di Maurizio Ballistreri
Mentre l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, detta le linee strategiche dell’economia degli Stati Uniti, la prima potenza planetaria, e 25 persone posseggono la metà della ricchezza del mondo, secondo lo schema del tecnocapitalismo globale, che aumenta il fenomeno della “privatizzazione della politica”, a cui corrisponde l’aumento esponenziale delle diseguaglianze che ormai ha toccato il modo strutturale il ceto medio, ci è toccato sentire in Parlamento una sorta di elogio della ricchezza, basata sui privilegi derivanti da ruoli istituzionali e sul cattivo gusto ostentato, riecheggiando il marchese del Grillo, con le fattezze di una novella Crudelia Demon, la villain dello storico cartone “La carica dei 101” di Walt Disney, con tanto di borsette taroccate.
Si dirà, ci sono ricchi e ricchi: ci sono i filantropi oppure i riformatori che promuovono democrazia, cultura e guerra alle malattie e ci sono quelli che amano i lussi, così sconfortanti e inutili e pacchiani e spesso esibizionisti e cinici.
Senza scomodare l’attualità di Karl Marx e le sue teorie sulla proprietà quale conseguenza dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nell’ambito dei rapporti di produzione e scambio nel moderno capitalismo, sull’elogio della ricchezza è opportuno richiamare il pensiero di un filosofo inglese del ‘600, John Locke, considerato il padre del liberalismo e anticipatore dell’illuminismo, le cui teorie influenzarono la Rivoluzione repubblicana di Oliver Cromwell.
Locke nella sua celebre opera “Due trattati sul governo” affermò che ciò che ci consente, in maniera legittima, di considerare parte dei beni comuni come nostra proprietà individuale è l’azione della “fatica del corpo dell’uomo e l’opera delle sue mani” che agisce sulla terra comune e ne trae frutti per la sua sopravvivenza e prosperità. Il lavoro materiale, come la caccia, la raccolta e l’agricoltura, operano in questo senso trasformazioni che generano il diritto a ciò a cui si è lavorato, che si è cacciato, raccolto o coltivato. Il lavoro, che è indubitabilmente, per sua natura, proprietà di ogni singolo individuo, trasfonde questo suo “essere proprio” nei frutti che attraverso di esso noi produciamo, trasformandoli così in legittimi “possessi”.
“Coltivare, lavorare la terra e averne la proprietà sono cose tra loro connesse: l’una dà titolo all’altra”. Ma nel caso della novella Crudelia Demon c’è da interrogarsi sulle sue attività di lavoro.
Purtroppo, nel nostro Paese – per dirla con Vittorio de Caprariis sulle colonne de “Il mondo” di Pannunzio – ci sono troppi “liberali alle vongole”.


1 commento
Cito l’autore: “Senza scomodare l’attualità di Karl Marx e le sue teorie sulla proprietà quale conseguenza dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo”
Quale sarebbe l’attualità di Marx nello specifico?
Forse qui si confonde il concetto di monopolio con quello di proprietà.
Come già ampiamente spiegato ad esempio da Luciano Pellicani la proprietà privata è uno dei più efficaci strumenti di dispersione del potere, in quanto frammenta la possibilità di accentramento del potere nelle mani di un unico agente.
Ma d’altronde parte del pensiero di Marx e alcune delle sue disastrose analisi fideistiche sono già state analizzate e smentite da lunghi decenni.
Quindi disaccordo totale sulla proprietà che sfrutta ecc ecc, a meno che non si parli di monopolio, pubblico o privato che sia, che non riconosca merito, solidarietà, autodeterminazione o libertà.
Ma come si vede il concetto diventa allora molto meno semplicistico.