di Edoardo Crisafulli
Alla Fiera romana dei piccoli editori, Più libri più liberi, si è presentata quest’anno una casa editrice dell’estrema destra: Passaggio al Bosco. Che abbia esposto con fierezza la solita collezione di escrementi ideologici: dagli scritti demenziali di Leon Degrelle, il fanatico fondatore del partito nazista vallone che considerava Hitler una specie di divinità, a La dottrina del fascismo firmata Mussolini-Gentile, un monumento al totalitarismo travestito da pensiero nobile? Invito i lettori a scorrere il catalogo: esala il tanfo del marciume neofascista. Alcuni intellettuali, giustamente, hanno chiesto che quella casa editrice venisse allontanata da una Fiera che, per statuto, si proclama fedele ai valori costituzionali — valori nati in opposizione totale a ciò che Degrelle e Mussolini rappresentano. Forse, mi sono detto, i miei professori di storia mi hanno mentito quando ero ragazzo. Ma no: dicevano bene. In Italia abbiamo avuto una dittatura criminale e la Costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista. Punto. Il caso sarebbe semplice, in un Paese normale: pubblica ciò che vuoi, nessuno te lo impedisce. Ma non pretendere che ti srotoliamo un tappeto rosso, che ti diamo una vetrina scintillante, un palcoscenico rispettabile.
Sarebbe semplice. Ma siamo in Italia. Ecco che alcuni intellettuali libertari — teste pensanti, persone colte — gridano allo scandalo di un “boicottaggio” a loro dire equivalente alla censura liberticida. Sì, avete capito bene: equivalente alla censura che furoreggia nei regimi autoritari. Eccoli che sventolano una bandiera nobile che più nobile non si può: la libertà di espressione. In nome della quale ripetono la parola che è il prezzemolo dei polemisti: censura!
Ma censura è ben altro. Secondo la Treccani, la censura è il potere di vietare la pubblicazione di un libro, la rappresentazione di un’opera teatrale, la proiezione di un film, imposizione che tipicamente lo Stato o la Chiesa si arrogano – più meno legittimamente. Qui nessuno vuole vietare nulla. Nessuno invoca la chiusura della casa editrice. La si vuole soltanto fuori da una Fiera che si proclama figlia della democrazia costituzionale. Una scelta curatoriale, non una ghigliottina. Una questione di coerenza, l’inquisizione antifascista qui c’entra come il cavolo a merenda. Anch’io ho co-curato una collana editoriale con la Fondazione Einaudi, Amici della società aperta, in lingua ucraina. Accanto a Luciano Pellicani e a Luigi Einaudi, non troverete Stalin. Significa che censuro Stalin? Eh, no! Significa che la collana ha un senso, una dignità. È così in ogni progetto culturale, dalle riviste, ai giornali, ai padiglioni artistici: c’è un perimetro d’acciaio che si chiama linea editoriale. Chi non ci rientra, sta fuori. Fine della storia. È ben vero che c’è un’accezione più estensiva di censura, nel parlare comune: se ti impedisco di parlare, in qualsiasi contesto, ti starei censurando. Ma questo senso secondario non si attaglia al caso in questione, riguardante una casa editrice che pubblica liberamente.
Il problema è che certi intellettuali oggi rimestano nel torbido, confondono le parole. Se chiamassimo “censura” ogni esclusione, allora vivremmo già in un enorme gulag. Sono forse libero di propagandare la famiglia LGBTQ e l’ateismo in una scuola cattolica? No, giustamente no.
Insomma: viene chiesto solo che una Fiera che si proclama democratica non diventi passerella per chi quella democrazia la disprezza. A dire il vero, fa sorridere che i nostalgici del nazifascismo gridino contro la censura, inesistente in una democrazia, loro che vorrebbero (o giustificano) quella reale in una dittatura. E’, ahimè, lo spirito dei nostri tempi grami: da quando è scoppiata la guerra russo-ucraina, una pletora di intellettuali e giornalisti sgomitanti ha occupato con protervia varie trasmissioni TV, vomitando il peggio della propaganda filo-putiniana. Ogniqualvolta sono stati posti limiti, o non gli è stato concesso un ulteriore spazio pubblico, apriti cielo!, hanno gridato allo scandalo, alla dittatura del pensiero unico: censura, appunto – in Italia, s’intende, non già in Russia.
Sia chiaro: i neofascisti non ci fanno paura. Non riuscirono a “spezzare le reni” alla Grecia, non spezzeranno la schiena alla nostra Repubblica. Ma c’è un confine che si chiama dignità. Quindi, lo ripeto ad nauseam: fuori i neofascisti (lo stesso dicasi per gli antisemiti) dalle Fiere democratiche.
