Certo non è proprio l’obolo che qualcuno ancora offre in chiesa prima della comunione, ma lo stile del gesto è quello. E la cosa si fa ancora più capziosa se pensiamo che la stampa e le televisioni generaliste nostrane hanno steso un velo di assordante silenzio sulla cosa. Quale cosa? Elkann darà un milione di euro a Trump. E lo farà domani, ufficialmente durante la cerimonia di insediamento della sua seconda presidenza.
Ok, diciamolo in termini tecnici: la divisione statunitense di Stellantis donerà 1 milione di dollari per l’insediamento di Donald Trump, 47° presidente Usa. La cerimonia si terrà domani a Washington; la cifra è confluita nel “fondo per le cerimonie inaugurali”. Simpatico, come capitolo di spesa. Fa chic e non impegna. Potremmo asserire.
E invece impegna, eccome.
Per i grandi gruppi industriali, specialmente quelli internazionali, è prassi fare donazioni in queste occasioni. In passato hanno già versato cifre simili la Ford e la General Motors, ma anche Amazon, Meta, Microsoft e Boeing.
Ma per Stellantis è la prima volta: il gruppo non aveva partecipato alle inaugurazioni presidenziali né nel 2017 per Trump, né nel 2022 per Biden.
Intervistati sulla decisione, i vertici del gruppo riferiscono che per Stellantis il rilancio del mercato Usa è una priorità, quindi ingraziarsi la nuova amministrazione con questo “atto simbolico” è funzionale a più ampie prospettive.
Sarà, ma sempre obolo resta. Se vogliamo usare un eufemismo, sia chiaro.
“Gli Stati Uniti rappresentano il mercato più importante per Stellantis a livello globale”, dice Antonio Filosa, responsabile delle operazioni di Stellantis in Nord America e CEO del marchio Jeep. Lo ha detto durante il recente Salone dell’Auto di Detroit. “Qualunque siano le decisioni della nuova amministrazione, saremo pronti a collaborare“. Bravo soldatino.
Passiamo ai numeri, che magari ci aiutano a capire. Nel 2024 le vendite di Stellantis negli Usa sono calate del 15% e ora vogliono invertire il trend negativo lasciato in eredità dal per nulla compianto Tavares. È stato lui, infatti, a mantenere i volumi degli stabilimenti al minimo, facendo alzare i prezzi ad ogni aumento della domanda. Però la sua strategia aveva funzionato nel breve-medio periodo. Alla lunga, ha portato Stellantis in un vicolo cieco.
Tavares ha affrontato la crisi con la vecchia (cattiva) politica del taglio dei costi, dei licenziamenti, della riduzione della produzione e della vendita di asset per sostenere la redditività.
Ovviamente questo agire talmente miope ha creato lecite tensioni sulla tenuta dei progetti a lungo termine e dei flussi di entrate.
Oggi Stellantis in America mira a promuovere dirigenti esperti nelle preferenze dei consumatori, e capaci di migliorare i rapporti con concessionari e fornitori. In questo panorama è chiaro che risulta decisivo avere buoni rapporti con la nuova amministrazione: sarà Trump a decidere quali iniziative attuare per il sofferente settore dell’automotive americano, sempre più minacciato dalla concorrenza cinese.
Del resto, Trump stesso ha fatto diverse promesse sul tema, durante la sua campagna elettorale. La prima, parallela allo scenario europeo, si basa sull’attenuazione delle normative sulle emissioni. Tutto il settore automotive vuole una transizione energetica che non azzoppi il mercato. E Trump più di qualunque leader se n’è sempre fregato ben poco della crisi ambientale.
Il secondo punto della ricetta trumpiana è l’introduzione di incentivi fiscali per il mercato, come la deducibilità totale degli interessi sui prestiti auto. Ricordiamo che in Italia nel 2024 Tavares ha gestito un lungo e duro braccio di ferro con Meloni, chiedendo nuovi ecobonus, ma Giorgia ha deciso di tenere chiusi i rubinetti.
Il terzo punto della dottrina Trump è l’introduzione di dazi soprattutto per il mercato dell’automotive.
Quindi: se la finalità di Elkann & Company è quella di tessere stretti rapporti col nuovo inquilino della Casa Bianca, allora Stellantis si schiera in prima fila. Del resto, oggi conta pure sul recente ingresso di John Elkann – amministratore delegato di Exor e presidente di Stellantis e Ferrari- nella Meta di Zuckerberg.
La ragnatela tessuta da Stellantis sembra quindi avviluppare anche Meta.
E non dimentichiamo Elon Musk. Vero è che in campo automobilistico Stellantis e Tesla sono rivali, quindi se il mondo fosse bidimensionale il Ceo della casa texana e il presidente del gruppo italo-franco-statunitense non dovrebbero nemmeno salutarsi per strada.
Ma una settimana fa Stellantis (con Toyota, Ford, Mazda e Subaru) ha stretto accordi in Europa proprio con Tesla per creare un pool comune di emissioni. Occhio: identico accordo avrebbero potuto firmarlo con un altro marchio elettrico come Polestar (opzione voluta infatti da Mercedes-Benz), ma la scelta di Elkann è ricaduta sul gruppo di Musk, il novello plenipotenziario del gabinetto trumpiano.
Un’alleanza cui Musk tiene molto, e non solo come primo finanziatore della campagna di Trump.
John Elkann sulla scia dei tycoon, quindi?
Si ricordi, ogni tanto, di passare a salutare i cassintegrati di Mirafiori e Melfi. Quelli sì, che nello spazio lo manderebbero all’istante. A calci.


1 commento
…e’ evidente che i lavoratori, in questi accordi di livello “superiore” non sono contemplati e che ciascuno di costoro vale quanto o meno di un computer…è la civiltà attuale!