In effetti non so quale delle due sia la più importante.
Certo che tra Natale e Pasqua è una bella gara.
La nascita e la risurrezione sono i misteri della cristianità che, nelle loro ricorrenze, raccolgono i pensieri di miliardi di fedeli,
Una umanità che si divide tra il momento della preghiera e quello un po’ più prosaico della tavola.
Forse più per il secondo che per il primo.
Perché, chissà per quale motivo, nelle feste comandate alla fine spunta sempre l’occasione di far banchetto e darci sotto di brutto.
A volte sfugge la storia di un uomo che i Vangeli lo vogliono come un Dio.
Una storia, però, che non ha bisogno di ciò per essere di una potenza epocale.
Tanto epocale che sono duemila anni che vive e sopravvive.
Duemila anni, un’eternità.
Pochi concetti, ma tanto profondi.
Così profondi che non vi si riconosce solo chi crede ma anche chi vive il laicismo con un convinto senso di bontà e altruismo.
Pace, eguaglianza, libertà, fraternità, solidarietà, carità, perdono.
Parole talmente forti che, pensando a oggi, sono di un’attualità impressionante.
Come se nell’anno domini 33 non fosse successo nulla e l’umanità, da quei tempi, non fosse progredita.
O forse è progredita (un po’) ma poi è regredita con il ritorno di idee insane come egoismo, intransigenza, odio, tra l’altro specie nella terra dove Gesù nacque, visse, predicò e morì.
Ma la Pasqua non è soltanto il giorno del ricordo in cui un uomo, per difendere quelle idee di giustizia, morì.
Sono diversi i simboli, in questa ricorrenza, che anche una persona laica può sentire come propri.
Pasqua deriva da Pesach che in aramaico vuol dire “passaggio”.
E dal passaggio nel Mar Rosso a quello degli angeli sui primogeniti egiziani nel decimo flagello, a quello, infine, di Gesù dalla vita alla morte a e poi di nuovo alla vita, il concetto di liberazione, nella parola Pasqua, si immerge e riemerge più volte.
Liberazione degli uomini da tutte la schiavitù, dal giogo che il destino aveva loro imposto.
E poi c’è la prima stazione della Via Crucis.
La condanna a morte.
Un processo farsa nel quale si pronunciò una condanna senza che esistesse un reato.
Gesù non fece nulla se non parlare di cose che avrebbero messo in pericolo il potere del sistema che allora vigeva.
Quello del Sinedrio sul popolo ebraico, quello di Roma sulla provincia della Palestina, quello dell’imperatore sui sudditi, quello delle classi privilegiate su quelle più umili.
E anche questo processo così finto, in cui il popolo fu così aizzato contro l’uomo, che fino a un giorno prima aveva amato, tanto da scegliere Barabba, fu condotto da un giudice che non riuscì a essere terzo tra accusa e difesa, arrivando a pronunciare una condanna di cui si pentì per il resto della vita.
La terzietà del giudice non è forse un richiamo alla memoria dell’ultimo referendum.
Dalla sua vita alle sue predicazioni, dalla sua condanna alla sua morte, la storia di Gesù appartiene anche a chi come noi vive l’esperienza del laicismo.
Ci ritroviamo nei suoi simboli, facciamo nostre le sue idee
Tra noi e la Chiesa non c’è mai stato un buon rapporto, ma il secondo Concordato lo fece Craxi.
Le gerarchie ecclesiastiche sono una cosa, la figura storica di Gesù un’altra.
E l’uomo laico del terzo millennio è capace di fare questa distinzione, tenendo a bada il potere della Chiesa senza ripudiare la figura di Gesù.
Del resto prima di noi lo disse, non uno qualunque, ma Camillo Prampolini.
“Gesù il primo socialista della storia.”
Buona Pasqua a tutti.

