di Angela Chiarolla
Da poco più di cinque anni, il 15 marzo ricorre la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla. Promossa già dal 2012 dall’associazione no-profit “Mi Nutro di Vita”, l’iniziativa parte da Stefano Tavilla, che perse la figlia Giulia di soli 17 anni a causa di un DCA.
Nell’Italia del 2024 questa giornata continua a limitarsi ad essere esclusivamente simbolica, dato il mancato rinnovamento del Fondo Nazionale per il contrasto ai DCA, ulteriore prova della negligenza del Governo verso le problematiche giovanili.
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I DCA sono caratterizzati da comportamenti inerenti all’alimentazione che implicano un alterato consumo o assorbimento di cibo tali da compromettere significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale.
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In che modo i disturbi alimentari influenzano la popolazione di sesso femminile?
Oltre 3 milioni di italiani soffrono di DCA e il 90% sono donne.
L’autolesionismo – che comprende i DCA – è la seconda causa di morte per le giovani donne in età compresa tra i 12 e i 25 anni. Però l’esordio sta diventando sempre più precoce, con manifestazioni di sintomi anche in bambine di 8/9 anni.
Il motivo principale per cui i disturbi alimentari sono generalmente più diffusi tra le donne è la costante pressione sociale di rientrare in standard di bellezza specifici e irraggiungibili. In un mondo in cui i corpi femminili non sono altro che un trend che cambia di anno in anno, le donne vengono abituate sin da bambine a “controllare” la loro alimentazione, perdendo la capacità di mangiare in maniera intuitiva e sviluppando un’ossessione nei confronti del cibo e delle calorie.
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I disturbi mortali che colpiscono maggiormente le donne sono anoressia nervosa e bulimia nervosa.
L’anoressia nervosa è un disturbo caratterizzato da un volontario e prolungato rifiuto del cibo, pur conservando lo stimolo della fame: alcuni dei criteri del DSM-V per una diagnosi di anoressia sono la paura di ingrassare, la perdita di peso, la dispercezione corporea, l’amenorrea e dei parametri ematologici alterati in modo peculiare.
La bulimia nervosa è invece caratterizzata da una voracità incontrollata. Le manifestazioni sono costituite da abbuffate e da inappropriati metodi compensatori per prevenire l’aumento ponderale (vomito autoindotto e assunzione di lassativi e diuretici). Alcuni dei criteri per diagnosticare questa patologia sono le ricorrenti abbuffate (oggettive o soggettive, purchè vissute in modo negativo) e la presenza di metodi compensatori alle abbuffate.
Tali condizioni hanno nella maggior parte dei casi comorbilità con altri disturbi, in particolare la depressione maggiore, disturbi d’ansia e disturbi di personalità come l’ossessivo-compulsivo, l’evitante e il borderline. Ecco perché per il trattamento occorre un approccio multidisciplinare con una strettissima sinergia tra figure professionali con specializzazioni diverse (psichiatri, psicologi, nutrizionisti, pediatri).
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Sono 126 le strutture presenti in Italia dedicate alla cura dei DCA, di queste 112 sono pubbliche e appartenenti al SSN. Le strutture dedicate invece alla riabilitazione – che di solito richiede dai tre ai sei mesi di tempo – sono circa 10 in tutto il territorio nazionale (la stessa piattaforma dell’Iss sottolinea però che “quanto riportato potrebbe non essere esaustivo della realtà territoriale”). Meno sono le strutture apposite, più lunghi saranno i tempi d’attesa per i pazienti: ciò comporta una progressione della patologia verso la cronicizzazione che renderà la resistenza alla terapia maggiore.
Mantenere un singolo paziente affetto da DCA può arrivare a costare anche 10mila euro al mese. È chiaro che i 10 milioni di euro messi a disposizione per la cura dei DCA dal Ministro Schillaci, in seguito all’azzeramento dei fondi della nuova Legge di Bilancio, non bastano.
No, i DCA non sono “devianze” e non possono essere curati praticando un po’ di sport: di DCA si muore, e tagliare i fondi vuol dire condannare a morte un’intera fetta della popolazione.

