitutto, a livello di burocrati. Io trovo una mancanza di formazione tra i nostri amministratori. E’ vero che il sistema europeo è molto macchinoso, a partire dalla modalità di finanziamento. Basterebbe mettere in campo una nuova generazione di funzionari che possa portare a una più facile lettura della macchina europea. E bisognerebbe entrare più nei bisogni specifici di ogni singola realtà territoriale. Servirebbe un cambiamento che coinvolga simultaneamente i vertici e la base: più semplificazione dall’alto e maggior formazione dal basso. La via di mezzo, come in tante situazioni, può essere la soluzione ideale.
Quali sono le emergenze del suo territorio che lei ritiene possano essere oggetto della sua attività di parlamentare europeo?
Ho fatto l’amministratore in un momento molto difficile, sul mio territorio. Nel 2018 siamo stati colpiti da un atroce nubifragio: quasi il 50% delle notre strade sono state distrutte. Perciò abbiamo vissuto momenti molto tristi. Ancora oggi abbiamo famiglie fuori dalle proprie case. Quello che ho già portato avanti è la teoria del territorio: si tratta di prevenzione, di cura, e di ricerca degli strumenti per prevenire, che siano commisurati con i bisogni. Bisogna conoscere in modo capillare il territorio, per poter dare le risposte più adatte a soddisfarne i veri bisogni. Bisogna tutelare la fascia più fragile della comunità, che necessita di maggior supporto. In tal senso, bisognerebbe gestire meglio il sistema dei finanziamenti. Ho visto procedure troppo macchinose per la concessione dei finanziamenti ai territori: facevo parte delle Aree Interne, e ancora oggi gran parte di quei contributi non risulta ancora stanziato. E bisogna tagliare gli sprechi, comunque.
Ci sono differenze di interessi e peculiarità, tra i paesi europei che si affacciano sul mediterraneo e quelli continentali?
Questo è uno dei punti cruciali del piano di Azione. Parliamo dei flussi migratori: noi siamo ben diversi dall’area centrale europea. Ma dobbiamo parlare di un’Europa omogenea. Serve sostegno unitario e solidale. Senza delocalizzare in Albania, ad esempio. Pensiamo al New Deal di Roosevelt, che riuscì a tirare su l’economia americana iniziando col dire agli americani che le cose stessero andando bene nel ’33, nonostante ci fossero ancora gli strascichi delle crisi delle banche del ’29. Quindi, dire che va tutto male serve molto spesso a fare in modo che le cose vadano davvero male. Così, dire che l’Europa sia un male serve a convincere i cittadini che sia davvero un male. Ma non è così: pensiamo ai ritorni economici che ha l’Italia, che sono ben maggiori di quanto invece esca. E questo, grazie all’Europa. Aver tolto alcuni confini è servito a snellire i traffici economici, a vantaggio del Made in Italy esportato, e questo in Europa ci fa anche gioco. Dire che si stava meglio quando stavamo da soli è ormai inaccettabile. Tornare alla lira sarebbe una specie di suicidio, e se ne stanno accorgendo anche gli inglesi. Il “divide et impera” serve solo a livello propagandistico a qualcuno per discorsi personali, economici e politici ben lontano dal bene comune.
Quale deve essere il ruolo dell’Europa nello scacchiere internazionale?
Possiamo parlare di una sorta di ago della bilancia, anzi, di ago delle bilance, perchè l’Europa si sta muovendo su vari fronti. Ritengo che il vecchio continente possa ancora far scuola nella ricerca dell’equilibrio di pace. Avendo noi avuto la capacità di dirigere due guerre mondiali, prettamente europei, e arrivare a tessere solidarietà tra popoli prima in conflitto, possiamo dare portare equilibrio altrove. Parliamo di Russia, Cina, India, Africa: colossi che fanno la differenza, insieme al mondo arabo e mussulmano. L’Europa può essere una grande mediatrice, capace di elaborare pensieri evoluti. Dobbiamo avere una lucidità condivisa, comune a tutti gli europei.
Cosa pensa delle situazioni di crisi nelle aree oggi teatro di conflitti?