Gli argomenti dei liberali senza bussola sono sempre gli stessi.
“Ma così gli fate pubblicità!” E allora? A volte ignorare serve. Io, per esempio, avrei ignorato il libro mediocre e banale del generale destroso Roberto Vannacci, Il mondo al contrario. Non vale proprio la pena di parlarne: tempo e inchiostro sprecati. L’editoria deve rimanere libera anche di sproloquiare. Che male può fare un libro banale in più nel cosmo? Altre volte, invece, serve marcare un confine, dire ad alta voce: con voi non ci sediamo allo stesso tavolo, vi siete posti da soli fuori dal consesso degli spiriti liberi e civili. Questo è, per l’appunto, il caso di una Fiera. Direi la stessa cosa per una casa editrice che pubblicasse inni jihadisti e panegirici al terrorista Osama Bin Laden: magari venderebbero dieci copie in più, ma almeno la nostra moralità ne uscirebbe integra.
Poi c’è l’obiezione più infantile: oggi escludi una casa editrice neofascista, domani bruci anche Heidegger (che, nel 1933, si era dichiarato convintamente nazista) nel falò dei libri proibiti.
Un argomento illogico. La Costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista da ottant’anni. In ottant’anni non è seguito alcun rogo di libri, nessuna deriva proibizionista. È seguita, semmai, la nascita di decine di partiti. È seguita la libertà. Come disse con straordinaria efficacia l’ex partigiano, compagno Vittorio Foa al missino Giorgio Pisanò: “se aveste vinto voi, io sarei in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore.” In un Senato e in un Parlamento si dibatte e si controbatte. Uno stand di libri neofascisti in brutta mostra è propaganda, è vilipendio alla Costituzione repubblicana. Per gioco, replico così: se siete così coerenti, chiedete pure che Il Fatto Quotidiano ospiti una rubrica di elogi a Craxi e una in difesa dell’Ucraina. Se vi dicono di no, gridate pure alla censura.
O, ancora meglio, provo a proporre a Passaggio al Bosco una bella antologia antifascista: introduzione critica, demolizione del mito, fatti e documenti. Se rifiutano, voglio vedervi in piazza a difendere me, vittima della loro “censura”.
La verità è che anche filosofi di vaglia contribuiscono al caos concettuale, sicché abbiamo perso il senso delle parole. Si confonde la censura con il boicottaggio, la libertà con l’indifferenza, il pluralismo con l’assenza di criteri curatoriali/editoriali. Complice anche quella sinistra WOKE e Politically Correct — lei sì, realmente censoria — che ha trasformato gli spazi pubblici in campi di battaglia all’ultimo sangue fra i figli della luce (loro, ovvio) e i figli delle tenebre (gli altri, ovvio). Ragion di più per fare chiarezza, invece di sollevare altro fumo e altra polvere. Sia chiara un’altra cosa: io non avrei timore a sedermi a un dibattito pubblico con un neofascista, purché moderato con equità. Il confronto non mi spaventa: lo esigo. Ma un palco da cui il neofascista possa spargere veleno, senza contraddittorio, no: quello non glielo concederò mai. Né a lui, né a un imam invasato che invoca la jihad stragista in nome della libertà. O salute pubblica o tossicità cancerogena. Scegliete voi. Resto un liberal-socialista fin nel midollo. Non grido ‘al lupo’ come certi intellettuali da avanspettacolo, loro sì, censori della moralità politica altrui. L’Italia è uno dei Paesi più liberi al mondo, tant’è che fior fiore di polemisti accusano il governo attuale d’essere fascistoide e autoritario, senza che nulla di male loro accada, se gli stessi individui propagandano le fake news e la propaganda del Cremlino, qualcosa di buono per loro accade: ne traggono visibilità, fama e vantaggi.
Karl Popper, uno dei più lucidi teorici della democrazia liberale, lo spiegò in modo limpido ne La società aperta e i suoi nemici.
La tolleranza illimitata, disse, avvelena la tolleranza stessa. E’, questo, il paradosso dei paradossi.
Tollerare anche chi vuole sopprimere la libertà significa infilare volentieri il collo nel cappio del boia di turno. Popper aveva ragione: per quanto ci costi – siamo davvero libertari, noi! – a volte dobbiamo rivendicare il diritto-dovere – in nome della tolleranza stessa – di negare una platea ai nemici della società aperta. Io l’intolleranza non la tollero. Né quando veste la camicia nera, né quando si traveste da martire religioso, né quando si mimetizza da vittima dell’inesistente espansionismo NATO.

