di Salvatore Sechi
Il trattamento infame — direi da Stato canaglia — inflitto dal governo israeliano al personale che portava medicinali a Gaza (dove Trump e i suoi alleati hanno impiantato un campo di concentramento per l’intero popolo palestinese) sta funzionando da cartina di tornasole della stessa democrazia israeliana.
Alla deriva è finito l’orgoglio, esibito in forma sempre più esagitata, da giornalisti italiani (in odore, e no, di essere pagati da Gerusalemme), cioè la litania secondo cui a Tel Aviv e a Gerusalemme alberghi l’unico regime liberal-democratico, su modello occidentale, del Medio Oriente, anzi dell’intero continente africano. Quindi meriterebbe rispetto e anche ogni possibile indulgenza per le sue azioni estreme, anche assai ignobili.
Per i corifei di questo approccio ormai liturgico è sufficiente che il premier Netanyahu abbia cautamente criticato l’operato del suo ministro della sicurezza. Ma le azioni repellenti (imprigionare, violentare, picchiare, far inginocchiare con le mani legate dietro le spalle ecc.) di cui esistono molteplici prove documentali, a quale cultura politica appartengono se non a quella del nazi-fascismo? Verso chi Hitler le ha soprattutto e più volentieri usate se non nei confronti degli ebrei di mezza Europa?
Netanyahu non può demonizzare, e tanto meno criminalizzare, gli atti del suo ministro per la sicurezza usando il lessico adeguato. Non può, cioè, dire che il comportamento di Gvir esprime solo un punto di vista personale, dal momento che il trattamento incivile, animalesco, sub-umano inflitto agli imbarcati nelle flottiglie corrisponde a un mondo ideale preciso, cioè quello praticato da Hitler e Mussolini (ma anche da Stalin, che fece assassinare tutti i membri ebrei del Comitato centrale del PCUS).
Netanyahu poteva, e potrebbe, fare qualcosa di diverso? Temo che non esistano alternative all’ipocrisia, al cinico opportunismo, all’odio verso i palestinesi e ai sostenitori di un loro diritto ad avere uno Stato. Voglio dire che Netanyahu è solidale con l’opera di devastazione, anzi di vero e proprio ribaltamento, dei valori e delle istituzioni della cultura liberal-democratica che il suo carissimo partner (forse maestro e donno) Trump sta portando avanti con avventuristica tenacia negli Stati Uniti.
Una volta si diceva che tra loro una caro facta est. Ora si usa un lessico più popolare, forse anche volgaruccio: si dice che i due premier sono culo e camicia. Lo dicono anche a Roma, al quartiere della Garbatella, ma Giorgia Meloni fa finta di non averla mai sentita dire.
In realtà, il premier israeliano non si può dire sia complice di questa politica reazionaria, per la semplice ragione che ne è il maggiore e temo insuperabile protagonista. Il suo governo si regge, infatti, grazie all’inclusione in questa coalizione di partiti, anche quelli di estrema destra, di cui Gvir è uno dei leader.
I loro obiettivi politici non hanno nulla a che fare con quelli di un governo democratico.
L’alleanza di centro ed estrema destra si fonda su una coalizione di cui fanno parte Likud, Blu e Bianco (solo le fazioni Resilienza per Israele e Derech Eretz), Shas, Ebraismo della Torah Unito, Partito Laburista Israeliano (due parlamentari su tre; Merav Michaeli si pone all’opposizione), Gesher e La Casa Ebraica.
I suoi obiettivi programmatici sono i seguenti:
- Dal 7 ottobre 2023 (in seguito al barbarico massacro di 1700 persone impegnate in una festa ad opera di ferocissimi reparti di terroristi reclutati dall’immonda Hamas), gestire le molte situazioni di crisi emerse in Medio Oriente, tra cui la guerra Israele-Hamas, il conflitto Israele-Hezbollah del 2023-2024 e la guerra per procura Iran-Israele.
- Abbattere i regimi politici autocratici, anche tribali, da cui essa è circondata. Non ci sarebbe nessuna obiezione se Israele da questi turbolenti vicini ricevesse non solo minacce, ma non di rado vere e proprie aggressioni armate. In questi casi la difesa della sicurezza di Israele non può, né deve, essere impedita. Ma al di fuori di questo stato di pericolo non spetta a Trump né a Netanyahu, ma esclusivamente ai cittadini di Siria, Libano, Iran ecc., decidere da chi, e fino a quando, essere governati. Israele, invece, è ancora oggi intenta a respingere gli Hezbollah libanesi al nord del fiume Litani, in modo da poter ristabilire una maggiore calma nel nord di Israele.
- Impedire che l’Iran si munisca di un armamento nucleare. È un’esigenza certamente legittima e anche condivisibile, che non si può contrastare. Ma davvero la si può imporre, come ha fatto e continua a fare Israele, ricorrendo alla propria micidiale forza militare?