Troppo spesso leggiamo la storia tralasciando la memoria. Diventiamo giudici senza avere nemmeno le carte processuali sotto gli occhi. Si tratta di situazioni molto sensibili, specie pensando all’area israelo-palestinese. Per questo sto cercando di conoscere il più possibile tutte le voci che possoo trattare l’argomento, ma sarebbe bellissimo portare la pace a tutti quelli coinvolti nella questione. Ci possono essere buoni margini di azione per farlo, sia in ambito italiano che europeo. Serve di certo allontanarsi dall’atteggiamento guerrafondista, come per il caso ucraino, parimenti delicatissimo. Ognuno ha diritto di difendersi a casa propria, certo. L’Europa ha il dovere di intervenire in tal senso, e la posizione che ha preso va mantenuta. Del resto, quando si dà la propria parola, bisogna mantenerla. E quindi l’idea di Azione di creare un esercito comune europeo vada sostenuta. Si tratta di un progetto militare di difesa, più che di attacco, ma utile a creare una forza unita che sia deterrenza all’aggressione.
Le elezioni europee potranno segnare un cambio di passo nella politica nazionale? E in che senso?
Decisamente. Devono farlo. Pensiamo a cosa è successo lo scorso 25 aprile: gli attuali governanti limitano la libertà in virtù di una libertà conquistata da chi veramente partecipò alla liberazione. La spavalderia attuale del dichiararsi “fascisti” è comunque frutto di una libertà che non hanno conquistato in prima linea i loro padri politici: senza pudore, senza ritegno. Dobbiamo impedire questi proselitismi fascismi. Siamo forse diventati troppo buoni. E io temo questo eccessivo buonismo: io ho iniziato la mia carriera politica quando ero ancora tra i banchi del liceo, a Genova. Ed eravamo sereni nel confrontarci: non eravamo nemici, come ci insegnava Pertini, ma ci confrontavamo partendo da diverse posizioni politiche. Invece oggi ci sono nemici politici. E questo accade soprattutto tra i giovani, che non hanno neanche la formazione politica di una volta. E respiriamo il post-grillismo, dove tutti possono dire tutto. E siamo circondati dai social e dagli opinionisti, dove nessuna sa ma tutti sanno. Mentre io parto dall’assunto filosofico per cui so di non sapere (Socrate) e per questo cerco sempre di informarmi, di conoscere la realtà delle cose, prima di parlare e prima di fare. Perchè purtroppo manca la politica di formazione, quella con la P maiuscola. E in Azione, invece, trovo quello che c’era nel mio primo partita socialista: l’attenzione alla giustizia sociale, al lavoro, all’equità sociale. E ritrovo in Azione persone presenti, disponibili, che ascoltano i propri elettori, e rispondono loro. Perchè gli eletti non devono presentarsi solo ogni cinque anni a raccogliere voti, ma devono essere costantemente presenti sul territorio. Non devono essere detentori insani di poltrone, ma politici attivi. Come voleva Pertini, che scriveva testi da pelle d’oca e teneva discorsi pubblici densi di umanità e trasparenza: questo vogliono le persone.
Il sistema politico italiano è dominato dal bipolarismo: lei pensa che la nascita di un terzo polo possa avere degli effetti positivi?
Questo è alla base del progetto di Azione: più realtà che aderiscono in un unico progetto comune. Le realtà che ancora ascoltano il territorio. Innanzitutto noi non siamo americani, e non possiamo essere bipolari. Noi veniamo da una storia medievale campanilistica, che è cultura incacellabile e arricchente. Ci sono tante teste, e tante idee, Non è sempre semplice dialogare, ma dal confronto nasce la democrazia. Oggi ci sono troppe urla e poche parole, Voglio tornare alla civiltà del dialogo, che è rispetto dell’altro, e anche lo strumento che dobbiamo trasmettere ai nostri giovani. Questo significa educarli davvero col buon esempio. Non serve alzare la voce per avere ragione. Bisogna avere argomentazioni giuste, per avere ragione. Il Terzo Polo è strumento di democrazia. E’ elemento di maggior tutela che abbiamo a livello demoratico. I massimilismi non portano alla democrazia. E lo vediamo anche col tentativo malsano dell’idea sul premierato e sul presidenzialismo: dobbiamo invee mantenere salda la democrazia, conquistata e da garantire ancora. Azione ha scelto di stare con le persone, e non a destra o a sinistra. Azione sta con le idee, con i progetti e con i programmi delle persone.

