Il nostro giornale ha già narrato della vicenda accaduta a Foggia. Per la rubrica “Sanità” abbiamo raggiunto il dottor Enrico Conti, stimato urologo torinese ed ex dipendente del SSN, per avere uno sguardo diretto sulla crisi che da troppo tempo coinvolge medici e operatori sanitari italiani. Grazie a quanto ha voluto raccontarci, da persona “molto informata” sui fatti, ne scopriremo delle belle. Anzi, (purtroppo), delle brutte.
I recenti fatti avvenuti nell’ospedale di Foggia meritano qualche considerazione?
La morte di una ragazza gravemente traumatizzata ha scatenato la furia di 50 suoi amici e parenti, con danni a cose e lesioni a operatori sanitari. Senza entrare nel merito del caso clinico, non si tratta purtroppo di un fatto straordinario se non per il numero di persone coinvolte nell’aggressione e per la quantità di insulti apparsi sui social contro i sanitari coinvolti, e sui medici in generale, ritenuti dal sentimento medio popolare una congregazione di poco di buono. E’ ormai tradizione che le vittime (vere o presunte) di malasanità ricevano ampia attenzione mediatica e solidarietà nei social: al contrario, i post che solidarizzano con i colleghi vittime di aggressioni sono di norma oggetto di apprezzamento solo da parte di altri medici e qualche loro parente.
Da dove nasce questa acrimonia diffusa verso gli operatori sanitari, che sta generando conseguenze sempre più drammatiche?
Premesso che un approccio di taglio sociologico al tema non è nelle mie intenzioni e nemmeno nelle mie competenze, i medici non sono certamente l’unica categoria che ha perso autorevolezza e rispetto con il passare del tempo. Lo stesso si potrebbe dire per gli insegnanti, per i rappresentanti delle forze dell’ordine, la magistratura e infine per i personaggi della politica. I medici non sono altro che donne e uomini che vivono nel contesto civile contemporaneo con tutto quel che ne consegue in termini di pregi individuali, difetti, ambizioni legittime o meno.
Al di là delle considerazioni sociologiche, ci sono elementi pratici da cui trarre spiegazioni per quello che accade nel SSN?
Certamente, perché l’evento di Foggia è solo il più visibile di fronte ad una infinità di altri che invece costituiscono la quotidianità per molti operatori sanitari: la mia esperienza personale di vari decenni di professione medica indica che ogni contenzioso con pazienti e famiglie nasce principalmente da problemi di scarsa attenzione e difetti di comunicazione. Laddove la comunicazione e i rapporti con i pazienti sono validi, le problematiche e gli eventuali insuccessi delle cure sono generalmente accettati e non diventano immediatamente occasione di richieste di risarcimento, aggressioni e quant’altro: in condizioni comunicative ottimali l’insieme dei curanti (che comprende anche infermieri e OSS) è apprezzato generalmente come valido supporto sociale. La comunicazione e l’empatia dei sanitari con pazienti e parenti è la chiave che umanizza la relazione medico-paziente e rende efficace il processo di cura.
Parliamo quindi di empatia medico/paziente?
L’attenzione da dedicare ai pazienti non è purtroppo oggetto della necessaria attenzione, a cominciare dall’insegnamento universitario. Oltre agli aspetti culturali ci sono diversi elementi che ostacolano direttamente o indirettamente questo approccio: la povertà di mezzi economici, la iper-burocratizzazione delle figure sanitarie (vale anche per gli infermieri!), la riduzione del numero degli operatori sanitari, l’eccessiva pressione del sistema sugli operatori sanitari costretti a sobbarcarsi sempre più spesso turni di lavoro massacranti. Tali valutazioni sono il frutto di una personale esperienza professionale maturata in oltre tre decenni di servizio nel SSN di diversi centri del nord-ovest d’Italia, e non hanno la pretesa di essere verità assoluta in ogni contesto. Ma entriamo nel dettaglio.
Vuole dirci la sua senza troppe remore?
Si, perché l’ordine degli elementi che ho fin qui elencato non è casuale: c’è un’interdipendenza causale tra gli stessi. La ristrettezza di mezzi economici a disposizione del SSN è un dato di fatto: un paese che spende 80-100 mld/anno per gli interessi sul debito pubblico, non ha risorse sufficienti per SSN, Scuola, Difesa ecc. Le spese sanitarie sono aumentate negli ultimi venti anni in termini assoluti per il costo dei farmaci e dei presidi sanitari, ma non in termini relativi. Parallelamente la spesa complessiva per gli stipendi è invece considerevolmente diminuita, sia per la riduzione del personale medico e infermieristico, sia per una serie pluridecennale di rinnovi contrattuali a “basso costo” per lo stato. I governi (tutti) hanno regolarmente evidenziato l‘aumento in termini assoluti della spesa sanitaria ma i numeri veri dicono altro. La percentuale di PIL immessa nel SSN italiano è in diminuzione da almeno 20 anni: oggi è al 6,3-6,4 punti percentuali. Per avere un termine di paragone basta dire che in Francia questa percentuale è dell’8% e in Germania del 10%. Non è finita: negli scorsi decenni sono stati fatti numerosi tentativi per razionalizzare la spesa sanitaria (riduzione posti letto, chiusura presidi ospedalieri minori, centralizzazione gare di appalto, riduzione numero aziende sanitarie, ecc.). Ricordate il famoso discorso del costo della siringa, ovvero di un euro a Scilla e 20 centesimi a Cariddi per lo stesso presidio? Nulla da eccepire sul principio, molto da eccepire sulla soluzione. Nel tentativo di razionalizzare le scarse risorse, oltre ai tagli di spesa lineari, c’è stata una corsa al risparmio con un effetto evidente di burocratizzare l’attività dei medici intra ed extra-ospedalieri.
