Sono trascorsi tre anni da quando la Regione Piemonte (che è stata progetto pilota in questo) ha avviato il Fondo Vita Nascente, con l’obiettivo dichiarato di favorire la tutela sociale della maternità. Creato per destinare aiuti economici «a gestanti e neomamme», gli stanziamenti sono aumentati di anno in anno e oggi superano complessivamente i tre milioni di euro.
Il fondo è rivolto a organizzazioni che operano per la “tutela materno-infantile” e a beneficiarne sono le associazioni antiabortiste. Intanto, in Piemonte come altrove, il progressivo smantellamento della medicina territoriale sta riducendo gli spazi di accesso alla salute sessuale e riproduttiva.
Il vuoto creato dalle istituzioni nei servizi sanitari pubblici limita il diritto alla salute e viene progressivamente occupato da altri soggetti, cioè dalle cosiddette “associazioni pro vita”.
“Attualmente si è creato un enorme vuoto delle istituzioni, con una drastica riduzione dei consultori e con un’offerta assolutamente non adeguata per quanto riguarda l’educazione affettiva. I giovani hanno bisogno di molte più informazioni , proprio nel momento più delicato della storia del nostro Paese, con un abbassamento dell’età media all’approccio sessuale e il parallelo aumento della violenze”
Dice Cristina Peddis, segretaria provinciale di Azione per Torino. In Piemonte, prima Regione d’Italia, dal 2020 l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica nei consultori è vietata, in totale contrasto con le linee guida del ministero della Salute. Addirittura, il governo regionale di centrodestra favorisce la presenza dei movimenti antiabortisti nei consultori e negli ospedali piemontesi.
Una specifica delibera regionale permette la loro iscrizione ai registri delle Asl, dove possono aprire perfino sportelli informativi. La stessa delibera ha concesso loro di installare nell’ospedale Sant’Anna di Torino (l’ospedale ginecologico per eccellenza) la cosiddetta “Stanza dell’ascolto“. Qui le donne che esprimono la volontà di interrompere la gravidanza sono costrette ad ascoltare il battito cardiaco del feto.
Ma la situazione a Torino è particolarmente grave. Prendiamo il caso dell’ospedale Sant’Anna, il principale punto nascite della Città metropolitana. Punto di nascite, e anche di aborti. Ad oggi, sulle modalità di assistenza fornite nella famigerata Stanza dell’ascolto non c’è trasparenza. Non si sa nulla neppure sul tipo di formazione dei volontari che dovrebbero operare al suo interno, visto che la formazione dalla Regione non è richiesta e non si sa esattamente di che tipo sia.

E anche a tal riguardo il commento della Peddis è netto:
“In un momento storico in cui l’accesso alla salute, all’educazione e al benessere psicofisico dovrebbe essere garantito a tutte e tutti, assistiamo invece a una progressiva riduzione dei servizi territoriali fondamentali, come i consultori familiari. In molte aree del nostro Paese – e in particolare nel Piemonte e a Torino – i consultori sono sempre meno, sempre più sottofinanziati, e spesso con personale insufficiente o inaccessibili ai giovani. Questa carenza ha conseguenze dirette sulla vita delle persone“
Ad avvalorare la sua tesi, alcuni legali che collaborano coi centri antiviolenza denunciano come le dinamiche siano particolarmente gravi. Sembra che perfino le donne vittime di violenza, in situazioni di difficoltà e di dipendenza economica dal partner, invece di essere informate del loro diritto a rivolgersi ai centri antiviolenza, sono indirizzate dagli stessi servizi sociali in modo difforme dalla normativa.
Le associazioni antiabortiste non consentono a queste persone di autodeterminarsi in un percorso di emancipazione che possa sottrarle a violenza fisica, psicologica ed economica, costringendole invece a restare in situazioni a dir poco scomode pur di portare avanti la gravidanza.
A indirizzare le donne verso i gruppi pro vita sono proprio i servizi sociali e gli uffici pubblici locali, sulla base di un «accordo diretto» con le associazioni. Di che tipo di accordi parliamo, però, non è dato sapere. Commenta Cristina Peddis:
“È scandaloso il trattamento riservato in particolare alle ragazze e alle donne sole, disinformate o giudicate nel momento in cui devono affrontare scelte difficili come quella di un’interruzione volontaria di gravidanza. Noi di Azione crediamo che la vera prevenzione non sia fatta di divieti o stigmi, ma di ascolto, informazione, fiducia e accesso ai servizi pubblici”
E come darle torto. Tutti questi fondi, spesi per cause che di liberale e aderente allo vera tutela delle persone hanno ben poco, sono un affronto al benessere collettivo. Soldi spesi male, che andrebbero almeno ripartiti in egual misura anche per finanziare in parallelo consultori e centri di ascolto a favore di donne e adolescenti.
Ma così, almeno a Torino, non è. Peccato.


1 commento
Come Pari opportunità Piemonte in Azione ci sentiamo in dovere di dire che purtroppo non basta dire ‘basta’ davanti a una misura assunta dall’ amministrazione locale di un territorio che non può nemmeno dirsi errata nella sua essenza ma nelle deviazioni materiali e immateriali, nelle prassi di gestione che ne travisano l’ obbiettivo. Naturalmente il virgolettato in cui si chiude l’espressione ‘famigerate stanze dell’ascolto’ mira a sottolineare come spesso nel sentire comune una inappropriata connotazione negativa venga attribuita sull’onda di un sentimento e non di un ragionamento. Le stanze dell’ascolto rispondono a un preciso dettato della legge 194 che prescrive che alle donne venga fornito sostegno psicologico nel momento in cui si trovino a dover scegliere se portare avanti o no una gravidanza. È dunque lodevole che il servizio sanitario si attrezzi per adempiere all’obbligo. Ciò che invece va eccepito è la preminenza del finanziamento di questa attività a totale e drammatico discapito delle equivalenti dovute misure volte a garantire pienamente il diritto all’interruzione di gravidanza nei modi e nei tempi migliori rispetto al diritto alla salute della donna. E per diritto alla salute si intende non solo la salute fisica ma anche quella emotiva e mentale.
Sono molti i nodi da sciogliere e le strutture da attivare o ri-attivare. Dai citati consultori famigliari, esplicitamente deputati ad accompagnare le/i giovani nello sviluppo e nel raggiungimento di una equilibrata maturità sessuale per affiancarli poi nelle scelte della vita adulta, tra le quali anche la valutazione di un’interruzione di gravidanza, alla progettazione e realizzazione delle misure necessarie a ovviare alle conseguenze dell’obiezione di coscenza da parte di personale medico e paramedico. Dunque il tema non è vietare o bandire ma normalizzare, controllare la correttezza e trasparenza delle decisioni e delle procedure ed equilibrare.