Non sono le ragioni. È il metodo. E se andiamo appresso al modo di fare non ha torto chi guarda alla Groenlandia.
Trump è un elefante in una cristalleria con i metodi da saloon di Bud Spencer memoria.
Che Maduro non fosse uno stinco di santo lo sappiamo, che la sua fosse una dittatura verniciata (neanche tanto) di democrazia pure, che il narcotraffico c’entri come il cavolo a merenda infine pure ancora.
In Venezuela c’è più petrolio che in tutto il resto del mondo e sono i dollari tinti di oro nero che hanno fatto gola a Trump e che lo hanno risoluto al blitz dell’altro ieri.
Un intento neanche poi tenuto così nascosto visto che le prime dichiarazioni ufficiali facevano riferimento proprio alla gestione di quei pozzetti di quel nero tanto viscido quanto danaroso.
Il presidente dal capello giallo, che guida il paese più potente del mondo con lo stessa prepotenza di quando faceva l’immobiliarista (mi prendo quel che mi piace, serve e conviene), perché non dovrebbe usare gli stessi metodi con la Groenlandia?
L’ha detto da quando si è insediato.
È un’isola strategica per le difese degli Stati Uniti.
Ma va…
È strategica perché ci sono più minerali in Groenlandia che nel resto del mondo, altro che Donbas e terre rare.
E ieri l’ha ripetuto senza, si badi bene, escludere l’uso della forza.
A fargli da eco la moglie di un suo consigliere, Katie Miller che ha più follower di Giorgia Meloni.
Su X ha pubblicato una immagine della Groenlandia ricoperta dai colori stelle e strisce.
Il problema, per noi italioti che abbiamo sempre in grembo una bella sacca di trumpisti (mica per convinzione ma solo perché è il contrario, vedi Bocchino, a quello che fanno i sinistri), è che la Groenlandia è territorio (seppur autonomo) del regno di Danimarca il quale, a sua volta, fa parte della Comunità Europea.
E se una cosa del genere dovesse succedere dovremo scegliere tra il reagire o starci zitti salvo qualche lamentosa protesta di quelle che fanno ridere perché lasciano il tempo che trovano.
Se reagiamo le conseguenze sarebbero inenarrabili.
Nell’altro caso non dovremo meravigliarci però se la Cina dovesse invadere Taiwan, (ma chi se ne frega sono a 10.000 miglia di distanza), se Putin si sentisse autorizzato a invadere la Finlandia (al cui confine è ammassata l’Armata Rossa per delle esercitazioni che durano da due anni) e se, infine, Trump dovesse invadere la Sicilia che “una bella isola a far da base alle flotte Usa al centro del Mediterraneo ci vuole proprio”.
Perché se il metodo è: “quel che mi serve me lo prendo con le buone o con le cattive” all’ingordigia non c’è fondo e non vedo perché si dovrebbero fare delle esclusioni.
E poi vediamo i sovranisti italiani dove si vanno a mettere se nella curva sud o quella nord.
Chissà Salvini che ne pensa.
Ah già: Salvini non pensa.


3 commenti
D’altronde, qualcuno che occupa la poltrona della Farnesina, non molto tempo fa, ha affermato “il diritto internazionale fino a un certo punto….”
Mala tempora currunt. O no?
Un pezzo che colpisce più per la lucidità che per l’indignazione: Carugno centra il bersaglio con un’ironia affilata, mostrando che il vero problema non è chi agisce, ma come. Tra elefanti nella cristalleria, mappe a stelle e strisce e sovranisti a geometria variabile, l’articolo diverte mentre inquieta — che è poi la forma più elegante di allarme politico. E il finale su Salvini è una chiosa secca, di quelle che non hanno bisogno di replica.