Quindi il problema sta nella burocratizzazione del ruolo medico?
Le regioni hanno costruito un solido apparato burocratico (che assorbe a sua volta risorse per ruoli e stipendi), dedicato alla ottimizzazione della spesa, all’efficientamento dei processi di forniture, alle gare d’acquisto centralizzate, al controllo della spesa farmaceutica. Il risultato netto è che, non aumentando il numero degli operatori sanitari, il tempo che questi dedicano agli obblighi burocratici è straordinariamente cresciuto, a svantaggio del tempo dedicato ai pazienti.
E cosa ne pensa della riduzione del numero dei medici del SSN?
È il frutto di politiche sanitarie caratterizzate da carenza di investimenti in nuovi specialisti per un paio di decenni. Il fatto non merita commenti se non che la riduzione degli investimenti in qualsiasi settore provoca ricadute negative con effetti amplificati a cascata nel medio periodo. Il carico di lavoro “pro capite” degli operatori sanitari ne è risultato incrementato di molto. Come si può essere empatici e comunicativi con le persone quando in una mattinata devi effettuare 20 visite specialistiche e pratiche annesse, dalla privacy alla ricettazione, alla richiesta di indagini diagnostiche? Al massimo si può essere monosillabici e questa è un’altra delle cose che i pazienti non perdonano ai medici.
E circa l’eccessiva richiesta di prestazioni?
La riduzione del numero dei medici e l’aumento dell’età media della popolazione ha complicato ulteriormente la perenne questione delle liste di attesa, vero incubo dei sistemi sanitari regionali. Le uniche soluzioni messe in atto sono decreti legislativi che sanciscono periodicamente l’imposizione di un carico di lavoro suppletivo per i medici in cambio del pagamento di prestazioni aggiuntive, oppure cedono pacchetti di prestazioni sanitarie ai privati (non perché costino meno, ma perché nel pubblico le risorse umane sono ormai insufficienti). A questo si deve aggiungere che la riduzione degli organici provoca spesso l’impossibilità di godere compiutamente delle ferie, e la copertura di turni di lavoro in sovrannumero. Tutto ciò non va nella direzione giusta né per la salute delle persone né per un corretto svolgimento degli aspetti comunicativi medico-paziente.
Da qui il pericolo di aggressioni, sempre più reale?
Certo. Non c’è da stupirsi che gli operatori sanitari più a rischio di aggressioni siano quelli che lavorano nell’ambito dei dipartimenti di emergenza urgenza, laddove il rapporto con l’utenza è oggettivamente più difficoltoso della media e dove gli operatori stessi devono fronteggiare le problematiche sanitarie più drammatiche. A mia conoscenza non è stato mai aggredito alcun dermatologo, ottimo professionista ma che fa un lavoro diverso, concentrato su consulenze ambulatoriali e quindi intrinsecamente poco coinvolto in situazioni salvavita. Queste differenze di conflittualità quotidiana tra diverse branche specialistiche sono universalmente note, infatti tra i giovani laureati in medicina c’è una grande richiesta di specializzarsi in discipline dove il rischio è minore, il guadagno è maggiore e laddove la vita professionale è più comoda senza obbligo di guardie notturne, turni festivi eccetera. Al contrario, le scuole di specializzazione in emergenza urgenza, anestesia e rianimazione, chirurgia generale, chirurgia toracica, cardiochirurgica sono talmente poco ambiti che i posti a disposizione non vengono saturati da anni ed è già capitato in qualche caso che non ci fossero proprio candidati. Non è per nulla che oggi i punteggi concorsuali per accedere a specializzazioni, una volta ritenute di elevato prestigio, si sono molto abbassati: perché nessuno vuole più intraprendere carriere ad elevato “rischio” professionale e magari bassi introiti (mi spiego con un esempio: chi fa il cardiochirurgo pediatrico ha una elevatissima capacità professionale, una pessima qualità di vita e vive praticamente solo dello stipendio ospedaliero perché integrare con la libera professione in questo settore è difficile).
C’è una via d’uscita da tutto questo?
Non ne sono sicuro. Ho sentito ancora recentemente illustri personaggi come il direttore di Radio 24, lo stimatissimo Fabio Tamburini, esperto di temi economici, asserire con fermezza che ci sono ancora molti sprechi da combattere nel SSN. Purtroppo l’affermazione era contestuale ad una risposta rapida ad una conduttrice radiofonica, quindi non è dato sapere dove è ancora possibile risparmiare. Ci sono ancora troppe ASL? Probabilmente si, ma anche quelli, sono posti di lavoro di alto profilo per i direttori strategici e quindi preziosi per i decisori politici. Insomma, il complesso delle strategie finora messe in atto dalla politica per governare le criticità del SSN ha comportato una netta riduzione del tempo dedicato ai pazienti da parte degli operatori sanitari, sia per la riduzione complessiva del numero dei professionisti del SSN, sia per il ridotto tempo lavorativo che possono dedicare all’utenza, sia per le sempre più ridotte risorse a disposizione. Ad oggi, la percezione di buona parte degli operatori sanitari del SSN è di essere abbandonati a sé stessi nel far fronte all’utenza: abbandonati dallo scaricabarile dalla politica che di giorno parla di diritto alla salute dei cittadini e di notte sancisce la riduzione di risorse per far funzionare sale operatorie, letti di ricovero, servizi ecc, abbandonati dai sindacati di categoria ( spesso commensali del potere decisionale) e che di fatto contano poco o nulla, abbandonati da buona parte dell’opinione pubblica che (artatamente?) percepisce i medici come i primi responsabili dei malfunzionamenti del SSN.

