di Carmine De Pascale @gen.depascale
Strategia di Sicurezza Nazionale: il decreto che mancava. Ora servono le scelte.
Ci sono momenti in cui uno Stato è costretto a guardarsi allo specchio e a riconoscere che il mondo attorno è cambiato più velocemente delle sue strutture. Il DPCM del 22 aprile 2026, pubblicato in Gazzetta il 6 maggio, è il tentativo più serio degli ultimi anni di colmare questo divario. Non è un atto tecnico, né un semplice regolamento: è il primo vero passo verso una Strategia di Sicurezza Nazionale che l’Italia non ha mai avuto nella sua forma compiuta. E, per la prima volta, definisce un “contenitore” chiaro, stabile, istituzionalizzato. Resta però la domanda più impegnativa: come riempirlo.
Il decreto nasce con un obiettivo preciso: mettere ordine dove l’ordine è indispensabile. La gestione delle crisi che coinvolgono la sicurezza nazionale è sempre stata un terreno scivoloso, segnato da sovrapposizioni, duplicazioni, ambiguità di ruoli. Il DPCM interviene proprio qui, costruendo una catena di comando limpida, fondata sul ruolo costituzionale del Presidente del Consiglio, che dirige e coordina l’azione del Governo e sul CISR, il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica, che diventa la cabina di regia politico-strategica nei momenti più delicati.
Ma la vera novità è altrove: il decreto definisce la struttura della futura Strategia di Sicurezza Nazionale. Stabilisce che essa dovrà articolarsi in tre pilastri – interessi e obiettivi, politiche e strumenti, gestione delle crisi – e fissa un processo di adozione ordinato, un ciclo triennale di aggiornamento, e persino un meccanismo di supervisione parlamentare attraverso il COPASIR, il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che potrà esprimere osservazioni e indirizzi.
È, in sostanza, la nascita di un’infrastruttura strategica che mancava da decenni.
Il decreto, inoltre, riconosce che la sicurezza nazionale non è più un affare confinato a difesa, intelligence e ordine pubblico. È un ecosistema complesso, dove convivono minacce ibride, attacchi cyber, vulnerabilità economiche, dipendenze tecnologiche, competizione geopolitica. Non a caso, la composizione del CISR viene integrata nei casi di crisi cibernetica e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale entra nel CISR tecnico quando la minaccia riguarda il dominio digitale. È un segnale culturale prima ancora che normativo: lo Stato prende atto che la sicurezza del XXI secolo si gioca anche – e sempre più – nel cyberspazio.
Prima ancora di definire strumenti e priorità, l’Italia deve chiarire dove vuole stare nel mondo. Non è un esercizio tecnico: è una scelta di identità nazionale. E questa identità dovrebbe essere costruita attraverso quattro cantieri strategici che determineranno la credibilità della futura Strategia di Sicurezza Nazionale.
- La geografia del potere: dove l’Italia decide di proiettarsi. La prima domanda non riguarda né i bilanci né le alleanze, ma la mappa. L’Italia deve ridefinire la propria geografia strategica in un mondo in cui le linee di frattura non sono più regionali ma interconnesse: Mediterraneo allargato, Sahel, Mar Rosso, Golfo Persico, Indo-Pacifico, spazio euro-atlantico. Non esistono più “teatri separati”: rotte marittime, cavi sottomarini, energia, migrazioni e competizione tecnologica formano un’unica catena geopolitica. Per un Paese che vive di commercio marittimo, infrastrutture digitali e stabilità energetica, la domanda è semplice e brutale: quali segmenti di questa catena vogliamo presidiare e con quali strumenti? Il Mediterraneo resta il cuore, ma non basta più. L’Italia dovrà decidere se essere un attore regionale con ambizioni limitate o un Paese capace di proiettarsi lungo le rotte che determinano la sicurezza europea.
- La sovranità tecnologico-industriale: produrre, innovare, resistere
La guerra in Ucraina ha demolito un’illusione durata trent’anni: la sicurezza non si compra “just in time”. Si costruisce. E si costruisce con una base industriale capace di produrre munizioni, sistemi d’arma, droni, sensori, software, tecnologie dual-use in tempi rapidi e su scala.
Per l’Italia questo è un bivio strategico: vuole essere un Paese che dipende dalle forniture altrui, o un Paese che contribuisce alla sicurezza europea con una capacità industriale autonoma e credibile?
La risposta non riguarda solo la difesa: tocca ricerca, università, filiere tecnologiche, investimenti privati, politiche industriali, cybersecurity, spazio, cantieristica, energia. È un ecosistema, non un settore.
- Le risorse: la sicurezza come investimento, non come costo
Ogni strategia, senza risorse, è un esercizio di retorica. L’Italia dovrà affrontare una trasformazione culturale prima ancora che finanziaria: riconoscere che la sicurezza è un bene pubblico essenziale, non una voce da tagliare nei momenti difficili.
L’obiettivo di destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla sicurezza nazionale – con una quota significativa alla difesa “core” e il resto a resilienza, infrastrutture critiche, innovazione e base industriale – non è un capriccio contabile. È la soglia minima per restare un Paese credibile in un mondo in cui la competizione strategica è tornata a essere una gara di capacità, non di dichiarazioni.
Senza risorse adeguate, nessuna riforma, nessuna ambizione, nessuna proiezione internazionale può diventare reale.
- La postura verso Russia e Cina: fine delle ambiguità
Solo dopo aver definito geografia, industria e risorse, l’Italia può affrontare il nodo più politico: la propria postura verso Russia e Cina.
Mosca è ormai percepita come una minaccia strutturale alla sicurezza europea. Non è un’emergenza temporanea, ma un fattore di instabilità destinato a durare. Pechino, invece, rappresenta una sfida più sfumata e multidimensionale: economica, tecnologica, infrastrutturale, marittima, normativa.
Per l’Italia la questione non è scegliere “da che parte stare” – la collocazione euro-atlantica è chiara – ma come stare: con quale grado di autonomia, con quale capacità di proteggere i propri interessi, con quale equilibrio tra sicurezza e interdipendenza economica.
È una scelta di identità geopolitica, non un esercizio diplomatico.
Con il DPCM del 22 aprile si è aperta una tematica importante da sviluppare in tutte le sue componenti. L’Italia arriva tardi rispetto ai principali partner europei, ma proprio per questo ha l’opportunità di imparare dalle loro esperienze, evitando errori già compiuti altrove. Il contenitore, finalmente, c’è. Ora bisogna riempirlo di scelte, priorità, investimenti, visione. Perché una strategia non è un documento: è un atto di volontà politica. E la sicurezza nazionale, oggi, è il terreno su cui si misura la maturità di uno Stato.

