Oggi 6 maggio i giornalisti della Rai scioperano per 24 ore. USIGRai ha elencato i motivi della protesta: il controllo asfissiante sul lavoro giornalistico, con il tentativo di ridurre la Rai a megafono del governo; l’assenza dal piano industriale di un progetto per l’informazione; le carenze di organico in tutte le redazioni; il no dell’azienda ad una selezione pubblica per giornalisti; la mancata sostituzione delle maternità; la disdetta dell’accordo sul premio di risultato, senza disponibilità alla trattativa; la mancata stabilizzazione dei precari.
Anche Mattarella ha dimostrato solidarietà alla causa in un recente messaggio alla direzione e alla redazione Rai: “L’informazione è attraversata da cambiamenti epocali, la cui velocità rischia di incidere su pilastri della nostra stessa democrazia. Il pluralismo resta una condizione di libertà irrinunciabile, ed essere riusciti ad arricchire il campo delle fonti, l’analisi dei fatti, il confronto tra i punti di vista è un valore che si riverbera sull’intera società“.
Considerata la gravità della situazione, abbiamo chiesto al presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte di dirci la sua. Stefano Tallia, giornalista professionista torinese già segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, ci ha gentilmente concesso questa intervista. Siamo lieti di pubblicarla in esclusiva sulle nostre pagine.
Presidente Tallia, quali sono le motivazioni alla base della sua attuale carica pubblica?
Ci sono arrivato innanzitutto grazie al voto delle colleghe e dei colleghi che hanno scelto me, e le altre persone che siedono nel consiglio dell’Ordine. Abbiamo prima dovuto costruire un progetto, che stiamo provando a realizzare e in parte già realizzato in questi due anni e mezzo già trascorsi. Prima che presidente dei giornalisti del Piemonte, sono stato segretario del sindacato dei giornalisti del Piemonte per nove anni, dopo esserne stato vicesegretario. L’impegno nel tempo, quindi, segue una certa coerenza. E l’ho fatto perchè credo che questa professione si trovi attaccata, in questo periodo, da molti punti di vista. La nostra è una professione fondamentale per il buon funzionamento della democrazia nel nostro Paese, quindi impegnarsi al suo interno credo sia doveroso. Ho sempre vissuto tutto questo come un mio preciso dovere civico.
Quindi oggi possiamo ancora parlare di “dovere civico”?
Dobbiamo parlare di dovere civico, anche se i tempi sembrano spingere verso una direzione diversa, verso un disimpegno. Invece credo che sia importante continuare ad occuparsi delle cose che accadono all’interno della nostra società. Devo dire che osservo con interesse i segnali di risveglio da parte dei giovani. Mi riferisco alle loro mobilitazioni sulle tematiche ambientali. O anche su quelle della pace, seppure in uno scenario abbastanza complicato. Ma bisogna sempre guardare avanti con ottimismo e non smettere col proprio impegno.
Ha avuto dei punti di riferimento per la sua carriera giornalistica?
Sicuramente il giornalista che avrei voluto essere è Gianni Minà, che ha avuto la fortuna di incontrare i personaggi più rilevanti del suo secolo e raccontarne le vicende con una vicinanza (anche umana) oggi molto più difficile da ottenere. Un’altra figura di riferimento è stato Tiziano Terzani, considerando soprattutto che la guerra è tornata ad affacciarsi ai nostri giorni. E come lui, anche Kapuściński mi ha influenzato. Sono loro quelli dai quali cerco di trarre costante ispirazione.
A un giovane che volesse seguire le sue orme nel giornalismo, cosa direbbe?
Oggi c’è una grande differenza rispetto a quando iniziai a fare il giornalista, ormai più di 30 anni fa: oggi esiste una via accademica che può condurre a sostenere l’esame da giornalista professionista. Ai miei tempi non esisteva nemmeno la laurea in scienze della comunicazione. Quindi, dal punto di vista del percorso formativo, questo è il mio consiglio: laurearsi e poi seguire un master in giornalismo. Questa è la via migliore, che consente di poter competere sul mercato con strumenti migliori. Alla base però devono esserci le caratteristiche che devono contraddistinguere un buon giornalista: la curiosità, la voglia di capire e approfondire, e anche un sano desiderio di provare a dare il proprio contributo perchè questa società possa essere migliore. Io sono fortemente convinto che il buon giornalismo possa e debba contribuire a rendere la nostra società migliore. Mi riferisco al rispetto dei diritti e delle persone, e a una maggiore equità in ogni campo.
