di Domenico Bilotti.
La sinistra liberale è stata per decenni assolutamente minoritaria nel continente europeo e particolarmente in Italia. Fino all’affermazione dei partiti marxisti nei primi due decenni del Novecento, radicali e repubblicani stavano all’estrema sinistra (quella “storica”, unitaria), ma la loro eredità si disperse presto. Non la reclamarono i comunisti e nemmeno fino in fondo i socialisti, nelle cui fila solo alcuni gruppi e correnti abiurarono completamente al massimalismo e all’ipotesi rivoluzionaria tout court. L’egemonia elettorale della sinistra italiana fu a lungo esercitata dal Partito Comunista, ma non era un partito di vocazione libertaria. Berlinguer aveva tuttavia introiettato bene la lezione togliattiana e l’idea dello Stato nello Stato si diffondeva per il tramite degli enti locali, delle istituzioni della cultura, della governance amministrativa – non potendo giungere fino alla maggioranza parlamentare e al conseguimento del potere esecutivo. Anche la “questione morale”, alla cui base può senz’altro esserci la politica come vocazione e come etica, fino al rischio del pauperismo, fu declinata in modo essenzialmente denigratorio rispetto ai competitori di sinistra del Partito Socialista, che per certi versi espressero però più innovazione e rottura. Politica estera non subordinata al duopolio (e al dualismo) Atlantico contro Urali, un’idea di società con maggiore libertà dei (e dentro i) corpi intermedi, un riformismo economico che conseguì dei risultati pur aggravando l’indebitamento. In altre parole, se una sinistra liberale è sempre stata messa in minoranza, o consegnata alla damnatio memoriae o utilizzata come definizione imprecisa da tirare per la giacchetta, esiste davvero il rischio, da almeno un decennio ventilato, della completa trasmigrazione della sinistra tutta al sistema di governo “neoliberale”?
Su scala europea, la tesi, come noto, è stata rinverdita nel fortunato diario critico di Sarah Wagenknecht, pubblicato in Italia per i tipi di Fazi, e la tesi è di una semplicità evidente che non diventa però mai evidenza palmare, se non per definizioni, deformazioni e semplificazioni. La sinistra, persino la sinistra estrema da cui la Wagenknecht proviene, avrebbe fatto caporetto perché ormai difende gli interessi dei ricchissimi, vive appartata e in modo antipopolare, corteggia i rampolli dei centri studi e alla classe operaia parla soltanto la destra nazionalista. Dimostrano il contrario, ad esempio, le stesse ultime lezioni tedesche. L’enorme consenso elettorale di AfD è tutto fuorché un plebiscito dei poverissimi: l’indagine demoscopica dimostra anzi che il consenso di quel partito non è mai stato così trasversale, interclassista, con insediamenti perspicui nella classe dirigente, negli enti locali e nei network industriali locali. E, anche ammettendo la Wagenknecht avesse ragione, sarebbe affetta dallo stesso razzismo che imputa alla sinistra perbenista: anche lei pronta a credere che il popolo bue, l’incolto della Germania Orientale, il sottoproletario ingrugnito, sia la carne da cannone delle campagne elettorali della destra. Minus habens che va dietro solo alle bestie e allora solo come bestie si deve parlare. L’Autrice se la prendeva con la Linke (formazione a sinistra dei social-democratici e imparagonabile ad omologhe italiane: non abbiamo un partito social-democratico di massa, alla sua sinistra non si muove nulla di lontanamente vicino al dieci percento). Ormai in centri sociali loft, dedita solo ai diritti di minoranze sofisticate, incapace di avere un programma sulle prestazioni sociali. Anche stavolta la deformazione prevale sui fatti: la Linke è sopravvissuta nella rappresentanza parlamentare, pur con tutte le ipocrisie del caso, proprio perché ha saputo dare contenuti propositivi alla sua campagna, senza fermarsi alla demolizione livorosa di tutto ciò che le stava nei paraggi.
Il voto tedesco dà lezioni che l’Italia non ascolterà. Abbiamo avuto già coalizioni dove erano nella stessa maggioranza il centro conservatore e la sinistra moderata: un’alleanza che lì impone politiche anticicliche, ripresa e tentata distinzione dalla velocissima voragine trumpiana che sta risucchiando l’UE. E l’UE una volta di più attardata a elaborare risposte concrete, convinta che il suo protagonismo possa ripartire solo dal perdente tentativo di recuperare senza un criterio ordinatore posizionamenti nel settore delle armi. Cosa, viepiù, pressoché impossibile, e nemmeno del tutto consigliabile, visti i ritardi accumulati.
Il fatto grave piuttosto, causa del vistoso arretramento elettorale delle sinistre preconfezionate (che sono vaghe e giuridicamente imprecise anche sui temi dove secondo i detrattori sono fortissime: ecologia, libertà civili, migrazioni), è che una sinistra neoliberale, una sinistra che abita con consapevolezza la realtà di fase, non è ancora venuta alla luce. Ecco perché propone il patchwork Arlecchino: pesca il nuovo e il vecchio, la voglia di accaparrarsi sostegno finanziario e sfilate a cancelli operai di cui ignora il funzionamento, il pacifismo ma con vista Bruxelles, il ritorno al governo come unica unità di misura del tempo presente. Forse le riuscirà, ma chissà se avrà mai strumenti per renderlo abitabile davvero, quel futuro (oggi effettivamente lontanissimo).