Né si capisce come mai il governo israeliano possa pretendere di impedire all’Iran di dotarsi di queste risorse di attacco e difesa. Si tratta, infatti, di un tipo di armamenti nucleari di cui lo stesso governo di Tel Aviv da anni dispone, e regolarmente potenzia.
Certamente un governo di ayatollah non dà alcuna sicurezza: è un pericolo quotidiano per gli ebrei. Ma quale istituzione, se non l’ONU, dovrebbe imporre a Iran e Israele una politica di denuclearizzazione?
Questo atto sarebbe anche un efficace passo verso il ripristino dell’eguaglianza. Bisogna espellere con ogni mezzo dalle Nazioni Unite tutti gli Stati i cui governi hanno dichiarato di volere l’estinzione di Israele. Non si capisce come mai questi regimi di tagliagole e macchine di terrorismo siano stati ammessi a far parte di tale consesso internazionale.
- Consentire un’estesa ed efficace campagna di persecuzione, la stessa demolizione dei beni immobiliari e delle risorse alimentari, a cominciare dall’acqua e dalle medicine, nella Striscia di Gaza trasformata da Trump e Netanyahu in un’enorme macelleria di vecchi, donne e bambini. Né si può negare né sottovalutare che a questo orribile esito dia un grande contributo la soldataglia di Hamas con la sua prolungata resistenza a consegnare le armi e iniziare un periodo di collaborazione tra israeliani e palestinesi.
Dobbiamo anche avere il coraggio di chiederci se possa essere considerato un fatto di democrazia il fatto che il premier israeliano da sempre sia contrario, anzi ostile, a riconoscere ai palestinesi il diritto di avere una terra, cioè un proprio spazio e uno Stato.
La cultura politica non solo anti-democratica, ma apertamente reazionaria, dell’attuale premier di Israele non emerge solo da questo atteggiamento. A contestualizzarla, facendone la fotografia di un disegno politico chiuso in sé stesso, orgogliosamente autosufficiente, sovranista, è la sua deriva verso una forma di grandeur.
Il grande successo militare avuto nell’attaccare militarmente Iran, Libano e Siria ha confermato in questo pericoloso leader israeliano la convinzione che Israele debba, e possa, guidare un processo di egemonia in tutto il Medio Oriente. Anche gran parte dei suoi predecessori hanno condiviso questo obiettivo. Lo si è chiamato pudicamente “Grande Israele”, ma il suo nome è piuttosto quello, per nulla tranquillizzante, di sub-imperialismo.
In secondo luogo, costui in altre occasioni ha manifestato a voce alta la vocazione criminale con cui perseguita, devasta, uccide in Cisgiordania. È un ipocrita e opportunista vicino a Netanyahu.
È una pretesa assurda, difesa con la minaccia delle armi e la violenza verso persone indifese come quelle delle flottiglie che trasportano aiuti umanitari per lenire le grandi sofferenze della popolazione di Gaza. Questo spiegamento di reparti militari avviene nelle acque internazionali, dove il governo Netanyahu ha costruito una propria riserva territoriale. Imporlo è stata una violazione plateale del diritto internazionale della navigazione.
Si tratta di un’azione molto simile a quella sviluppata nello Stretto di Hormuz da Iran e Stati Uniti e nel porto di Odessa da parte della Russia. Sono Paesi governati da ayatollah fanatici, da un despota come Putin e dal presidente degli Stati Uniti che sta distruggendo le basi della democrazia liberale.
Una bella compagnia quella scelta da un criminale di guerra impenitente come Netanyahu, non c’è che dire.
La ragione di questa micidiale alleanza sarebbe quella di difendersi da Hamas. Dunque, per il premier di Gerusalemme, l’assistenza sanitaria che le flottiglie portano alle migliaia di gazawi massacrati, uccisi dalle malattie, dalla fame e dalla sete, sarebbe un aiuto ai tagliagole e agli assassini di Hamas?
Davvero il ricorso alla più plateale vocazione alla menzogna, alla quale hanno sempre fatto ricorso Hitler e Mussolini, non sembra avere limiti.
E davvero li può avere la licenza e la spudoratezza di conciliarla con la presupposta esistenza di un regime di democrazia liberale a Gerusalemme?
Davvero si può stendere un velo di oblio sul fatto che quotidiani come Il Foglio, Il Riformista ecc. abbiano avuto la sconsiderata irresponsabilità di paragonare Netanyahu a Winston Churchill, fino addirittura all’eccesso di proporre in memoriam l’erezione nelle nostre piazze di un monumento a questo premier guerrafondaio e ruota di scorta di illiberali avventuristi come Trump?
I personaggi che ho citato, e che Netanyahu ama imitare, sono il fior fiore della reazione politica mondiale.