Alti ideali che non sembrano condivisi da Costa e Giorgetti, considerate le loro recenti esternazioni sulla cosiddetta legge bavaglio…
Sicuramente stiamo vivendo una stagione molto difficile, perchè capisco che sia molto difficile trovare un equilibrio tra due diritti che sono molto importanti. Da una parte il diritto alla presunzione di innocenza, cioè il diritto delle persone a non essere condannate mediaticamente prima che non sia intervenuta una condanna. Dall’altra c’è il diritto dell’opinione pubblica a conoscere fatti che sono rilevanti. Un fatto corruttivo che riguardi chi ricopre una carica pubblica non può essere conosciuto ad anni di distanza. Perciò bisogna trovare un punto di equilibrio che stabilisca qual è il punto delle indagini in cui alcuni dati possano essere conosciuti. E qui la coperta è sempre troppo corta. Arriviamo da una stagione nella quale si pubblicava tutto e anche troppo: mi riferisco a quando un avviso di garanzia si tramutava nell’immaginario collettivo in una sentenza di condanna anticipata. O quando si pubblicavano intercettazioni telefoniche che nulla avevano a che fare col cuore delle indagini, ma riguardavano la vita privata delle persone. Non vi era nessuna ragione per cui fosse violata la loro privacy. Altro aspetto sono quelle intercettazioni che consentono di individuare i reati, e quindi devono essere conosciute dall’opinione pubblica.
Dico sempre che è dovere dei giornalisti pubblicare tutte le notizie, ma questo non significa pubblicare tutti i fatti di cui noi giornalisti veniamo a conoscenza. Perchè se così fosse smarriremmo la nostra funzione di mediazione: il nostro ruolo fondamentale è questo.
Dunque lei è d’accordo con quel comunicato dei giornalisti RAI in cui si definiscono semplice “megafono” del governo?
Rispetto ai giornalisti della RAI credo che vada fatto un discorso più complesso. In questo paese c’è una questione irrisolta: quella della governance del servizio pubblico. Il tema di una governance che liberi il servizio pubblico dalla politica non è stato affrontato da nessuno governo, nonostante negli ultimi vent’anni si siano susseguiti governi di diverso orientamento. Il nodo fondamentale è quello di avere una governance che allontani il controllo della RAI dalla politica attraverso dei filtri, così da rendere il più indipendente possibile l’azione di chi opera all’interno del servizio pubblico. Questo è un periodo in cui la tensione è evidentemente più forte. I giornalisti della RAI scioperano oggi contro le pressioni che arrivano dalla politica, ma purtroppo non è una novità. E bisogna ragionare anche su un altro tema saliente: quello dei conflitti di interesse. Torna in mente il rapporto che aveva Silvio Berlusconi con l’informazione quando, in qualità di proprietario del più grande sistema di comunicazione privato d’Italia, arrivando al governo del Paese addivenne anche al controllo della RAI. Si pose allora il primo serio problema del conflitto di interessi nel campo della comunicazione.
Oggi il punto è che non solo quel conflitto non è stato risolto, ma altri conflitti di interesse sono sorti senza che mai una legge sia intervenuta a separare gli interessi (anche legittimi) del privato dalla sua capacità di condizionamento dell’informazione, pubblica o privata che sia.
E come risolvere la situazione?
Devono esserci delle leggi che proteggano la libertà dell’informazione, a qualunque livello. E purtroppo oggi in Italia non solo non esiste nessuno strumento del genere, ma arrivano norme che limitano ulteriormente il diritto di cronaca. Poi non dobbiamo stupirci se osserviamo la classifica, redatta ogni anno, sulla libertà di stampa nel mondo e vediamo che il nostro Paese è collocato in posizioni che non immagineremmo neanche: a metà classifica o ancora più dietro rispetto ad altri paesi. Quest’anno siamo scesi più in basso di altre cinque posizioni (dati pubblicati 3 giorni fa). Purtroppo non tutti sanno ciò che accade nel nostro paese sul piano sistematico del diritto all’informazione.
Ma questa allerta sulla crescente repressione dei giornalisti è un fenomeno endemico italiano o si colloca sulla scia del più ampio scenario di crisi internazionale?
Intanto direi che si tratta di contesti ben diversi e che vanno quindi valutati separatamente. Possiamo dire che qualunque tipo di potere non ama la libera informazione. E questo è un dato di fatto. Poi, come si tenti di conculcare questa libera informazione varia ovviamente da contesto a contesto. Non possiamo paragonare la situazione italiana a quello che accade in Russia, o in altri paesi di stampo dittatoriale. In Italia al momento non abbiamo una repressione diretta dell’informazione, ma abbiamo condizioni strutturali che limitano le possibilità d’azione dei giornalisti. C’è il rischio che questi limiti possano ulteriormente restringersi, e c’è un altro forte elemento di condizionamento del giornalismo, che è la crisi strutturale del sistema dell’informazione.
Di quale crisi parliamo?
Il sistema dell’informazione sta ancora attraversando la lunga transizione dall’analogico al digitale. Questo ha determinato una perdita enorme di posti di lavoro e di risorse, alla cui origine c’è un colossale trasferimento di risorse dai produttori di contenuti ai distributori di contenuti. E’ accaduto che le grandi piattaforme di distribuzione (Google, Facebook e le altre) hanno via via cannibalizzato i produttori di informazione, cioè le aziende editoriali classiche. Tale impoverimento ha determinato una minore possibilità per queste aziende di andare a raccontare ciò che accade. E anche questa è una minaccia per la democrazia. Una minaccia della quale l’opinione pubblica si rende poco conto. Sono problemi che non riguardano solo i giornalisti, ma tutti. Ricordo però che ci sono state stagioni nelle quali vi era una maggiore partecipazione da parte dell’opinione pubblica ai problemi dell’informazione. Oggi invece sembrano questioni che riguardano solo gli addetti ai lavori, ma in realtà così non è.
