Di Alessandro Palumbo
L’elezione di Trump e soprattutto le sue prime dirompenti iniziative hanno reso eclatante quello che da tempo colpisce il nostro mondo : la crisi delle democrazie occidentali basata sulla crisi dell’impianto parlamentare e sull’equilibrio dei poteri.
La caratteristica delle democrazie liberali è, o dovrebbe essere, l’equilibrio tra una area dove vige l’assoluta parità, dove uno vale uno, che si sostanzia nelle elezioni e nella rappresentanza negli organi decisionali e una area dove vincono le differenze: di merito, di status, nella scuola, nel lavoro. Quando l’equilibrio si sposta abbiamo il socialismo reale o le oligarchie, ma una altra caratteristica importante è la fiducia dei cittadini nella politica e nella sua capacità di mantenere questo equilibrio, un equilibrio che è persino più importante dell’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Cosa è successo da mettere in crisi questo sistema? Una crisi che non sembra passeggera.
Da un lato l’equilibrio tra le due aree si è enormemente sbilanciato verso le diseguaglianze, l’elemento cerniera che era la classe media si sta dissolvendo creando una situazione dove la ricchezza e lo status hanno un peso enorme spostando l’asse delle decisioni dall’elemento egualitario all’elemento delle grandi ricchezze.
Dagli anni 2000 si è cominciato a cercare la legittimazione a governare non solo nelle assemblee elettive, ma alla City di Londra, allora centro nevralgico della finanza internazionale. Un cambio importante di paradigma.
Ma l’elemento fondamentale è stata sicuramente la contemporanea esplosione della globalizzazione con il sostanziale fallimento degli organismi internazionali che avrebbero potuto e dovuto governarla.
Il maggior organismo L’ONU ha dimostrato tutta la sua incapacità a governare tutti gli elementi di crisi, dalle guerre, alle dittature, alla povertà, allo sfruttamento.
Non si tratta di spolverare il vecchio slogan sulle multinazionali che governano il mondo, ma di aprire gli occhi sulla realtà che vede grandi gruppi con bilanci superiori al PIL di singole nazioni. Il salto di qualità deriva dal fatto che ormai queste realtà non aspirano più a condizionare i governi per massimizzare i loro profitti, ma aspirano a dettare l’agenda delle scelte al fine di essere i veri governanti del mondo secondo una visione che li vede come leader visionari (un esempio perfetto è sicuramente Elon Musk).
La velocità delle loro scelte, la capacità di comunicazione immediata e incontrollata che è amplificata dalla Intelligenza artificiale, la loro interconnessione si scontra con la lentezza, la farraginosità e la mancanza di visione dei classici organismi di stampo parlamentare. La personalizzazione delle scelte si scontra con l’anonimità delle assemblee.
Un elemento che accentua queste crisi è la perdita dei valori base della nostra cultura, messi in discussione dalla cultura woke, ma ancor più dal cambio di paradigma di quella che fino a ieri era considerata la potenza guida dell’Occidente.
Se Trump può dire che vuole la Groenlandia, il canale di Panama e forse anche il Canada e che potrebbe utilizzare la forza cosa ci distingue ormai da Putin che vuole la Ucraina o dalla Cina che vuole Taiwan?
La totale sfiducia del cittadino medio nei confronti della politica nasce dalla costatazione di questi fenomeni e soprattutto dalla percezione che i suoi problemi non saranno risolti da chi ha votato.
Se le decisioni passano sopra ai nostri organi parlamentari, se il parlamentare che abbiamo eletto non può incidere, perchè la globalizzazione ha spostato i centri decisionali di comando perchè votare? Diventa un puro esercizio di stile, allora scatta la sfiducia e insieme una visione egoistica che mette in discussione il senso di comunità.
Il legame tra elettore e eletto si basava sulla fiducia che l’eletto potesse risolvere i suoi problemi, ma questo non è più così. D’altra parte che può fare il cittadino comune se non rifugiarsi in una sfiducia incondizionata?
E’ un piano inclinato pericoloso. Non esistono soluzioni immediate e sicuramente il particolarismo e il populismo non sono risposte adeguate.
Nella nostra vecchia Europa un piccolo passo si potrebbe e si deve fare, raccogliere la sfida della leadership del mondo occidentale, con una prima operazione che sposti le decisioni ad un livello più alto, una sovranità europea, con un governo eletto dai cittadini, dove gli elettori abbiano la sensazione che quel Parlamento eletto e soprattutto quel governo possano incidere rispondendo alla sovranità popolare, sfrondando la burocrazia. In una parola la creazione degli Stati Uniti di Europa.
Uno Stato che affronti i temi posti dalla globalizzazione e che riequilibri il rapporto tra la eguaglianza e il merito, che sia in grado di far fronte ai bisogni ridando fiducia alla capacità delle Istituzioni democratiche.
Un primo passo necessario, anche se probabilmente non sufficiente.
Non sembra che i politici italiani ed europei si muovano su questa prospettiva, sta a noi cittadini capire che è l’unica via possibile per salvare i principi della democrazia occidentale e lavorare perchè anche i politici locali lo capiscano.


2 commenti
A me sembra che la “globalizzazione”, qui opportunamente richiamata, sia uno dei fattori che, insieme ad altri, ha via via cambiato, e in modo piuttosto significativo, i parametri e paradigmi sui quali calibrare il vivere della nostra società, e altrettanto vale per i rapporti intercorrenti tra la politica e i “potentati” economici, il cui raggio di azione, dei secondi, esce dai confini nazionali, se non continentali.
A meno di fare retromarcia in tema di globalizzazione, il che ha realisticamente dell’improbabile, per interfacciarsi con tali “potentati”, al fine di cercare idonei punti di equilibrio e mediazione, occorre verosimilmente un interlocutore politico “forte”, che al momento non credo possa essere l’Europa, né mi pare che “la creazione degli Stati Uniti di Europa” sia verosimilmente dietro l’angolo.
E’ vero che l’idea degli Stati Uniti di Europa richiama quelli di Oltreoceano, ossia qualcosa di già esistente, ed operante, ma le rispettive storie sono piuttosto diverse, il che mi porta a pensare che ancora per un po’ saranno i singoli Paesi della” nostra Vecchia Europa” a doversela vedere coi “potentati” economici, talché mi sembra che un Primo Ministro eletto direttamente possieda maggior forza per farlo.
Paolo Bolognesi 07.02.2025
Del tutto legittimamente, si può essere ipercritici nei confronti del Tycoon, ma bisognerebbe pure chiedersi, specie da parte di chi pratica o segue la politica, se non sia in atto una certa qual ribellione verso la “cultura woke” (qui menzionata a ragion veduta, dal mio punto di vista), nonché verso una logica sbilanciata sui diritti al punto di dimenticare, o quasi, la quota dei doveri.
Domandandosi altresì se tale fenomeno riguardi ambedue le sponde dell’Oceano, il che non è forse improbabile perché anche in casa nostra par di vedere una crescente preoccupazione per “la perdita dei valori base della nostra cultura”, insieme alla tentazione di fare in materia una qualche retromarcia, o passo indietro, dopo gli anni in cui detti valori sono stati sottovalutati, se non “bistrattati”.
Paolo Bolognesi 08.02.2025