Il 9 giugno 1923 arriva alla Camera la riforma elettorale che porta il nome dal suo estensore, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo, che prevede un premio di maggioranza del 65% per il partito o la coalizione che ottiene appena il 25% dei voti. Si tratta di un chiaro segnale egemonico da parte del governo, che intende ridurre ai minimi termini l’opposizione e renderla insignificante.
Il 15 luglio Turati tiene in parlamento uno dei suoi discorsi più duri contro il governo. Sa che con l’approvazione di quella legge si chiuderebbero le porte a qualsiasi possibilità di sconfiggere legalmente e per via parlamentare il fascismo. Tutto è in gioco.
Non potendo contare sulla guida di don Sturzo, costretto dalla Santa Sede a lasciare la carica di segretario e a trasferirsi all’estero, le opposizioni convergono su un emendamento proposto da Ivanoe Bonomi, che propone di innalzare il quorum per ottenere il premio di maggioranza dal 25% al 33% dei voti.
Il governo capisce il pericolo e decide di porre la fiducia. Il 21 luglio la Camera approva la legge. L’emendamento Bonomi è bocciato con 178 voti contrari e 157 favorevoli.
A gennaio 1924 vengono sciolte le Camere e indette le elezioni per il 6 aprile. A questo punto si apre nel PSU e in tutti gli altri partiti d’opposizione la discussione sulla tattica da adottare. Il dilemma da sciogliere è uno solo: astensione o partecipazione alla competizione elettorale. Per chiarire la sua posizione il PSU convoca almeno due importanti convegni a Roma e a Milano, ma in ogni provincia la discussione è all’ordine del giorno.
Appena aperta la campagna elettorale diventa il massacro della legalità. Alle opposizioni si impedisce tutto: comizi, conferenze, la propaganda orale e quella scritta. Minacce e aggressioni sono quotidiane.
A Genova Gonzales e Canepa, oltre al repubblicano Rossetti sono aggrediti e riportano gravi ferite. A febbraio a Reggio Emilia è ucciso il candidato del PSI Antonio Piccinini, mentre sono bastonati a Milano Nino Mazzoni e a Torino Bruno Buozzi.
Il confronto tra PSU, PSI e PCd’I per verificare la possibilità di dar vita a un fronte unico non porta a nulla. O tutta l’opposizione decide d’astenersi o tutti presenteranno proprie liste. Le pregiudiziali dei comunisti appaiono insuperabili. Per Turati ormai è chiaro: “neppure chi volesse potrebbe oggi liberamente astenersi”.
Poiché un patto tra i diversi partiti della sinistra appare irrealizzabile e ognuno persa già alle proprie liste, anche i socialisti riformisti non possono fare altro che presentare i loro candidati.
Nemmeno un accordo con il PSI è possibile, per cui Matteotti si schiera per la partecipazione alle elezioni del 6 aprile. Anche Prampolini, forse memore del triste esito dell’astensione attuata a Reggio nel 1921, critica la linea dell’astensione e invita il proletariato a impedire che il fascismo raggiunga il suo obiettivo. La direzione del PSU, riunita il 18/19 febbraio a Milano, decide con otto voti e quattro astenuti di presentare proprie liste.
Il 28 febbraio il PNF dirama un comunicato nel quale indica nel PSU il partito che va combattuto “con il massimo rigore”. La Giustizia risponde: “Noi siamo e vogliamo essere i più naturali avversari del fascismo al potere sotto il duplice aspetto delle sue essenze reazionaria e plutocratica e del suo metodo di dittatura e violenza”.
Le liste tra le quali gli italiani sono chiamati a scegliere sono ventitré w ciò favorisce i fascisti. La regolarità del voto è parzialmente garantita solo nelle grandi città, mentre nelle campagne e nei piccoli paesi la violenza e l’intimidazione dilagano.
I risultati confermano il PSU come primo partito della sinistra: PSU ottiene il 5,9% dei voti, il PSI il 5% e il PCd’I il 3,8%. Il PNF ottiene come da previsione il 66,9%. I socialisti unitari eleggono 24 deputati. Ma c’è poco da stare allegri. Matteotti ne è pienamente consapevole e chiama i compagni a rafforzare il partito per le future sfide.
Nessuno può prevedere però quanto accadrà a seguito del discorso in aula di Matteotti a commento dell’esito elettorale e delle modalità utilizzate dai fascisti per giungere a tale risultato.
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Fabrizio Montanari
Autore. Fabrizio Montanari è nato a Reggio Emilia nel 1951 e ha svolto per molti anni attività lavorativa come Dirigente cooperativo. Socialista autonomista, è stato dirigente provinciale del PSI reggiano e regionale, segretario provinciale (1975) e membro della segreteria nazionale della FGSI (1976-77). Giornalista pubblicista, collabora a diverse riviste storiche (Ricerche Storiche, L’Almanacco socialista, Reggio Storia), e ai giornali 24Emilia e La Giustizia. È inoltre autore di diversi libri e saggi storici sul movimento socialista e libertario italiano.

