La tornata elettorale del 2 e 3 giugno 1946 aveva segnato la svolta: con il voto femminile si era compiuto il suffragio universale pieno. A Montecitorio entrarono 556 deputati, tra cui 21 donne, per la prima volta chiamate a dare il proprio contributo in un’Assemblea rappresentativa pienamente democratica.
Fu allora che Pietro Nenni disse: “Se tutto è difficile, allora niente sarà impossibile“.

E gli fece eco Teresa Noce, partigiana e madre costituente:
«La libertà non è un dono che si riceve, una conquista che si difende ogni giorno».
E così fu, e così deve essere. E lo ricordiamo ogni 2 giugno.
Nel secondo dopoguerra l’Italia si trovava a dover ricostruire non soltanto edifici e infrastrutture ma soprattutto istituzioni, identità pubblica e regole di convivenza politica.
Un decreto legge luogotenenziale del 25 giugno 1944, emanato dal governo Bonomi dopo la liberazione di Roma, stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata eletta a suffragio universale, diretto e segreto, un’assemblea costituente per scegliere la forma dello Stato e dare al Paese una nuova costituzione. Il successivo decreto legislativo luogotenenziale del governo De Gasperi, del 16 marzo 1946, affidava a un referendum popolare la decisione sulla forma istituzionale dello Stato, e il decreto luogotenenziale n. 99, sempre del 16 marzo, fissava le norme per il contemporaneo referendum sulla forma di Stato e l’Assemblea Costituente, da eleggersi con sistema proporzionale.
Le elezioni di inizio giugno del ’46 furono le prime consultazioni elettorali in cui votarono tutte e tutti i cittadini adulti, senza discriminazioni di sesso. Il dato numerico non è un dettaglio burocratico, ma la conferma di un salto di civiltà: votavano le donne per la prima volta in una consultazione nazionale e scelsero chi avrebbe redatto la Costituzione della Repubblica.
La campagna elettorale fu vivace, e l’affluenza alle urne fu altissima: votò l’89,1 per cento dei 28.005.449 aventi diritto, per un totale di 24.946.878 votanti.
Prevalse la repubblica: i risultati furono proclamati il 10 giugno 1946 dalla Corte di Cassazione, e subito dopo il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato. I voti a favore della repubblica, dopo i controlli, risultarono il 54,3 % dei voti validi; a favore della monarchia il 45,7 %.
Il sistema elettorale adottato per la Costituente fu un proporzionale puro con collegi plurinominali e recupero dei resti su base nazionale, cosa che contribuì a far emergere non soltanto i grandi partiti di massa ma anche forze più piccole e regionaliste, favorendo un Parlamento altamente pluralista.
Per difficoltà logistiche e contenziosi territoriali, specie in Venezia Giulia e sul confine orientale dove non fu possibile votare, il totale dei deputati eletti risultò 556 invece di 573.
I tre partiti maggiori – DC, PSIUP e PCI – coprirono circa il 77% dei seggi totali, e il restante quarto fu diviso tra forze laiche, repubblicane, liberali, autonomiste e conservatrici.
L’Assemblea si insediò il 25 giugno 1946. Alla prima seduta fu eletto presidente provvisorio Vittorio Emanuele Orlando, figura di alta garanzia per avviare i lavori. Furono poi eletti due presidenti ordinari: Giuseppe Saragat (fino al 6 febbraio 1947, del PSIUP), poi Umberto Terracini (fino al 31 gennaio 1948, in quota PCI).
Questa alternanza alla presidenza segnala non un semplice cambio di poltrona, ma una dinamica politica reale poiché la Costituente non fu dominata da una sola maggioranza, ma da un equilibrio mutevole, in cui nessuna forza disponeva di numeri assoluti e tutte erano costrette a compromessi costanti.

