Di Gabriele Zammillo
Si chiamava Dimitar Josifov Pešev, ed era il Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale Bulgara. Come tanti, si
era lasciato affascinare dagli esperimenti totalitari in Europa, nonostante fosse un democratico, ma si era
illuso che un regime autoritario, senza partiti, potesse risolvere il problema del degrado della politica.
Divenne fautore dell’alleanza con la Germania nazista, attratto non tanto dalla figura di HItler ma dall’idea
che quest’ultimo potesse ridare al suo Paese i territori ingiustamente perduti dopo le guerre balcaniche.
Infatti, il giorno in cui si tenne la discussione in Parlamento sulle leggi razziali, in qualità di vice-presidente,
pensava che quelle misure fossero poca cosa e che tutto si sarebbe risolto in una farsa.
Così Pešev continuò la sua vita aristocratica fino a quando un giorno ricevette la visita disperata di un amico
che non vedeva da anni: un vecchio compagno di scuola ebreo che lo informò che il governo, in accordo con
i tedeschi, stava preparando la deportazione segreta della minoranza ebraica verso la destinazione, allora
sconosciuta, di Auschwitz. Pešev dunque si diresse subito in Parlamento e, radunati altri deputati, dopo un
drammatico scontro con il Ministro degli Interni, costrinse a revocare l’ ordine di deportazione.
Rendendosi poi conto che la deportazione era solo sospesa e che in gioco non c’era soltanto la vita di
qualche amico, ma di ben 50.000 ebrei bulgari, lanciò un’offensiva in Parlamento, scrisse una lettera molto
dura nella quale chiedeva al governo di non commettere un crimine così grave e la fece firmare da una
quarantina di deputati:
“L’onore della Bulgaria e del popolo bulgaro non è solo una questione di sentimento, è soprattutto un
elemento della sua politica. È un capitale politico del massimo valore ed è per questo che nessuno ha il
diritto di usarlo indiscriminatamente se il popolo intero non è d’accordo.”
L’obiettivo fu raggiunto perché la sua denuncia ebbe l’effetto sperato, la popolazione iniziò a ribellarsi e a
difendere la popolazione ebraica. Il Patriarca della Chiesa Ortodossa Bulgara Stefan invitò il capo della
comunità ebraica di Sofia a vivere da lui ed esortò i fedeli a ribellarsi. A Plovdiv invece il Metropolita Kirill,
pur di non far partire il treno, si sdraiò sui binari.
Lo Zar Boris III fece marcia indietro vergognandosi di quanto stava commettendo. Pešev invece non solo
perse la carica in Parlamento ma rischiò di essere consegnato lui stesso ai tedeschi.
Alla morte dello Zar, riscoprì i valori democratici e si batté per il cambiamento politico del Paese. Per
questo, al momento dell’occupazione sovietica e, all’inizio del durissimo regime comunista, sarà processato
con l’ingiusta accusadi essere antisemita e antisovietico e il Partito Comunista si prenderà il merito degli
ebrei salvati.
Condannato a 15 anni di carcere, dopo un anno fu rilasciato ed evitò il gulag grazie ad una sua vecchia
conoscenza (una cellula comunista che a suo tempo lui stesso aveva salvato dal licenziamento).
Gli ultimi anni li vivrà in povertà e solitudine. Nel 1973 la Commissione di Yad Vashem gli attribuì il titolo di
“Giusto tra le Nazioni” e gli Ebrei salvati gli proposero di andarsene in Israele, ma egli rifiutò tale ipotesi
rimandandola a quando il suo Paese gli avesse riconosciuto il suo operato. Ciò purtroppo non avverrà e in
quello stesso anno morirà così come la sua storia rimarrà completamente dimenticata anche dopo il crollo
del regime del 1989.
Solamente nel 1997, grazie all’aiuto di un giornalista Italiano, Gabriele Nissim, verrà riscoperta e riabilitata la
sua figura politica ed umana.
A lui oggi sono infatti dedicati un albero e un cippo al Giardino dei Giusti di Milano e un busto di bronzo al
Consiglio d’Europa, donato nel 2000 dallo Stato di Bulgaria.
La storia di Dimitar Pešev ci insegna che, se in un momento della propria vita si abbraccia un’ideologia
assurda, c’è sempre quella bussola morale che ci porta a comprendere se la strada intrapresa sia sbagliata e
a rimediare in tempo, come lui che, rompendo i muri di omertà e combattendo coraggiosamente, ha
modificato positivamente il corso della storia, interrompendo “la banalità del male”.

