Settembre 1935: un giovane corrispondente dall’Europa di nome Ernest Hemingway scrive al suo giornale, l’Esquire, per aggiornare gli americani sulla crisi del vecchio continente. “Sembra che oggi qualunque atto politico sia compiuto per spogliare il popolo del suo potere decisionale; consegnare ai propri eletti questo enorme potere avvicina gli europei sempre più alla guerra” – evidenzia Hemingway – “e questo significa sopprimere l’unico controllo possibile da parte dei cittadini sui propri delegati”.
Il 1935 non fu certo un anno roseo per la vecchia Europa: Hitler era al potere da poco, ma saldamente; Mussolini imperava in Italia; la Spagna era in procinto di vivere la più terribile delle guerre civili.
Il giovane giornalista, amante della caccia e della pesca, ma anche dei viaggi e delle capitali europee, non poteva farsi sfuggire l’opportunità di osservare da vicino quanto stesse accadendo nel crogiolo politico del continente di cui egli tanto amava i letterati, i poeti, i drammaturghi.
“La prima panacea per una nazione mal amministrata è l’inflazione monetaria; la seconda è la guerra. Entrambe apportano una prosperità provvisoria, entrambe garantiscono una rovina permanente. Soprattutto, entrambe sono le soluzioni tipiche degli opportunisti, tanto economici quanto politici”: questa è la deduzione più lucida di Hemingway su quel critico periodo storico.
E il paragone con quanto accade oggi, ancora, nella nostra Europa non può lasciarci impassibili.
La guerra tra Russia e Ucraina perdura ormai dal febbraio 2022, ed è chiaro che gli interessi economici in ballo sono ben più pesanti di qualunque invocazione di pace, e di ogni diritto umanitario internazionale.
Pochi, pochissimi, sull’altro fronte aperto, credono nella tenacia dell’ennesima tregua a Gaza
Gli speculatori vivono un periodo di gloria inatteso, e giocano fin troppo bene le proprie carte a danno di intere nazioni.
Come annotava Hemingway nel ’35: “Molti ufficiali detestano la guerra come nient’altro a mondo: più della tirannia, più dell’ingiustizia e più della violenza, e finanche più della corruzione dell’animo umano. Perché la guerra porta in sè i principi stessi di tutte queste cose, mescolati e rafforzati dalle diverse loro componenti” – ammoniva il cronista –
“Gli unici che amano le guerre sono i profittatori, i politici e le prostitute: per loro la guerra rappresenta il più bel periodo della vita, perché con la guerra si arricchiscono”.
E cosa accade, di fatto, mentre gli ucraini continuano a dormire negli scantinati ormai da anni? Cosa accade mentre sempre più ampie fasce di popolazione scivolano verso la soglia della povertà? Accade che le grandi compagnie petrolifere vedono lievitare quotidianamente i propri profitti, così come le multinazionali dell’energia alternativa; che alcuni paesi più attenti degli altri (o solo più lungimiranti) riescono a trarre anche dalla guerra enormi vantaggi in termini di ricchezza monetaria; che alcuni governanti assumono il ruolo di divinità, sotto i riflettori di consessi internazionali sempre più simili a palcoscenici e sempre meno capaci di esercitare azioni diplomatiche.
I prezzi delle azioni delle industrie belliche sono aumentati. Già solo nei primi tre mesi di guerra russo-ucraina alcune aziende hanno riportato successi economici da record: la nostra Leonardo – Finmeccanica, ad esempio, ha raggiunto il 41% di crescita, ma anche la giovanissima Defence Tech ha visto crescere del 10% le sue quote di mercato.
Delle 100 società che più hanno goduto finora dei vantaggi dalla guerra una quarantina ha sede negli Stati Uniti. Ma restando in Europa, solo per il gas continentale si registra un aumento dei ricavi pari al 17,8% rispetto al normale prezzo di acquisto. Le grandi compagnie petrolifere, da parte loro, non possono certo lamentarsi: i loro profitti sono tutti in aumento da 2 a 6 volte rispetto al 2020.
Tutto ciò mentre il concetto stesso di democrazia vacilla. Le contestazioni politiche di bassa lega hanno sostituito le care vecchie piazze, grazie ai nuovi salottini mediatici, dove sedicenti esperti sembrano più interessati a coltivare il proprio orticello di celebrità che a ricordare ai concittadini quanto bella sia la nostra Costituzione. Eppure, proprio Hemingway sosteneva che “il modo migliore per scoprire se poter fidarsi di qualcuno è dargli fiducia”, perché è di questo che, in fondo, si tratta.
Era sbarcato in Normandia al fianco dei soldati nel D-Day, aveva soccorso i feriti durante i bombardamenti della Madrid lealista, si era lanciato a bordo di una Jeep sgangherata verso l’Arc de Triomphe, arrivando nella Parigi liberata dai nazisti poco prima di De Gaulle: eppure Hemingway non ha mai voluto né saputo fidarsi dei ciarlatani, non ha mai scritto una riga a favore dei guerrafondai, non ha mai riportato alla stampa nulla che fosse minimamente avvicinabile alla più vaga di idea di fomentazione bellica.
Perché, forse, le persone serie coltivano gli ideali di giustizia anche sotto le macerie. E credono ancora che, nonostante il collasso delle istituzioni e l’incombere delle crisi globali, il timone vada sempre tenuto da mani ben salde, esperte e leali.