Quindi siamo in piena era del consumismo anche per quanto riguarda l’informazione?
Purtroppo il numero delle persone che leggono è diminuito. E la lettura, anche quando c’è, è molto più distratta. C’è una diversa modalità di fruizione delle notizie. Bisogna affrontare la crescente disinformazione: se inserisci un tema su un motore di ricerca ottiene centinaia di fonti, ma capire quali siano quelle davvero autorevoli può essere molto difficile. E lo è in particolare per i ragazzi, o nelle scuole. Eppure è fondamentale sapere chi c’è dietro una notizia. E allora in un tempo in cui pochi approfondiscono, diventa più facile infilare concetti sbagliati che però in qualche modo restano nella percezione dell’opinione pubblica. Viviamo una stagione molto insidiosa.
Al lettore non interessa più cercare la verità? E da qui il passo al populismo è breve?
Credo che alla base ci siano ragioni economiche. Sono queste che fomentano la rabbia diffusa. E’ difficile andare a raccontare ciò che sta accadendo all’Europa in questo momento. Vediamo che si confermano forze, che noi definiamo populiste, in alcune delle aree più ricche del nostro continente. Pensiamo alla Germania, o all’Austria. Nazioni ricche che però vedono attaccato il loro benessere, e rispondono nella maniera più istintiva e irrazionale possibile, cioè individuando nel migrante o nello straniero la ragione delle proprie paure. Questo è anche un effetto di quella pigrizia, o incapacità, di guardare orizzonti più ampi (come dovrebbe insegnare la politica). Credo che la radice sia di natura economica e trova modo di consolidarsi anche attraverso meccanismi relativi all’informazione. Poi è significativo che la prima cosa che le dittature vanno a controllare sia l’informazione. Ma questo è un passo successivo al clima che si crea prima. E’ una sorta di tempesta perfetta, quella che stiamo vivendo. La crisi avviata nel 2008 ha indebolito il sistema dell’informazione, insieme al passaggio al digitale di cui si parlava prima. Il confronto con le nuove sfide avrebbe richiesto uno slancio maggiore che non sempre c’è stato. Poi altri elementi hanno fatto irruzione in Europa: la pandemia, che ha impoverito fortemente il continente; il dilagare delle fake news; e poi la guerra, con scenari in cui la manipolazione dell’informazione è esplosa. Tutto questo genera la “tempesta perfetta”. Ma qual è l’ombrello per ripararci? E’ spiegare all’opinione pubblica che la buona informazione è fondamentale, perchè sennò si avvelenano i pozzi, e con essi le città, e quindi si muore. Quando mi confronto con i politici mi stupisco di come non comprendano l’importanza strategica del sistema informativo. L’atteggiamento della politica è spesso rapace nei confronti dell’informazione. Prevale l’urgenza di controllarla, senza la necessità di farne un ragionamento più ampio. E di pari passo, l’attenzione dell’opinione pubblica su questi temi è calata.
Non ci sono più i politici di una volta, o non ci sono più i giornalisti di una volta?
Né gli uni né gli altri. Ognuno è politico e giornalista nel proprio tempo. Il rapporto tra informazione e politica non è mai stato disteso, ed è anche giusto che in una società sana sia così. Diciamo però che in altre stagioni l’attenzione nei confronti della libera informazione è stato più forte rispetto a quello che oggi non avverto nel nostro Paese.
Qualcuno ha abusato del motto di Churchill, “l’informazione è potere“?
Sì, c’è sempre stata questa tendenza. L’informazione è sempre stata luogo di scontro anche aspro tra le forze politiche. Ma tutto questo accade oggi in un periodo molto complesso. Insisto su questo aspetto: oggi il mondo dell’informazione non ha le risorse per fronteggiare la crisi. Avrebbe invece bisogno di riforme strutturali. Ad esempio, si è di recente timidamente recepita in Italia la normativa europea che impone alle grandi piattaforme di redistribuire una parte degli introiti alle aziende. Però questo deve essere un inizio, perchè il nodo sta nelle risorse. Oggi le aziende editoriali hanno un cappio stretto intorno al collo. Quindi o facciamo in modo che chi produce i contenuti sia nelle condizioni di farlo, oppure finiremo inevitabilmente verso forme di informazione controllata. Mi auguro che nessuno pensi mai di privatizzare la RAI, perchè il servizio pubblico radiotelevisivo deve restare tale.
L’ordine dei giornalisti del Piemonte è in prima linea su questi temi?
Noi abbiamo creato molte iniziative e siamo impegnati su molti fronti, perchè accogliamo anche gli stimoli e le indicazioni che ci arrivano dai colleghi. Sulla base di questo abbiamo impostato parte del nostro lavoro. Io e e i miei consiglieri abbiamo un altro per portare a compimento gli obiettivi che ci eravamo prefissati, considerando che svolgiamo un servizio a titolo gratuito a favore di tutta la categoria. Ecco, parliamo di servizio, non di potere. E tale deve continuare a essere.