Giuseppe Saragat, nel suo discorso di insediamento alla presidenza, disse:
“Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà. Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani; dinanzi a voi le speranze di tutta la Nazione. Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano”.
L’Assemblea Costituente non fu il “primo Parlamento italiano” in senso storico (il Parlamento esisteva già dal 1861 nel Regno d’Italia), ma fu il primo organo rappresentativo della Repubblica italiana, e il primo a essere eletto con un suffragio realmente universale, inclusivo delle donne.
Incorporò due funzioni contemporaneamente:
1. Costituente per la redazione e l’approvazione della Costituzione;
2. Legislativa ordinaria per l’approvazione di leggi ordinarie e la fiducia ai governi, in assenza di un Parlamento ordinario fino alle elezioni del 1948.
Uno degli aspetti più rivoluzionari del ’46 fu l’ingresso delle donne sia come elettrici sia come elette. Nell’Assemblea Costituente furono elette 21 deputate su 556, circa il 3,8% dell’Assemblea. La presenza femminile, pur numericamente contenuta, fu politicamente significativa: 9 comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini e Maria Maddalena Rossi), 9 democristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra e Vittoria Titomanlio), 2 socialiste (Bianca Bianchi e Lina Merlin) e 1 del Fronte dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna).
14 madri costituenti su 21 erano state partigiane.
Oggi va ricordato che le donne partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 19 le medaglie d’oro loro consegnate
L’età media delle elette nel ’46 è di quarant’anni; la più anziana è Angela Merlin di anni 65, la più giovane Teresa Mattei di 25. Si contano 14 laureate, una percentuale assai alta per l’epoca, la maggioranza in materie umanistiche, ad eccezione di Maria Maddalena Rossi laureata in chimica. Numerose sono le insegnanti. Due soltanto le casalinghe: Maria Fiorini Nicotra e Ottavia Penna Buscemi. Sei erano nate alla fine dell’Ottocento e le altre all’inizio del Novecento, uno spartiacque che segna la compresenza di due generazioni: quella che si era formata nell’Italia prefascista e aveva iniziato a militare nei partiti nati a cavallo tra Otto e Novecento, e quella che giunse all’impegno politico nel corso della Seconda guerra mondiale, nell’urgenza di combattere il regime.
Nella provenienza geografica le regioni settentrionali e quelle dell’Italia centrale quasi si equivalgono, seguono il Sud e le isole (solo tre). Salvo per le due che termineranno nel 1948 la propria esperienza in Parlamento (Teresa Mattei e Ottavia Penna Buscemi), le altre saranno rielette per una, due o più legislature. La carriera politica più longeva sarà quella di Nilde Iotti, eletta fino alla XIII legislatura e presidente della Camera dei deputati dal 1979 al 1992.
La maggior parte delle Costituenti si muove nel solco politico della famiglia di origine; la maggior parte è sposata con figli, e ben cinque condividono l’esperienza costituente con il coniuge: Rita Montagnana e Palmiro Togliatti, Teresa Noce e Luigi Longo, Angela Guidi e Mario Cingolani, Maria De Unterrichter e Angelo Raffaele Jervolino, Nadia Gallico e Velio Spano. Queste donne provenivano in gran parte da percorsi di impegno civile, associazionismo e Resistenza.
Cinque di esse furono nominate nella Commissione per la redazione della Costituzione (Commissione dei 75), dando così un contributo diretto alla stesura del testo: Nilde Iotti (PCI); Angela Gotelli (DC); Maria Federici (DC); Lina Merlin (PSI) e Teresa Noce (PCI).
Le deputate coinvolte nella Commissione si concentrarono su uguaglianza giuridica e sociale, diritti civili delle donne, tutela della maternità, lavoro femminile e condizioni di lavoro, diritti dei figli e tutela dell’infanzia.
Il loro contributo si tradusse in celebri norme:
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– Articolo 3 – uguaglianza senza distinzione di sesso;
– Articolo 29 – eguaglianza morale e giuridica dei coniugi;
– Articolo 31 – tutela della famiglia, della maternità e dell’infanzia;
– Articolo 37 – pari diritti nel lavoro e tutela della lavoratrice;
– Articolo 51 – accesso alle cariche pubbliche e ai pubblici uffici.
Le altre 16 donne elette, pur non facendo parte della Commissione dei 75, parteciparono attivamente ai dibattiti in plenaria, presentando emendamenti e intervenendo sulle materie più sensibili, come diritti civili, libertà personali, istruzione e welfare.
Maria Maddalena Rossi e Teresa Mattei presentarono un emendamento – “le donne hanno diritto di accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura” -, fortemente contrastato da Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, il quale sostenne: “che la femminilità e la sensibilità sono antitetiche alla razionalità”.

Teresa Mattei, inoltre, pretese che fosse scritto: «senza distinzione di sesso». La più giovane delle elette pretese con determinazione l’inserimento di questa formula nell’articolo 3 della Costituzione.
L’ingresso delle donne nella vita politica nazionale, da elettrici e da elette, rappresentò una profonda discontinuità rispetto al passato. La loro incidenza sulla formulazione dei principi di uguaglianza, sulla disciplina costituzionale della famiglia e sulla tutela del lavoro femminile non può essere ridotta a una semplice presenza simbolica: contribuì a introdurre nel testo costituzionale una concezione nuova dei rapporti tra i sessi e del ruolo pubblico della donna, allora in evidente tensione con l’impianto del diritto di famiglia e del diritto del lavoro ancora vigenti. Nilde Iotti lo stigmatizzò:
«La donna deve entrare nello Stato non più come ospite tollerato, ma con la funzione di cittadina».
E da allora molto è stato fatto, ma la strada non è finita. Viva il 2 giugno!

