Come volevasi dimostrare, i funerali di Bergoglio sono stati un festival di strette di mano. Sembrano lontani i giorni, neanche troppo remoti, delle riflessioni accorate sul tema scivoloso del «Se vuoi la pace, prepara la guerra».
Ma l’argomento non è chiuso. Affatto. Soprattutto davanti alle evidenti immagini di una diplomazia del volemose bene. L’assunto di fondo resta in background, come una scenografia su un palcoscenico in fermento. O come un gas venefico che nessuno vede, ma tutti annusano.
Vince chi è preparato a combattere. E naturalmente, se si perde è perché si era impreparati. Chi oserà o vorrà fare obiezioni? Certo non chi ha la responsabilità di guidare il proprio paese nel mondo della modernità, in quel “mondo nuovo” (e bellicoso) che parla tanto dei vincitori e tace dei vinti: quel mondo che promette di usare la violenza (anzi, la “coercizione legittima“…) solo per porre fine alla violenza (cioè alla coercizione priva di legittimazione…). Il che avverrà tracciando una linea chiara e inequivocabile che distingua la violenza dalla stessa coercizione legittima, e assicurandosi che quella linea rimanga invalicabile: naturalmente grazie alla coercizione legittima. Il gioco di parole, ahimè, è voluto.
Le atrocità più terribili, sanguinose e agghiaccianti della Storia sono state commesse in nome degli scopi più nobili, più encomiabili e più seducenti. Era per la salvezza della loro anima che si ardevano sul rogo gli eretici e le streghe, ed era per l’affermazione terrena del Regno di Dio che si passavano a fil di spada i pagani e si davano alle fiamme le loro case. Fu per rendere inutile lo Stato con i suoi organi repressivi che Stalin proclamò la necessità di scatenare, rafforzare e inasprire sempre più la repressione statale.
Fu per affermare e garantire il dominio mondiale della razza tedesca che Hitler mandò a morire i vecchi e i giovani tedeschi, facendo sì che le loro case fossero distrutte e le loro famiglie decimate. È in nome della coesistenza pacifica dei palestinesi coi loro vicini israeliani che alle truppe di Israele si ordina di demolire e radere al suolo le loro case, di sradicare i loro uliveti e di distruggere tutti i loro (pochi) averi. Ed è per promuovere la causa della democrazia che l’alleanza ad hoc delle potenze democratiche ha inviato forze di spedizione a bombardare e distruggere le terre in cui si nascondevano, o si pensava si nascondessero, i terroristi nemici della democrazia.
L’aspetto più triste in assoluto è che tutti noi troviamo semplicemente impossibile concepire un qualsiasi altro modo di agire. Siamo incapaci d’immaginare la creazione senza distruzione. E consideriamo la devastazione un prezzo accettabile da pagare per la creazione. Restiamo perplessi e increduli quando qualcuno osserva che potrebbe anche essere diverso.
Versiamo una o due lacrime quando sentiamo parlare di vittime innocenti o di perdite collaterali sulla strada che conduce a una vita migliore, al progresso, a un mondo che smetta di imporre la violenza. Ma subito dopo puntualmente ci consoliamo dicendoci che non si può fare una frittata senza rompere le uova. Tanto, per il momento le uova non siamo noi. E il dialogo?
Non esiste vero dialogo senza presumere e rispettare l’uguaglianza dei partecipanti. Per tutta la durata del dialogo, le gerarchie e le prerogative di superiorità e inferiorità dovrebbero essere sospese. Come sospeso dovrebbe restare qualsiasi pregiudizio tra gli interlocutori. I partecipanti al dialogo devono presumere che ciò che li accomuna sia più importante di ciò che li divide, tanto da poter cancellare l’ostilità prodotta dal dissenso.
Ronald Reagan, che pure non brillava per doti accademiche, aveva una buona dose di saggezza popolare. Fu lui a dire una volta a Michail Gorbačëv che, anche se in quel momento non si riusciva a conciliare gli interessi americani e sovietici, in caso di attacco alla Terra da parte di invasori giunti dallo spazio le forze armate delle due superpotenze si sarebbero sicuramente coalizzate per respingere il nemico comune.
Reagan aveva ragione, ma il guaio è che gli alieni non sono ancora arrivati per aiutarci a realizzare l’antico sogno della dignità universale dell’uomo e dell’ecumenico rispetto reciproco. Finché ciò non accadrà, noi nativi residenti sulla Terra non possiamo far altro che prendere le armi per combattere guerre sante intertribali in nome del diritto al rispetto.

