di Gabriele Zammillo
Era la sera del 23 agosto quando, di ritorno da un lungo viaggio, appresi la notizia della scomparsa del compagno Ottaviano Del Turco. Il mio pensiero corse subito alla grande ingiustizia giudiziaria che aveva vissuto e all’oblio di alcune forze di centrosinistra che, ipocritamente, fecero finta di niente. Per non parlare di un noto quotidiano che, anche in quella occasione, non scelse il silenzio come via più dignitosa.
Egli iniziò giovanissimo la militanza nella FGS e nel PSI, oltre che nella CGIL. In seno al sindacato, anni dopo, riuscì a far convergere i consensi, per la prima volta, su un segretario generale non comunista: un altro compianto compagno, Guglielmo Epifani. Molto noto fu il suo impegno a favore del taglio dei punti della scala mobile, una scelta che lo mise in contrasto con la maggioranza della sua stessa organizzazione; oggi, purtroppo, qualcuno nella coalizione del “campo largo” ripropone ancora quel modello superato. Fu tra i primi che, nel 1987 al congresso del PSI di Rimini, pose sul tavolo in maniera lucida la questione del finanziamento illecito ai partiti.
Qualche anno dopo, durante il diluvio giustizialista di Mani Pulite, subentrò a Giorgio Benvenuto (il quale era succeduto temporaneamente a Bettino Craxi). Del Turco divenne segretario nel momento più drammatico della storia del garofano: tentò di rilanciarne l’immagine, ma fu presto chiaro che l’esperienza del PSI era ormai giunta al capolinea. Con lo scioglimento del partito nacquero due formazioni: i Socialisti Italiani e il Partito Socialista Riformista.
Dai primi anni ’90, Del Turco continuò a portare la bandiera socialista all’interno del centrosinistra e nei vari governi, ricoprendo i ruoli di ministro delle Finanze e di presidente della Commissione Antimafia. In quest’ultima si occupò del dossier “Mafia-Appalti”, il famoso fascicolo su cui stavano investigando i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, incredibilmente archiviato dopo le stragi del 1992. Ma anche in quell’occasione trovò ostacoli a sinistra: “Paventarono il rischio di destabilizzazione”, raccontò in seguito a Radio Radicale.
Successivamente fu europarlamentare e poi presidente della Regione Abruzzo. Lavorò con grande passione ed energia per la sua amata terra, finché la scure giudiziaria non si abbatté su di lui. Ci vollero dieci anni per dimostrare la sua innocenza: quelle prove, inizialmente definite monumentali, si rivelarono un castello di carte. Ha vissuto i suoi ultimi anni segnato dalla malattia e abbandonato da molti ex compagni di coalizione. Una cosa di cui vado profondamente orgoglioso aver organizzato di mia iniziativa, con la Federazione dei Giovani Socialisti, la consegna della sua tessera onoraria nel 2021.
Ripeto oggi quello che scrissi due anni fa: il suo calvario giudiziario rimarrà una macchia indelebile e una vergogna per questo Paese, al pari di troppi altri errori giudiziari. Oggi la battaglia per una giustizia giusta continua, anche nel suo nome.

