Poco convincente è la rappresentazione tipicamente socialista del ruolo “emancipatorio” della donna. Almeno agli albori. Prendiamo il tema dei conflitti: a leggere le carte, per decenni, e da metà Ottocento in poi, si è mantenuto lo stereotipo della radicale opposizione tra una presunta “natura” della donna e il concetto di guerra. Le prime socialiste si sono spesso opposte alla manipolazione dell’immagine delle differenze sessuali volute dalla politica generalista, ma invano.
Grazie ai mezzi di comunicazione si cercò di fare qualcosa, ma spesso con scarso successo. Ai inizio 900 parti’ la pubblicazione di “Eva“, e di “Su, compagne!” ma l’indifferenza del partito aveva fatto sì che le difficoltà economiche condannassero entrambe le testate a una vita breve.
Sembra strano, ma la nascita di “La difesa delle lavoratrici” resto’ limitato proprio al potenziale contributo delle donne alla battaglia antimilitarista.

Leggendo le pubblicazioni socialiste del tempo, sembra che l’unico apporto positivo della partecipazione femminile alle battaglie del proletariato fosse allora considerato quello dell’impronta anti-militarista: in pratica, l’amore materno era costantemente presentato come l’unico sentimento vero che i socialisti attribuissero alle donne.
Non possiamo però dimenticare alcune figure luminose del femminismo socialista che sono sempre state interventiste tra queste Anna Kuliscioff, Beatrice Sacchi, Anna Maria Mozzoni, Linda Malnati, Carlotta Clerici, Regina Terruzzi, Giselda Brebbia, Maria Bornaghi, Margherita Sarfatti, Teresita Pasini. Tutte sostenitrici della guerra a fianco dell’Intesa.
L’entusiasmo patriottico delle donne socialiste rappresenta l’ulteriore riprova del fatto che la discriminante non fosse costituita dal genere ma dall’appartenenza di classe.
Come per molti socialisti, anche per le femministe il passaggio non fu indolore.
Fu il tempo delle “seminatrici di coraggio” e delle “mamme del soldato” fino alla proposta di formare vere e proprie Armate femminili. Eppure le motivazioni interventiste erano del tutto incomprensibili a contadine e operaie.
Nonostante il codice Zanardelli, di fronte alle proteste collettive di contadine e operaie ci si asteneva dall’intervenire con la forza, mentre qualunque atteggiamento antipatriottico e antimilitarista degli uomini veniva punito addirittura con l’invio al fronte, e il disfattismo in trincea si pagava con la vita.
Comunque la si pensi, il protagonismo femminile delle agitazioni sociali della prima metà del Novecento rappresentò un’esperienza eroica nella vita di molte donne: soprattutto, spaventava i dirigenti socialisti.
Nacque una conflittualità sotterranea ma profonda contro un Femminile che rivendicava la propria specificità, soprattutto nelle aree in cui la presenza delle socialiste era più consistente, come in Romagna, grazie a Cristina Bacci, o in Piemonte: qui nel settembre del 1918 durante il congresso di Vercelli la Federazione Giovanile Socialista Piemontese si era espressa a favore di una distinta organizzazione del Movimento femminile, riconducendone le motivazioni a una “minore esperienza e preparazione teorica“.
Nonostante l’indignazione del giornale “La difesa della donna“, i vertici del partito furono concordi contro la creazione di organizzazioni femminili autonome. Le stesse Argentina Altobelli e Anna Kuliscioff si schierano contro. Sembrava prioritario imbavagliare Le istanze della base femminile del partito, soprattutto per evitare il pericolo di “sconsiderate” iniziative autonome.
Inoltre, il partito puntava a impedire ogni contatto con le organizzazioni delle femministe borghesi, allora molto impegnate nella conquista del voto per le donne, cosa che avrebbe potuto costituire un terreno di buona aggregazione anche per le donne socialiste. Il Partito Socialista sembra fare tutto il possibile per scoraggiare l’adesione delle donne alle strutture organizzative del Movimento operaio: allora pe socialiste tesserate erano tra le 1000 e le 1500, (dati certi non ne abbiamo mai avuti, considerato che le statistiche ufficiali promosse dallo stesso partito erano carenti di dati fondamentali mai pervenuti dalle città di Torino, Ferrara e Milano).

In larga maggioranza le tesserate erano mondine: le province di Novara e Alessandria da sole raccoglievano oltre la metà delle adesioni.
C’erano però 50.000 socie delle organizzazioni giovanili e 70.000 aderenti all’Unione femminile Cattolica. Cifre che rappresentano un grave insuccesso del Partito Socialista di quegli anni.
Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, i vertici del partito fanno delle donne Il principale baluardo contro il militarismo. E le trasformano in strumento essenziale: non si fanno troppi problemi a cambiare registro chiamando le donne a svolgere un ruolo ausiliario e consolatorio nei confronti dei compagni, obbligati a combattere una guerra “a loro estranea”. Assurdamente però, nella mentalità collettiva, la responsabilità del richiamo di tanti uomini al fronte finiva col ricadere proprio sulle donne, ritenute incapaci di combattere le proprie battaglie (soprattutto quella per la pace) e che adesso “rubavano” addirittura il posto agli uomini nelle fabbriche: erano doppiamente colpevoli, e contro di loro si scatenava il biasimo della comunità, legittimata dalla stessa propaganda socialista!
Non c’è un solo articolo sul giornale delle donne socialiste che abbia una parola di lode per l’impegno femminile in tempo di guerra. Addirittura si afferma il concetto per cui la donna che lavora è inevitabilmente una cattiva moglie e soprattutto una cattiva madre.
Finita la guerra si ha l’ennesima riprova di come la questione più scottante per i socialisti sia la montante competizione tra uomini e donne. Tutti gli sforzi dei socialisti del secondo dopoguerra sono concentrati nel convincere le donne che, per loro, il lavoro non è una conquista ma un’umiliazione.

Ricordiamo che fu Rita Montagnana a farsi carico per il partito della campagna contro i doppi redditi, indirizzata proprio a scoraggiare innanzitutto il lavoro delle donne sposate.
Parimenti, i socialisti si dissociavano ufficialmente da tutte le dimostrazioni di piazza delle donne. Appare quindi evidente che nemmeno l’esperienza della guerra abbia contribuito a legittimare nel mondo socialista l’immagine della donna come lavoratrice.
Un qualche cambiamento nella definizione delle identità di genere da parte del socialismo apparve solo negli Anni Venti, cioè quando ormai le donne erano già state massicciamente espulse dalla sfera produttiva, raggiungendo livelli di occupazione inferiori a quelli dell’anteguerra.
Solo dopo la scissione di Livorno si invitano le socialiste a mobilitarsi contro la reazione, a fianco degli uomini, e fu allora varata la battaglia per la ratifica in senato della legge sul diritto di voto alle donne, che fu piuttosto tiepida in casa Socialista.
Va però notato che Filippo Turati, in prima persona, caldeggiò la campagna a favore della legge sulla ricerca della paternità: fu la prima volta che una rivendicazione prettamente femminista era seriamente appoggiata dai Socialisti. Anzi, dal loro leader. Allora le cose iniziarono sì a cambiare.

